giovedì 17 agosto 2017

La Torre Nera

The Dark Tower

di Nicolaj Arcel.

con: Idris Elba, Matthew McConaughey, Tom Taylor, Jackie Earl Haley, Katheryn Winnick, Abby Lee, Alex McGregor, Dennis Haysbert, Claudia Kim.

Fantastico/Azione

Usa 2017















---CONTIENE SPOILER---

E' buffo pensare come l'opera più complessa ed affascinante di uno scrittore blasonato come Stephen King sia anche la meno nota, almeno presso il grande pubblico. Perché la serie de "La Torre Nera" è sicuramente riuscita a far breccia nel cuore dei fan dello scrittore del Maine, a divenire un fenomeno letterario di culto presso più di una generazione, eppure risulta del tutto sconosciuta a chiunque non abbia mai letto almeno uno dei suoi romanzi.
Questo molto probabilmente a causa della mancanza di un suo adattamento per il grande o piccolo schermo; o forse anche a causa della sua peculiarità: composta da ben 8 romanzi (sette canonici, più un ultimo che fa da gustosa "side-story" alla trama principale), non è una semplice saga fantasy post-modernista, come pure potrebbe sembrare, ma una vera e propria "magna opus", che finisce per abbracciare molte delle altre storie raccontate negli scritti di King. E lo fa in modo letterale: la storia di Roland Deschain di Gilead, ultimo esponente della casta dei Cavalieri, pistoleri dotati di mira e riflessi quasi sovrannaturali, della sua ricerca della misteriosa Torre Nera, si intreccia con molti altri romanzi di King grazie all'escamotage, visionario e geniale, del multiverso.



La Torre altro non è che il centro verso il quale convergono tutti gli universi creati da King, più un "universo primo" che è quello "reale", nel quale si muove lo stesso King, il "tessitore di storie" che diviene personaggio essenziale della sua stessa storia, chiamato ad avere un ruolo importante della ricerca e che, su di un piano extradiegetico, permette all'autore di rielaborare, a distanza di anni, il suo trauma più grande, ossia l'incidente che nell'estate del 1999 quasi lo paralizzò.
Ecco dunque Roland inseguire, da principio, uno stregone vestito di nero; la famosa frase che apre il primo romanzo, "L'Uomo in Nero fuggì nel deserto. Il Pistolero lo inseguì", prelude alla scoperta (nel finale) dell'identità di questo primo antagonista: Randall Flagg, il villain per antonomasia nel mondo di King, già perfetta incarnazione del Male Supremo nel capolavoro "L'Ombra dello Scorpione" e qui nemesi perfetta, nella sua onniscenza, di un personaggio laconico e carismatico, re-incarnazione (in tutti i sensi) di Clint Eastwood nella "Trilogia del Dollaro" leoniana.
Allo stesso modo, confluiscono tra le pagine della lunga trama personaggi come il Padre Callahan di "Le Notti di Salem",  il Ted di "Cuori in Atlantide", Patrick, il bambino pittore di "Insomnia" e persino una creatura della medesima razza del Pennywise di "It". E tenendo conto di come spesso molte di queste storie fossero già da principio intrecciate tra loro ("It" e "Insomnia" sono entrambi ambientati nella immaginaria cittadina di Derry ed in entrambi compare il personaggio di Mike Hanlon), si può vedere la serie de "La Torre Nera" come un vero e proprio "universo base" che finisce per collegare tra loro in modo ancora più marcato molti dei romanzi kinghiani.




