domenica 24 settembre 2017

It comes at Night

di Trey Edwards Shults.

con: Joel Edgerton, Christopher Abbot, Carmen Ejogo, Riley Keough, Griffin Robert Faulkner, David Pendleton, Chase Joliet.

Usa 2017


















Con l'uscita di "It comes at Night" e la sua positiva accoglienza presso la critica (sopratutto americana), si è cominciato a parlare di un nuovo sottogenere, il "post-horror", riferendosi a tutte quelle pellicole che riprendono l'immaginario e le cadenze del cinema del terrore per imbastire storie metaforiche sulla condizione umana e sociale; il che è quantomeno ingiusto se si pensa che sono passati quasi 50 anni da quando il compianto George A.Romero ha creato "La Notte dei Morti Viventi", con il quale ha per la prima volta dimostrato (sopratutto in America) la possibilità di usare il registro di genere per creare perfette metafore della realtà; ed il suo lascito, ripreso subito dopo da autori del calibro di John Carpenter, Tobe Hooper, Wes Craven e David Cronenberg tra gli altri, è ancora oggi dotato di una potenza espressiva inusitata.
Il "post-horror", in fin dei conti, altro non è che la moderna declinazione del horror post New Wave anni '70. Pellicole come "The Babadook", "It Follows", "Get Out" e "The Witch", in fin dei conti, non hanno fatto altro che riprendere la lezione dei maestri del passato e riproporla in chiave moderna, adeguandola ai trend del cinema indie contemporaneo, primo fra tutti il necessario lavoro di sottrazione, sia in sede di sceneggiatura che di effetti, che porta alla creazione di uno stile immediatamente riconoscibile, con tutte le conseguenze di sorta.
"It comes at Night", alla fine dei conti, è il perfetto esponente di questo trend. Ma è necessario fare una precisazione: benchè venduto come un horror tout court, il film di Trey Edwards Shults ha poco o nulla a che spartire con il genere in senso stretto, ancora meno di altre opere prodotte dalla A2 e dalla Animal Kingdon. E' più altro assimilabile al thriller sulla paranoia, avvicinandosi più a pellicole come "The Crazies" o al "The Divide" di Xavier Gens.




Il setting è una post-apocalisse inedita, con la peste bubbonica che affligge il Nord America. Nei boschi, due famiglie si incontrano e sono forzate alla convivenza, con tutte le conseguenze del caso.
Il punto di vista principale è quello del giovane Travis (Kevin Harrison Jr.), testimone prima della dipartita dell'amato nonno, poi dell'arrivo di una famiglia di estranei, la cui madre, la giovane e bella Kim (Riley Keugh) ne turberà da subito i sonni. Ma più che la gelosia, a strisciare sottopelle è la paura del contagio, la paranoia verso un'ignota possibilità di morte. Ignota ma onnipresente.




Il terrore del diverso, dell'estraneo come untore e portatore di un male invincibile ed inevitabile, non è una metafora; o, per meglio dire, la tematica non è narrata attraverso una metafora, ma messa su di un piano narrativo primario. La tensione è diretta, non ci sono simbolismi né duplici o triplici piani di lettura: tutto è pensato ed eseguito per catturare immediatamente l'attenzione.
Shults riesce a tenere bene la narrazione, a creare la giusta tensione quando serve, ma si perde in inutili sequenze oniriche che non aggiungono nulla, se non qualche jump-scare a buon mercato, che risultano fuori luogo in una pellicola che vorrebbe fare della sola tensione il suo punto di forza.




Tensione che tiene quanto basta, che riesce a spiazzare nel crudo finale. Ma il lavoro di sottrazione questa volta non paga. 91 minuti sono forse troppi per narrare una storiella semplice e già vista. Regia e cast rendono la visione non tediosa, ma alla lunga ci si accorge di come il tutto abbia tutto sommato il fiato corto.
Non un brutto film, sia chiaro: "It comes at Night" è una pellicola tesa e riuscita; solo troppo esangue per essere davvero memorabile.

giovedì 21 settembre 2017

Crepa padrone, tutto va bene

Tout va bien

di Jean-Luc Godard &Jean-Pierre Gorin.

con: Jane Fonda, Yves Montad, Vittorio Caprioli, Elizabeth Chauvin, Castel Casti, Eric Chartier, Anne Wiazemsky.