Ma "La Torre Nera" è anche una serie dotata di un proprio universo immediatamente riconoscibile, nel quale King, con tocco squisitamente post-modernista, fa confluire tutte le sue passioni giovanili e non (bisogna tenere a mente come il primo romanzo della serie, "L'Ultimo Cavaliere", fu cominciato all'età di 19 anni e solo in seguito rimaneggiato per essere l'apripista della lunga storia). Prima fra tutti, quella per "Il Signore degli Anelli" di Tolkien: da qui torna l'idea di un mondo fantasy con maghi e mostri, oltre che della quest dell'eroe come cammino letterale verso un luogo oscuro. L'amore per gli spaghetti western porta invece a caratterizzare il mondo di Roland come una terra fantastica dove una lunga guerra ha fatto ripiombare tutto all'epoca dei cowboy. L'Antica Civiltà, che aveva raggiunto un progresso tecnologico sbalorditivo, è stata cancellata, di essa restano solo arcani ruderi; le Baronie nelle quali il mondo era diviso (prima di "andare avanti"), tra le quali Gilead era la più importante, sono scomparse dopo la guerra con John Farson, detto "Il Buono", ribelle che voleva liberare i popoli dal giogo dei potenti, ma che ha finito solo con portare il caos. L' "ultimo cavaliere" è così un pistolero taciturno e solitario che si muove sullo sfondo di un mondo post-apocalittico, dove il western incontra il fantasy, dove le sue pistole sono state forgiate nell'acciaio che fu di Excalibur, dove la sua stirpe è quella dell'equivalente transdimensionale di Re Artù (Arthur Eld), dove un villain che si rivela solo verso la fine della serie incarna il male supremo (il "Re Rosso"), mentre vampiri e uomini-bestia ne compiono i misfatti, "lenti mutanti" appestano le zone più disastrate, fanatici religiosi tentano di massacrare chiunque capiti a tiro e robot impazziti venuti da altri mondi falciano interi villaggi o sorvegliano i "vettori", sentieri seminasconsti che conducono alla Torre ( e tra i tanti, quello percorso da Roland viene custodito da Maturin, la tartaruga divina che appariva in "It"). E dove, in un gioco di specchi sempre post-modernista, oggetti di fantasia del nostro mondo divengono armi incredibili (le "sfere-vampiro" di "Phantasm" vengono usate come granate, ribattezzate "sfere modello Harry Potter"), personaggi della cultura popolare divengono reali (i Lupi de "I Lupi del Calla", robots dalle fattezze del Dr.Destino mischiate a quelle di Darth Vader) e le leggende sono Storia (il ciclo arturiano, essenziale nella mitologia alla base della serie).




Ma a discapito della magmatica mole di elementi eterogenei che ne costituiscono l'ossatura dell'universo, quella de "La Torre Nera" è in fondo una storia lineare, benchè resa complessa a causa del gran numero di personaggi e sottotrame, sia interne che collegate verso gli altri lavori dell'autore.
Al centro, ovviamente, l'eroe impegnato nella quest, Roland, pistolero infallibile, ultimo cavaliere e (si scoprirà in seguito) erede di Artù, benedetto dalla Divinità Creatrice Gan. La ricerca della Torre Nera è viaggio verso quel nesso spazio-temporale che può permettergli di rigenerare il suo mondo ormai morente, annichilito dalla guerra del folle Re Rosso; il quale, a sua volta e per il tramite di Flagg ed altri sottoposti, vuole raggiungere la Torre proprio per disintegrare l'intera realtà.
Nel suo viaggio, Roland incontrerà tre alleati, che formeranno il "ka-tet", una versione fantasy della classica "posse", accomunata nel e dal Destino ("ka", la forza aggregatrice dei mondi, simile al fato e alla "mano di Dio").
Prima fra tutti, è il giovane Jake Chambers, che dopo essere morto a New York si risveglierà nel mondo di Roland; dopo aver condiviso con lui un turbolento viaggio nel primo romanzo, Jake morirà, solo per tornare nel suo mondo, ove sarà perseguitato dai sogni e visioni di quello strano Pistolero, per poi tornare da lui, grazie ad uno dei nessi dimensionali, nel terzo romanzo, "Terre Desolate".
Il secondo romanzo della serie, "La Chiamata dei Tre", illustra come Roland recluti i suoi compagni in versioni differenti dell'America del XX secolo. Primo tra questi (dopo Jake, che però tornerà solo in seguito) è Eddie Dean, del 1988 ed afflitto inizialmente da una tossicodipendenza distruttiva che ne forgia il carattere, duro ed ironico. Poi Odetta Holmes, afro-americana paraplegica del 1964, che soffre di uno sdoppiamento di personalità che la porta ad essere posseduta da un lato oscuro, il quale si identifica come Detta Walker e che alla fine forgerà una terza personalità, sintesi delle due, chiamata "Susannah".
Ai quattro si unirà più avanti anche il Padre Callahan de "Le Notti di Salem", la cui terribile esperienza con i vampiri ha fatto ritrovare la fede in Dio e che, a seguito di alcuni vagabondaggi, ha varcato le dimensioni risvegliandosi nell'Entro-Mondo della terra di Roland. Senza contare il "bimbolo" Oy, creatura fantastica mix tra cane e furetto e dotato di parola.




L'estrema durata del viaggio di Roland (come si diceva, sette romanzi più una side-story), la complessità del suo mondo, la sua lunga e complessa storia personale (narrata nel quarto romanzo, "La Sfera del Buio", vero e proprio prequel, oltre che nei flashback de "L'Ultimo Cavaliere" ed in ultimo nell'ultimissimo romanzo, "La Leggenda del Vento"), che controbilancia una trama di base tutto sommato lineare (un viaggio verso una meta distante, la Torre appunto, con solo una svolta nella New York prima dell'ultimo atto), hanno per anni impedito una forma di adattamento audiovisivo de "La Torre Nera". L'unica altra incarnazione che ha avuto, è data dalla bella serie di fumetti targata Marvel, scritta da Peter David e Robin Furth ed illustrata da Jae Lee, il cui stile o si ama o si odia.




Adattamento che espande la materia narrata, dando forma anche ai miti che ne sono alla base (la storia di Arthur Eld), riempiendo i "buchi" lasciati tra un romanzo e l'altro (la miniserie "La Lunga via del Ritorno", per esempio, narra un episodio inedito, ossia come il giovane Roland, distrutto a seguito della morte dell'amata Susan Delgado, sia riuscito a tornare alla natia Gilead assieme ai suoi compagni pistoleri Cuthbert Allgodd e Alain Johns), finendo per arricchire in modo gustoso un mondo già di per sé ameno e stratificato.




Ma l'adattamento per il grande schermo delle avventure di Roland e compagni non poteva mancare. Per quasi 10 anni ad Hollywood hanno cercato di dare forma alle pagine di King, senza però riuscire nell'impresa.
Il progetto di adattamento nasce però sotto una cattiva stella, quella di Akiva Goldsman, ossia il peggiore sceneggiatore che si sia mai visto, responsabile di atrocità quali "Batman & Robin", "Lost in Space", il recente "Rings", gli sciagurati adattamenti di "Io, Robot", "Io sono Leggenda" e dei romanzi di Dan Brown, senza contare il suo scalcinato esordio come regista, quel "Storia d'Inverno" talmente ridicolo da divenire puro cinema trash multimilionario.
Goldsman, inizialmente coadiuvato da Ron Howard e J.J. Abrams, che purtroppo (o per fortuna) poi si sono allontanati dal progetto a causa delle lunghe tempistiche, ha però una buona intuizione: adattare per il grande schermo solo alcuni dei romanzi, per poi narrare gli altri come miniserie televisive, in un progetto cross-mediale che ben avrebbe potuto rendere la complessità del mondo di Roland e del multiverso kinghiano.




Ma il primo film della serie, intitolato semplicemente "La Torre Nera", arriva solo ora al cinema, al seguito di ritardi, false partenze ed infinite riscritture. Vittima, tra l'altro, della moda dei tempi: prendere Idris Elba come protagonista solo per cercare di far colpo sul pubblico afroamericano e dare una parvenza di multietnicità al tutto. Vien da chiedersi, nel caso in cui la serie continui, come caratterizzeranno il personaggio di Susannah, i cui tratti caratteriali sono formati proprio dall'essere un'afroamericana degli anni '60.
Ed al timone del film troviamo Nicolaj Arcel, regista danese che ha preso parte come sceneggiatore all'adattamento della serie "Millennium" di Stieg Larsson e che per la prima volta si cimenta con un blockbuster di stampo fantasy. Con tutte le intuibili conseguenze del caso: "La Torre Nera" finisce così per essere non tanto un adattamento dei romanzi di King, quanto un film ispirato ad essi, dove l'intera materia di base viene rielaborata come un semplice film fantastico, piuttosto che come una complessa fusione di storie ed influenze.




Meglio essere subito chiari: Idris Elba come Roland si rivela scelta felice, quasi del tutto azzeccata; il grande attore di origine britannica ha il fisico e lo sguardo per essere un pistolero laconico quanto basta e duro; certo, resta il ridicolo involontario dovuto alla scoperta della sua discendenza, che nel film viene citata esplicitamente nei dialoghi, ma per il resto il suo Roland è davvero un personaggio carismatico e riuscito.
Il Randall Flagg di MacConaugehy, d'altro canto, non brilla certo per originalità, né per carisma, nonostante l'indubbia presenza scenica del suo interprete: troppo gigionesco nelle movenze, quella di McCouneghey è una performance fin troppo divertita, che finisce per trasformare uno stregone misterioso in una sorta di dandy dall'indole violenta.
Per il resto, l'opera di riscrittura dell'universo (e macroverso) kinghiano è alquanto singolare.