Francia, Italia 1972

















Per Jean-Luc Godard, il 1968 è stato un fallimento. Una rivoluzione, o per meglio dire una falsa rivoluzione, che ha portato a poco o a nulla, che non è riuscita a scardinare quell' "Ancien Regime" padronale e borghese, ossia non ha portato all'affermazione di un ideale effettivamente veritiero in grado di sostituire i vecchi valori borghesi. Il perché di questo fallimento lo aveva illustrato, con sagacia, acutezza e fervore nei capolavori "La Cinese" e "One plus One". E nel frattempo la Storia ha fatto il suo corso, in gran parte d'Europa i movimenti rivoluzionari sono stati riassorbiti nell'ottica della middle-class, le strade si sono svuotate dei manifestanti, talvolta per colorarsi del sangue dei proletari, come in quell'Italia che egli stesso aveva ritratto in "Lotte in Italia" del 1971.
Ma il fallimento della rivoluzione non è in realtà una sconfitta totale; con esso è giunta una nuova forma di coscienza, quella della classe operaia, che ora ha uno strumento per opporsi, anche solo in parte, ai soprusi del padrone. Godard decide così di analizzare tale rapporto di forza e creare un saggio sul lascito del '68, oltre che sullo stato dell'arte e delle cose. Nasce così "Crepa Padrone, tutto va bene", nuova disanima su quell'ideale e sull'impegno politico che è diretta continuazione (ma non effettivo superamento) di quanto aveva mostrato nei suoi film "sessantottini".




Godard recupera in parte una forma di schematismo. Per una volta è possibile dividere il film in "fasi": un prologo, un inizio con una love-story che si riconnette al finale ed un duplice corpo centrale, con l'occupazione della fabbrica e i "postumi" dell'accaduto.
Inizio e fine sono una disanima nerissima sullo strapotere del consumismo. Il consumo è l'unica forza portante nella società, sia esso incarnato dal capitalismo che impone un profitto su tutto, sia esso la mera mercificazione di ogni cosa.
Il cinema, prima di tutto, è una merce, un prodotto che abbisogna di un capitale, di una serie di finanziamenti per poter venire alla luce; e che è esso stesso prodotto da vendere, che quindi necessita di quegli aggettivi che possono far presa sul pubblico, che permettono, appunto, di venderlo. Da qui la necessità di una storia d'amore tra i due protagonisti, interpretati da due divi, conosciuti anche a livello internazionale. Godard è cosciente del limite intrinseco a tale concezione e la usa come metafora potente del potere capitalistico e della sua inscindibilità dal sistema produttivo.
Ma allo stesso modo, anche l'ideale è oggi merce, venduta nei supermercati ed in sconto. Cos'era il '68? A cosa a portato? A null'altro che ad un occasione per potersi appropriare di qualcosa, di possedere merce gratis tramite la violenza ed il tumulto, sia essa merce effettiva che merce intellettiva. Quegli ideali che lo animarono furono pretesti e vivono, nel '72 come allora, solo nella classe intellettuale, nella classe operaia e nei resti dei loro conglomerati associativi.




L'occupazione della fabbrica diviene a sua volta metafora di una lotta di classe che non va a parare da nessuna parte. Godard osserva lo scontro da lontano, aprendo il set e dandogli la forma di una casa delle bambole in cui far muovere i personaggi. Ognuno dei quali segue pedissequamente il proprio ruolo: il padrone è cinto nella sua ideologia borghese, totalmente ignorante delle necessità degli operai. Gli operai si divertono con delle "marachelle" contro il capo. Il sindacato spulcia cifre fredde e non si assume le responsabilità delle azioni dei suoi membri. Gli "estremisti" tentano invano di convincere i giornalisti della gravità della situazione.
Nessuno riesce ad ottenere nulla. Alla fine l'occupazione si estingue da sola e tutti tornano al proprio mondo.




Da qui la riflessione più importante. Quanto rimane di tale esperienza e perché non è riuscita nei suoi intenti?
Da una parte Godard punta il dito alla classe intellettuale, la quale spesso si è riciclata come perfetto membro di quel sistema produttivo che tanto aborriva, con il regista interpretato da Yves Montad che ha abbandonato il PC ed il cinema per dedicarsi alla direzione di soli spot pubblicitari. Dall'altro, se la prende con il sistema dei mass media, i quali tendono sempre ad edulcorare gli avvenimenti ed i contenuti. La giornalista di Jane Fonda fugge schifata a causa delle imposizioni della direzione.
Il linguaggio che viene imposto deve tendere al generico; si può parlare di padroni, operai e lotte, ma queste non devono avere un volto. Le condizioni disumane della fabbrica devono essere mostrate, ma devono sempre portare al compatimento, mai alla rabbia, né alla riflessione si di un loro possibile aggiustamento. Il linguaggio codificato dai media diviene strumento definitivo per ammansire le folle. Le stesse alle quali il pensiero marxista viene venduto un tanto al chilo.