E' buffo pensare all'entusiasmo proferito da King verso questo progetto, quando è invece solito attaccare a viso aperto (ed in modo involontariamente ridicolo) chiunque adatti i suoi romanzi cambiandone storia e personaggi; perché lo script alla base de "La Torre Nera" è un mix di alcuni degli elementi portanti dei romanzi, praticamente nessuno dei quali ripreso dal primo della serie, dove tutto viene più o meno appiattito.
A partire dall'antefatto: la mitologica battaglia di Jericho Hill, dove il mondo di Roland idealmente muore a causa della follia di John Farson e delle macchinazioni di Flagg e del Re Rosso, è ora una semplice "battaglia per proteggere la Torre", nel quale perde la vita anche il padre di Roland; la casta dei pistoleri è divenuta un semplice ordine che protegge la Torre e Roland non un nobile disperato che vuole raggiungerla per risanare la sua casa, quanto un mero "guardiano"; il piano di Flagg e del Re Rosso di abbatterla non è frutto di pura follia maligna, ma subordinato alla creazione di un nuovo multiverso, nel quale creature demoniache extradimensionali dominano sul cosmo (altro riferimento ad "It", tanto che ad un certo punto Roland combatte persino contro una di queste creature, che come Pennywise ha la capacità di mutare forma).
Diverso è anche il rapporto con Jake Chambers; la prima escursione del ragazzo nel Medio-Mondo, susseguente alla sua morte, non viene citata: si parte direttamente con i sogni del ragazzo, come narrati nel terzo romanzo, ed il suo attraversamento del portale a New York; il suo "tocco" è su schermo ancora più simile alla "luccicanza" di "Shining" ed il suo ruolo negli eventi è quello di un potente esper usato come "frangitore", ossia come arma per tentare di abbattere direttamente la Torre, non più i Vettori su cui poggia.
Dulcis in fundo: anche la caratterizzazione estetica delle "porte" è totalmente diversa; non più stipiti che fluttuano a mezz'aria nello spazio (immagine ben più potente, tanto che trova la sua fonte di ispirazione proprio al cinema, in una scena di "Nightmare 3- The Dream Warriors"), ma semplici "stargate", tutti uguali al passaggio che Roland ed il suo ka-tet adoperano per giungere a Fine-Mondo verso la fine della serie.




Estremamente diversa è poi la caratterizzazione del mondo di Roland e compagni; non più un ameno multiverso nel quale convergono tutte le forme di ispirazione che hanno affascinato King nel corso degli anni, ma un semplice mondo post-apocalittico interlacciato direttamente con l'Universo-Cardine (che nei romanzi era invece il "mondo originario", nel quale si muoveva King); non ci sono riferimenti agli spaghetti-western, né più di tanto al fantasy classico (se si escludono gli uomini-belva addobbati come orchi); un mondo che, in sostanza, su schermo perde la sua affascinante amenità per farsi in parte più compatto, anche troppo, in una trasposizione che schiaccia tutto il materiale di base e lo comprime in appena 90 minuti di durata, restringendo la vastità di eventi e luoghi fino a creare una semplicissima storia fantastica.




Storia che è quanto di più convenzionale si possa immaginare; a partire dall'uso del punto di vista di Jake, che fa somigliare "La Torre Nera" a tanto fantsy a stelle strisce anni '80 e 2000; convenzionale nelle scene d'azione, dirette con sicuro gusto per la coreografia, ma senza guizzi; convenzionale nell'umorismo, con Roland che si innamora del gusto della Coca-Cola e redarguisce un paio di ragazzette dai facili costumi affascinate dalla sua mascolinità.
Eppure, pur nella sua basicità e ricercata piattezza, come piccola pellicola fantastica questa prima trasposizione è innegabilmente riuscita.




La rielaborazione della storia originaria funziona, si presenta come un canonico ma riuscito "cammino dell'eroe", anche grazie alla caratterizzazione di Jake e Roland; entrambi sono orfani, segnati dalla perdita della figura paterna, alla ricerca di un padre e (inconsciamente) di un figlio; il loro ritrovarsi, la chimica tra i due (e sopratutto tra gli interpreti) funziona (nonostante le doti recitative non eccelse di Tom Taylor). Così come riuscita è tutto sommato la storiella creata cucendo i vari pezzi dei romanzi; nonostante i palesi buchi nella mitologia che solo chi ha letto i romanzi può colmare: cosa sia un "vettoremoto", chi sia il Re Rosso o perché Roland riesca a resistere alla magia di Flagg sono quesiti che non trovano risposta (e quest'ultimo resterà oscuro anche a chi ha letto ed amato la saga, essendo un mero strumento narrativo per evitare che lo Stregone lo uccida già nell'antefatto).




Pur con i suoi difetti e le facilonerie, "La Torre Nera" si configura come una pellicola divertente e miracolosamente mai ridicola, nemmeno nei suoi risvolti più a rischio (primo fra tutti lo humor, comunque poco); l'opera magna di King ben avrebbe meritato un adattamento più diretto e grande, un vero kolossal fantasy-horror piuttosto che un filmino fantastico volutamente d'antan; tanto che forse il film sarà più apprezzato da chi non conosce affatto i libri. La speranza è che i seguiti e la serie televisiva riescano a restituire la giusta dimensione al mondo di Roland ed al suo lungo ed affascinante viaggio.

domenica 6 agosto 2017

Mica Scema la Ragazza!

Une Belle Fille comme Moi

di François Truffaut.

con: Bernadette Lafont, Claude Brasseur, Charles Denner, Guy Marchand, André Dussollier, Anne Kreis, Philippe Léotard, Gilberte Géniat.

Commedia

Francia 1972














Cosa definisce davvero un'opera come "minore" nella filmografia di un grande artista?
Sicuramente l'incapacità di raggiungere le vette espressive, sia di carattere narrativo che estetico, a cui questi è solito. E si è già visto come nella filmografia di Truffaut ci sia un "grande escluso" tra i migliori film che solitamente gli si attribuisce, ossia "La mia droga si chiama Julie". Eppure, anche "Mica scema la Ragazza!" (ironica e per una volta riuscita traduzione italiana di un titolo originale che recita "una bella ragazza come me", più calzante ma anche più blando) potrebbe ambire ad essere considerato come un "culto non colto", una perla alla cui riuscita solitamente si soprassiede, forse per il suo essere un film fin troppo leggero e spensierato, pur all'interno dell'opera di un autore che ha fatto della leggerezza il suo marchio di fabbrica.



Francia. Un giovane criminologo, Stanislav Prévine (André Dussolier, all'epoca all'esordio sul Grande Schermo), alle prese con il suo esordio letterario, un saggio sulla criminalità femminile, incontra, per soli fini lavoativi, un'avvenente detenuta, Camille Bliss (Bernadette Lafont), la quale gli racconta la sua roccambolesca storia fatta di amori, sesso spinto, tradimenti e tante parolacce.




Truffaut introduce e chiude il racconto in modo insolito per una commedia; l'incipit è barocco, fatto di plurimi flashback: si parte con una ragazza in una libreria che chiede informazioni sul saggio di Prévine, ancora non pubblicato, per poi retrocedere di un anno, disvelando il perché in un primo flashback che dura tutto il film; la storia di Camille viene poi narrata, a partire dall'infanzia, con una serie di flashback interrotti dalle trascrizioni dei nastri usati dallo scrittore. Nel finale, invece, l'autore usa prima un flashforward per poi ricostruire il climax nuovamente con dei flashback.
Tecnica insolita ed affascinante, che ben si appresta ad una storia che di convenzionale, in fondo ha poco.



L'intento di Truffaut è sacro e dissacrante al tempo stesso: rifare una commedia brillante, "alla Lubitsch" come direbbe l' (ex) amico Godard, in chiave modernissima, con al centro l'archetipo della donna secondo la sua visione, impegnata in una serie di avventure piccanti, condite con un linguaggio sporco, ruvido, pieno di termini offensivi, per questo incredibilmente moderno.
Il linguaggio che è perfetto specchio del carattere della protagonista, Camille, che vive innanzitutto grazie al corpo mozzafiato della compianta Bernadette Lafont, all'epoca bellissima, dalle gambe chilometriche e sensuali e dal seno sodo, che Truffaut ovviamente si diverte a ritrarre in tutto il loro splendore.
Camille è, al pari di Julie, della Catherine di "Jules & Jim", della Julie Kohler di "La Sposa in Nero", una manipolatrice che usa la sua avvenenza per fare fessi gli uomini, interessati solo alle sue grazie, pur quando coscienti del "marciume" che le pulsa all'interno.
Un conflitto, quello con la figura maschile, che inizia dall'infanzia, con l'uccisione tragicomica del padre, etichettata come "una sfida con il destino", che continua con il marito bamboccione affetto da complessi materni, con il primo amante, un cantante tombeur des femmes usato per lo più per arrivare al successo, un avvocato adoperato al pari per motivi economici, un disinfestatore quacchero i cui sentimenti sono puri e puramente spennato di molti averi; sino a lui, quello Stanislas che si illude di comprenderne la psiche grazie ai suoi studi, ma che, al pari degli altri, altro non è se non un allocco ipnotizzato dalla bellezza e dai modi affabulatori di una ragazza, appunto, "mica scema".



Ma Camille, per quanto bella, è una "figlia del popolo", una verace ragazzetta dal cervello fino, ma dai modi grezzi; la sua parlantina veloce è pregna di versacci e parolacce, che nella traduzione italiana si centuplicano grazie alla ricchezza del nostro idioma. E Truffaut si diverte a creare una comicità verbale fatta di doppi sensi e più spesso di veri e propri sensi unici, dove la volgarità si fa strumento comico irresistibile, che riesce davvero a strappare risate senza mai scadere nello scontato, nell'inutilmente volgare, come invece accade tutt'oggi in tanta commedia italiana.