Da qui la ripresa di quell'immaginario sessantottino, a cui Godard dà il volto di un ragazzo, morto nel Maggio '68, vittima delle lotte, ma al contempo metafora della morte di quella lotta, avvenuta nel momento stesso in cui è scoppiata, come un'esplosione abortita sul punto di deflagrare. La lotta di classe si fa così lutto di classe.
Necessaria libertà nel linguaggio che Godard codifica riprendendo l'ossessione (già esplicitata in "Due o Tre Cose che so di Lei") sull'impossibilità di dare una forma definita all'azione, nel poter ricostruire in modo perfetto una scena senza perdersi nella contemplazione di ogni sua possibile variante. Che qui diviene sfasatura tra inquadrature, sovrapposizione delle possibilità, con i personaggi che ripetono gli stessi gesti alternandosi o le stesse azioni mai in modo diverso. La complessità del concetto, del pensiero libero, benchè stentata ed impossibile da riproporre completamente in forme codificate, trova una sua rappresentazione calzante.




E la riflessione di Godard è al solito potente e dirompente. Ma, qui più che altrove, ancora profondamente attuale; come in "La Cinese" e "One plus One" la sua è una riflessione sempre verde; che anzi, al giorno d'oggi, a quasi 50 anni dal fallimento (totale o parziale a seconda di come lo si voglia intendere) del '68, brucia più che mai.

lunedì 18 settembre 2017

Baby Driver- Il Genio della Fuga

Baby Driver

di Edgar Wright.

con: Ansel Elgort, Jon Hamm, Kevin Spacey, Lily James, Jamie Foxx, CJ Jones, Eiza Gonzalez, Jon Bernthal.

Azione/Noir/Brillante

Inghilterra, Usa 2017














Edgar Wright è davvero un regista sui generis, un vero e proprio autore che riesce a declinare il registro comico in modo sempre diverso ed originale. Ma definirlo come un semplice "regista di commedie" sarebbe semplicemente sbagliato: i suoi film, benché incentrati sull'umorismo di personaggi e situazioni, hanno forma e cadenze di vere e proprie pellicole di genere, quando non arrivano addirittura a creare umorismo non tramite battute e gag, ma tramite la grammatica filmica vera e propria.
E' infatti facilissimo notare le influenze del cinema action ed horror a stelle e strisce nella famosa "trilogia del cornetto", dove il secondo capitolo, "Hot Fuzz", altro non è se non una decostruzione divertita di tutti i luoghi comuni del filone "macho" alla Jerry Bruckaheimer.
Ma con "Baby Driver", Wright fa qualcosa in più: non si limita a mettere alla berlina quegli stereotipi da lui tanto amati, quanto a contaminare una trama prettamente noir con inflessioni verso la commedia brillante, il musical e l'action tout court. Il risultato è un film letteralmente fuori dal tempo, una pellicola che sembra uscita da quel cinema anni '80 americano, dove la coniugazione tra registri talvolta antitetici portava a risultati sorprendenti. E, sopratutto, un film dove lo script rifiuta categoricamente di seguire qualsiasi traccia prefissata nello sviluppo di storia e personaggi per farsi genuinamente libero e spiazzante.