E l'ironia più sferzante viene riversata negli sketch, nell'opposizione tra Camille e le deboli figure maschili, la cui forza viene annichilita dalla sua avvenenza prima, dalla sua intelligenza dopo.
Una declinazione del conflitto tipicamente truffautiana che qui trova una nuova e compiuta dimensione, quella della commedia brillante tinta nei colori del grottesco ed adornata da una volgarità mai fastidiosa. Ed è in tale perfetto equilibrio che sta la forza del film, nel riuscire a divertire senza mai offendere, nel mostrare le ossessioni del suo autore sempre uguali, eppure sotto una luce diversa che ne modifica i contorni sino a renderle nuovamente fresche; oltre a moltiplicarne la portata, grazie allo spirito dissacratorio che solo la commedia grottesca può avere. Un esperimento, in sostanza, perfettamente riuscito.
In dove, alla fine, "Mica scema la Ragazza!" perde se confrontato rispetto ad altre opere di Truffaut? Unicamente nella messa in scena, che questa volta è più semplice, più "di servizio" rispetto ai suoi lavori migliori, anche se mai secca o sciatta. In fin dei conti, davvero poco.

sabato 5 agosto 2017

A.I.- Intelligenza Artificiale

A.I.- Artificial Intelligence

di Steven Spielberg.

con: Haley Joel Osment, William Hurt, Jude Law, Frances O'Connor, Sam Robards, Ken Leung, Brendan Gleeson, Jack Angel.

Fantascienza/Favolistico/Drammatico

Usa 2001

















---CONTIENE SPOILER---

Ai più potrebbe sembrare sciocco, impossibile, scandaloso ed increscioso, ma Steven Spielberg era il regista preferito di Stanley Kubrick. Ebbene si: una delle menti creative più geniali del secolo scorso, forse il più grande regista che sia mai vissuto (anche più di Orson Welles, che pur raggiungeva uno status quasi divino, anche solo per le proporzioni del proprio ego) guardava con ammirazione le opere di un ragazzetto divenuto celebre grazie ai successi di cassetta, nonché per aver contribuito alla fine della New Wave americana, per aver reintrodotto lo studio system ad Hollywood ed instupidito, un pò per volta, il cinema commerciale.
Sia chiaro, i momenti di frizione tra i due non sono mancati, come le aspre critiche che Kubrick mosse al pur capolavoro "Schindler's List", ma in generale e fino alla fine dei suoi giorni, egli ha comunque ammirato i film di Spielberg; e bisogna ricordare come l'Imperatore di Hollywood, tra una stupidata commerciale ed un film sopravvalutato, sia stato anche l'artefice di opere come "I Predatori dell'Arca Perduta" e "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo", veri e propri emblemi alla forza della Settima Arte; è da qui che, probabilmente, nasceva la simpatia di Kubrick: nell'aver compreso la sua maestria come creatore di storie e di forme immaginifiche in grado di imporsi con forza nell'immaginario del pubblico; oltre alla sua capacità di controllo sull'intera visione dell'opera, la sua "vis autoriale" vera e propria. Ed è stata forse proprio la visione di "Incontri Ravvicinati" che ha convinto Kubrick ad avviare con lui una collaborazione per l'adattamento di un piccolo racconto di fantascienza, breve mal dal potenziale visionario inusitato: "Supertoys last all summer long" di Brian Aldiss, pubblicato per la prima volta nel 1969, sorta di rilettura in chiave fantascientifica di "Le Avventure di Pinocchio" di Collodi.
Collaborazione che purtroppo non si è mai avverata: il 7 Marzo 1999, Kubrick sarebbe morto nel sonno, nel pieno della post-produzione di "Eyes Wide Shut", mesi prima dell'inizio della lavorazione dell'adattamento.
Ma da buon amico qual'era, Spielberg decise di portare su schermo quella visione, facendola propria e onorando il Maestro menzionandolo nei credits come produttore, proprio in un anno, il 2001, essenziale nella mitologia kubrickiana. Ottenuto il pieno controllo dell'opera, Spielberg finisce per creare una favola cyberpunk commovente e riuscita, nonostante le imperfezioni che ne fiaccano spesso la visione, che all'uscita fu letteralmente massacrata dalla critica (che si attendeva un film più "kubrickiano", vai poi a sapere perché, visto che è stato concepito fin dall'inizio per essere portato in scena da Spielberg, non da Kubrick) ma che oggi meriterebbe di essere riscoperta.