La storia alla base di "Baby Driver" è quanto di più archetipico e scontato si possa immaginare: un giovane talento del volante, che si fa chiamare semplicemente "Baby" (Ansel Elgort), viene coartato da un criminale senza scrupoli e patito del controllo, Doc (Spacey), a partecipare ad un serie di colpi; l'ultimo dei quali andrà ovviamente male, forzandolo a coinvolgere in questa sua "doppia vita" anche il suo interesse amoroso, la bellissima cameriera Debora (Lily James).
Gli spunti sono lampanti: Baby altro non è se non una versione più giovane del personaggio di Ryan Gosling nel cult "Drive" e di quello di Ryan O'Neil nel mitico "Driver l'Imprendibile"; e proprio l'influenza del cinema di Walter Hill si fa essenziale nella costruzione delle scene. Ma già a livello di scrittura, Wright sovverte ogni aspettativa ed ogni stereotipo. I personaggi più umani si riveleranno anche i più spietati, mentre quelli più calcolatori saranno inaspettati benefattori. E, al di là della sovversione degli schemi caratteriali dei comprimari, il primo carattere ad essere sovvertito è quello del protagonista.
Baby non semplicemente un "bello e dannato" o un giovane uomo coartato a forza in un gioco più grande di lui che, beffato dalla sorte, si ritrova a dover sopravvivere. E, anzi, egli stesso artefice del proprio destino e delle proprie sventure: è lui ad accettare l'incarico da parte di Doc quando avrebbe potuto benissimo declinarlo. Ed è lui, sopratutto, ad scatenare quella disastrosa serie di eventi che finirà per travolgerlo. Baby non è saggio, né arguto; è umorale, infantile proprio come il suo nome fa presagire; e pur avendo carisma da vendere, un cuore d'oro ed un talento fuori dal comune, finisce sempre per essere vittima dei propri limiti.




Schematismo che viene spezzato anche sul piano narrativo. La linearità che solitamente si ritrova nel cinema d'azione cede il passo ad una serie infinita di colpi di scena; gli ostacoli e le inversioni la fanno da padrone: ben presto la storia si fa imprevedibile, impossibile da anticipare pur seguendo sempre uno schema logico, votato però al rilancio, dove ogni situazione non viene mai risolta tramite l'uso di un deus ex machina, ma sempre e comunque grazie agli sforzi dei singoli personaggi, garantendo una freschezza che da anni non si vedeva nel cinema di genere americano.




Lo spirito contaminativo porta Wright a mescolare un noir violento e dalle tinte cupe con la commedia brillante; da antologia, in tal senso, la prima sequenza: una rapina in banca con inseguimento che sembra fare il verso a quella di "Drive", dove però l'uso della musica pop rende tutto più leggero; a cui segue, in una giustapposizione perfetta, una sequenza musicale vera e propria, con il protagonista svestito dai panni del duro silenzioso che si diverte a cantare sulla via di una caffetteria; l'immagine mondana, quotidiana, viene nuovamente usata da Wrgiht in un contesto brillante, non più comico, ma musicale appunto, riuscendo ugualmente ad ammaliare.




Ed è proprio come un musical che Wright dirige (e sopratutto monta) le sequenze d'azione, tutte scandite dal ritmo della trascinante colonna sonora, che si compone di pezzi rock e pop d'annata, tra cui un posto di (non) onore va alla mitica "Sheer Heart Attack" dei Queen. Il punto di riferimento è ovviamente l'Hill de "I Guerrieri della Notte", tanto che nel finale il grande regista regala anche una comparsata "fantasma". E Wright si dimostra tutto sommato degno erede del suo maestro, dimostrando un controllo sorprendente in tutte le sequenze.




"Baby Driver" è una sorpresa, prima ancora che una conferma; la dimostrazione di come Edgar Wright sappia gestire con un'efficacia incredibile due registri (action e misical) più simili di quanto si possa credere, eppure quasi impossibili da padroneggiare.

sabato 16 settembre 2017

R.I.P. Harry Dean Stanton



1926-2017

Un volto pacato, il suo, quello tipico di un caratterista americano. Un caratterista che, come nella migliore tradizione, riesce a brillare anche quando protagonista assoluto. Harry Dean Stanton è stato il volto prediletto di alcuni tra i più grandi registi americani e non. Nel corso di una carriera durata oltre 50 anni è riuscito ad interpretare circa 200 film, collezionando collaborazioni con artisti del calibro di David Lynch (per il quale era uno dei "volti feticcio"), John Carpenter, Wim Wenders, Sam Peckinpah, John Milus e Monte Hellman. Oltre a collezionare una serie di gustosissime apparizioni in kolossal più o meno riusciti, da "Il Padrino- Parte II" a "The Avengers". Un viso, il suo, davvero indimenticabile.




"Le Colline Blu" (1966)



"Nick Mano Fredda" (1967)



"I Guerrieri" (1970)



"Dillinger" (1973)



"Missouri" (1976)



"Vigilato Speciale" (1978)



"Alien" (1979)



"1997: Fuga da New York" (1981)



"Un Sogno lungo un giorno" (1981)



"Paris, Texas" (1984)



"L'Ultima Tentazione di Cristo" (1988)









mercoledì 13 settembre 2017

Effetto Notte

La Nuit Américaine

con: François Truffaut, Jacqueline Bisset, Jean-Pierre Léud, Valentina Cortese, Nathalie Baye, Dani, Alexandra Stewart, Jean-Pierre Aumont, Jean Champion, Nike Arrighi.