Spielberg scrive di suo pugno la sceneggiatura, rimaneggiando la prima stesura ad opera di Ian Watson. L'influenza di Kubrick è spesso avvertibile, sopratutto nella forma: tre atti, distinti in maniera netta, compongono l'intero film, come in "2001: Odissea nello Spazio" e "Full Metal Jacket". Al centro, la figura di David, che vive grazie ad una interpretazione straordinaria di Haley Joel Osment: nonostante la giovane età, Osment ha il talento ed il metodo di un veterano, caratterizza il piccolo mecha in modo empatico, ma lasciando sempre trasparire un che di sintetico, di falso, dal suo sguardo.
David è il Pinocchio dell'era post-cyberpunk: un robot che compie un'immane odissea per divenire un bambino vero e tornare a riabbracciare l'amata mamma. E Spielberg caratterizza in modo netto i tre episodi, concedendosi spesso di omaggiare Kubrick in modo diretto (l'arrivo a Rouge City, reminiscenza del "trip" di un altro David, l'astronauta di "2001") e di riprendere stilemi del suo stesso cinema (le creature del terzo atto, nel racconto originario mecha di ultima generazione che si erano "autoevoluti" a seguito dell'estinzione della razza umana ed ora in cerca delle proprie radici, vengono invece caratterizzati come alieni benevoli, benchè accreditati come "mecha", la loro natura non viene mai palesata forse proprio per cercare un parallelo con le altre creature benevole di Spielberg, gli alieni di "Incontri Ravvicinati"); con qualche caduta di stile ed una superficialità a tratti troppo marcata, fa sua la storia, crea una fiaba perfetta erede di quell' "E.T." che tanta fortuna gli garantì quasi 20 anni prima.




Il primo atto è anche il più riuscito sul piano della tematica; in un prologo forse troppo verboso, il demiurgo interpretato da William Hurt pone un quesito che richiama alla mente i lavori di Mamoru Oshii: è possibile che un robot provi emozioni? Ed anche riuscendo a costruire una I.A. in grado d provare vere emozioni, non semplici simulazioni, che rapporto dovrebbe avere con lui un umano? I sentimenti di quest'ultimo devono anch'essi essere veri?
Spielberg ovviamente dà una risposta diretta ed inequivocabile: David, anche se di natura artificiale, ha veri sentimenti, dunque è in tutto e per tutto un bambino vero, punto. Facile, qui, tracciare una distinzione con una possibile declinazione da parte di Kubrick, il quale avrebbe certamente trattato il tema in modo più adulto e complesso. Eppure questa semplicità non è per forza un difetto, data la natura fiabesca che Spielberg concede alla narrazione.
E nel primo atto, si sbizzarisce a creare un'atmosfera che combina perfettamente il calore familiare con l'alienazione provata dai genitori verso la strana creatura che hanno deciso di adottare. Con inquadrature dalla plasticità sorprendente, tutta la storia viene rinchiusa nelle quattro mura di casa (salvo una breve escursione nel giardino); usando in modo creativo le scenografie, David viene costantemente "staccato" dagli altri personaggi, incorniciandone il volto nel lampadario al neon, celandolo attraverso superfici trasparenti o riflettenti; da antologia la sua entrata in scena, con un fuori fuoco che piano piano ne definisce l'immagine.
La sua natura sintetica ne fa un essere sia empatico, a causa del suo processo emozionale reale, che del tutto mostruoso, dato il suo essere una creatura artificiale; i sentimenti di commozione e repulsione sono perfettamente mischiati. Al punto che quando alla fine la madre decide di abbandonarlo, non si può non piangere dinanzi alla cattiva sorte che lo perseguita.




E' in questo atto che Spielberg declina anche la tematica del rapporto uomo-macchina; e lo fa, purtroppo, in modo semplicistico, lasciando sulle spalle del personaggio della madre tutta l'empatia e caratterizzando tutti gli altri come mostri; il piccolo Martin, vero figlio della coppia, è un semplice bulletto che si diverte a perseguitare David per il solo gusto di farlo, talvolta neanche a causa della sua natura; così come il personaggio del padre si colora presto di quell'apprensione negativa che lo caratterizza come un cattivo vero e proprio.
Più riuscita la descrizione di David, a tratti, come moderno Mostro di Frankestein, che finisce per ferire gli altri inavvertitamente e convinto di fare del bene; la scena della piscina, in particolare, sembra un omaggio esplicito ad una delle sequenze più emblematiche del capolavoro di James Whale,quella dove la Creatura finisce per far annegare una bambina.




Il secondo atto è il più ameno e visionario. Spielberg paga un tributo sentito a Scott e al mito di "Blade Runner" nelle visioni di metropoli ammantate da una notte perenne, rischiarata unicamente dai neon delle insegne dei locali.
Ma del tutto originale è l'immaginario che popola una delle sequenze più vivide dell'intera pellicola, la "Fiera della Carne", dove gli umani si vendicano dei mecha linciandoli in uno spettacolo da baraccone condotto da un moderno Mangiafuoco (Brendan Gleeson); immagini di volti sorridenti sciolti dall'acido, teste volanti infuocate che si schiantano tra le sbarre di una prigione ed arti strappati sono il perfetto innesto orrorifico che permette alla storia di evolversi, di far avvicinare lo spettatore ancora di più e questa volta del tutto al protagonista, ora futuribile "Elephant Man" perseguitato però a causa del suo aspetto troppo umano.