Francia, Italia 1973

















La sprezzante, appassionata e quasi ossessiva indole cinefila dei "Giovani Turchi" è stata il motore primario di quella rivoluzione artistica di cui si sono resi protagonisti, che poi prese il nome di "Nouvelle Vague". L'amore per il linguaggio filmico, per il cinema tout court e per il mezzo in sé, ha permesso loro di riprendere stile e stilemi di alcune fonti illustri (Hitchcock, Rossellini, Howard Hawks, il noir e la commedia brillante, tra gli altri) per riqualificare il modo di intenderlo. E se Godard resta il cineasta più radicale (anche al di fuori dell'esperienza della Nouvelle Vague), a Truffaut va riconosciuto un merito non da poco: essere riuscito a creare una sincera, accorata e gustosissima dichiarazione d'affetto verso il momento creativo filmico, verso quell'esperienza personale e al contempo collettiva che è la fase delle riprese, con uno dei suoi capolavori, forse il più amato tra tutti, ossia "Effetto Notte".




La formula del "film dietro le quinte", della storia che pone al centro registi ed attori impegnati nella produzione di un film, non era nuova quando "Effetto Notte" vedeva il buio della sala; e, manco a farlo apposta, trova una fonte principale proprio in quel cinema italiano del Secondo Dopoguerra al quale gli artisti francesi tanto devono; basti pensare, anzitutto, al capolavoro di Fellini "8 e 1/2", dove il grande artista portava in scena con piglio visionario la crisi creativa di un cineasta alle prese con un improbabile film di fantascienza; o, ancora, ad un altro capolavoro, "La Ricotta", contenuto nell'episodico "Ro.Go.Pa.G.", dove Pasolini si immergeva sul set di un suo ipotetico film, usando come suo doppio niente meno che il mitico Orson Welles.
Ma sia Fellini che Pasolini utilizzavano l'escamotage del set per imbastire una storia simbolica, del tutto personale e, nel primo caso, votata al surreale. Quello di Truffaut è invece uno sguardo più diretto e "quadrato", una disanima di quella Babele caotica, eppure irrestibile, di quel non-luogo dove la creatività si scontra con la necessità, di quella magnifica ossessione che è la produzione filmica, rifacendosi più direttamente (e con le dovute differenze) al capolavoro di Wilder "Viale del Tramonto", a quanto fatto dal collega Godard con "Il Disprezzo" e da Fassbinder con "Attenzione alla Puttana Santa"; dedicando poi il tutto alle sorelle Gish, le muse di David W.Griffith, ossia coloro che furono di diretta ispirazione per la Settima Arte tutta.




Uno spazio, quello del set, dove alla fine c'è un'unica certezza, quella della visone del regista, che Truffaut interpreta con un piglio ironico, rifacendo praticamente sé stesso, ma aggiungendo al personaggio di Ferrand un auricolare per donargli una caratterizzazione effettiva e per sottolineareil fatto di come sia l'unico in grado di rispondere ai centinaia di quesiti che sorgono durante la lavorazione, al punto che il solo modo per ignorarli ed andare aaventi è essere sordo.
Ma Ferrand è a tutti gli effetti Truffaut: regista ossessionato dal cinema, che da piccolo si divertiva a rubare le affihcè di "Quarto Potere", che scrive i dialoghi volta per volta, ispirandosi alla situazione emotiva dei suoi attori, che legge voracemente testi sul cinema (gli amatissimi Hitchcock e Hawks, ma anche il collega Godard) e che teme per la riuscita del suo film; la sua voce-pensiero afferma, nelle prime battute, come fare un film sia come fare un viaggio in diligenza nel Far West: all'inizio si vuole fare un buon viaggio, ma dopo un pò si prega solo di sopravvivere; un mestiere che è una lotta contro gli eventi, a causa della interdipendenza tra l'autore e la sua troupe; e di fatto, attorno a Ferrand orbita un caleidoscopio di personaggi, tutti più o meno impegnati per la riuscita di "Vi presento Pamela".