La visita a Rouge City e al Dr. Know è la tappa obbligatoria in quella megacity cyberpunk dove gli umani riversano tutti i loro piaceri più lascivi, sorta di Sodoma al silicio. Il personaggio di Joe il Gigolo (Jude Law) diviene guida e compagno, strampalato eppure carismatico, un Lucignolo dall'indole buona che accompagna il piccolo Pinocchio nel Paese dei Balocchi per adulti.




Sino a giungere alla fine del mondo, quella Manhattan sommersa dalle acque del discioglimento delle calotte polari, ove ad attendere David non vi è la Fatina, bensì il suo creatore, che lo ha modellato sulle forme di un figlio morto prematuramente.
E dove lo attende la realizzazione più sconvolgente: al pari della Motoko Kusanagi di "Ghost in the Shell", anche David non è un essere dotato di una proprio unicità, bensì una creatura prodotta in serie (c'è persino una sua versione femminile battezzata "Darlene"); eppure l'imprint attivato dalla madre e la sua singolare esperienza ne hanno creato un carattere unico; ed un robot in grado di amare è anche in grado di odiare: nella sequenza più disturbante del film, David fa a pezzi un suo doppio, affermando con fervore la sua individualità. E qui Spielberg dà per scontato come l'empatia che proviamo per lui sia sufficiente per attestarne l'effettiva "anima", mostrando di nuovo il fianco alla superficialità più pura.




Nell'ultimo atto, giungono loro, i tanto criticati alieni, le cui fattezze ricordano quelli di "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo"; va sempre tenuto conto come si tratti in realtà di androidi super-evoluti, benché mai specificato nei dialoghi; solo verso le fine del seondo atto, è Joe a sottolineare come sia possibile che i mecha possano sopravvivere ai loro creatori, anticipandone la comparsa.
E David può finalmente coronare il suo sogno, tornare tra le braccia della madre, in un'atmosfera onirica dal grande fascino. Un lieto fine lungo, forse troppo, ma che porta lo stesso alla commozione.




E come Kubrick, anche Spielberg decide di ridurre all'osso i dialoghi, presenti perlopiù nel primo atto. A farla da padrone sono le immagini, le atmosfere oniriche ed ipnotiche. L'influenza del Maestro è spesso avvertibile: lo stile visivo di Spielberg si fa più posato, i suoi movimenti di macchina più fluidi, le inquadrature più ricercate, mentre il montaggio è spesso di puro servizio, subordinato ad una costruzione delle sequenze più plastica e ferma.




La mano di Spielberg, che pur vacilla quando si avvicina alle tematiche della morale e del rapporto uomo-macchina, è invece fermissima nel ritrarre lo stato emotivo del suo protagonista, a dar corpo alla sua solitudine, alla sua disperazione, alla sua incrollabile fede verso qualcosa di più grande; quello di David è un percorso irrazionale, tipicamente "umano", prova di come lo spirito dell'Uomo sia incrollabile, pur quando poggi su di una premessa irrazionale; è per questo che David resta l'empio più umano, appunto, di androide apparso al cinema, al pari dei replicanti di "Blade Runner".
E con la sua fiaba, il suo autore dimostra ancora di possedere un tocco "magico", in grado di regalare emozioni vere e forti anche agli adulti.



EXTRA

Diversi e gustosi i camei di star nei panni di personaggi secondari.
Chris Rock doppia e dona le sue sembianze al robot sparato dal cannone alla Fiera della Carne.





Ben Kingsley doppia il Mecha/alieno che accoglie David durante la Seconda Glaciazione.




Nella versione italiana, il personaggio è invece doppiato da Dario Penne, voce storica di Anthony Hopkins, che lo caratterizza come se fosse il grande sir Anthony a celarsi dietro i pixel della creatura.

La voce della Fata Turchina è quella di Meryl Streep.






Mentre il divertente Dr.Know ha invece la voce del compianto Robin Williams.



martedì 1 agosto 2017

R.I.P. Sam Shepard


1943-2017


Attore, sceneggiatore e commediografo, una carriera, quella di Shepard, variegata, multiforme e pluripremiata. Il suo era il classico volto immediatamente riconoscibile, dai lineamenti tipicamente yankee; ed i suoi ruoli erano sempre vicini alle sue origini di persona semplice, ma dalle capacità straordinarie, proprio come lui, che alla fine della sua carriera può vantare quasi 70 ruoli ed una doppia (e sempre ottima) collaborazione con Wim Wenders nelle vesti di scrittore.



I Giorni del Cielo (1978)



Uomini Veri (1983)



Paris, Texas (1984)



Fiori d'Acciaio (1989)



Cuore di Tuono (1992)



Il Rapporto Pelican (1993)



Hamlet 2000 (2000)



La Promessa (2001)



Non bussare alla mia porta (2005)



L'Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007)