I primi poli d'attenzione sono i quattro divi, gli attori protagonisti del film nel film; la prima, la diva Severine (Valentina Cortese), donna matura la cui vita è stata distrutta dalla malattia del figlio e dal consecutivo alcolismo, che fatica a ricordare le battute ed arriva persino a suggerire al regista francese di usare il doppiaggio, cosa inaudita per l'epoca. Poi il divo, vero protagonista del film, Alexandre (Jean-Pierre Aumont), vero e proprio gentiluomo d'altri tempi, dal passato di ardito seduttore, che si scoprirà invece omosessuale; sono loro gli esponenti di un cinema antico, ma non antiquato, che Truffaut, contrariamente a quanto si possa immaginare, tratta con rispetto, arrivando persino a fare un affondo all'ex amico Godard quando descrive con orrore il futuro di un cinema senza attori professionisti e senza copioni, girato per le strade anzicchè sui set, in controtendenza persino con le sue prime opere.
Poi vi sono i giovani, emotivamente fragili, bambini in cerca di una figura affettiva di riferimento. Il primo è lui, Alphonse, personagggio tipicamente truffautiano e maschera prediletta di Jean-Pierre Léud che lo interpreta; un vero e proprio infante che cerca disperatamente l'approvazione di una figura femminile sfuggente (prima la stagista Lilliane, poi la diva Julie) solo per bilanciare il suo carattere insicuro, capriccioso, forse vacuo. Poi lei, la bellissima Julie Baker (Jacquline Bisset), anch'ella in preda ad una crisi affettiva ed esistenziale, che come il suo personaggio si ritrova attratta da una figura paterna, ma al contempo anche dall'infantile Alphonse, finendo per vivere quella stessa storia di cui è protagonista su pellicola, solo a termini invertiti.




Intorno a loro, la troupe, perennemente indaffarata, alle prese sia con le faccende più semplici, come far ribaltare un'auto in corsa, che quelle più difficili, come dirigere un gattino; ogni personaggio è caratterizzato in modo sicuro, con pochi e distinti tratti caratteriali: la segretaria di edizione Joelle, vero pilastro che spesso si sostituisce al regista, l'aiuto regia Jean-Françoise, che ha sempre una soluzione per tutto, il produttore Bertrand, entusiasta e collaborativo e così via.
Truffaut celebra la forza d'unione, quella sinergia che è componente essenziale nella produzione filmica; il ruolo centrale lo ha, ovviamente, l'autore, con la sua visione, la sua incrollabile (o quasi) forza d'animo e la sua versatilità; ma al contempo, la necessaria collaborazione dell'intero cast tecnico trova la giusta celebrazione.




Ed il cinema, si sa, è pura finzione; da qui l'ambientazione totalmente fittizia: gli studi della Victorine fuori Nizza e l'albergo dove la troupe alloggia, ossia due non-luoghi dove i professionisti si trattengono per il solo tempo necessario al lavoro. Ed ancora di più, come un De Palma ante literam, Truffaut apre il film con un piano sequenza elaboratissimo, che porta sullo schermo decine di comparse e con metodo hitchcockiano segue solo in parte i personaggi, lasciando libera la macchina da presa di poggiare lo sguardo anche sui singoli passanti; solo per poi rivelare l'artificiosità di quella stessa inquadratura, disvelando l'incredibile lavoro necessario per la sua riuscita, sottolineando non solo la complessità del lavoro del regista e dei suoi aiuti, ma anche l'estrema falsità di quella stessa visione, dove ogni singola comparsa viene diretta, dove ogni singolo movimento deve rispettare una serrata tabella di marcia; dove ogni azione è pura coreografia, ma sembra del tutto naturale: è questa la magia del cinema, che vive ora su schermo in tutta la sua forza proprio perché la finzione che ne sta alla base viene sviscerata esplicitamente.




Le gioie e le fatiche della produzione vengono ritratte al solito con un tono lieve, mai davvero malinconico, dove persino la morte di uno dei protagonisti ed il rischio di fallimento del film non divengono mai davvero cause ostative alla riuscita del lavoro. Per Truffaut dirigere un film era davvero il lavoro più bello del mondo ed il suo entusiasmo e la sua passione fuoriescono da ogni singolo fotogramma.
Passione che per una volta è davvero riuscita a far breccia anche presso il grande pubblico; grande successo di cassetta, "Effetto Notte" vinse persino l'Oscar come miglior film straniero.
Ma l'ottima accoglienza è stata controbilanciata da un'esperienza tragica; dopo aver visto il film, Godard accuserà Truffaut di aver generato una visione idealizzata e falsa del processo creativo, sottolineando come il film sia stato un successo solo a causa della sua insussistenza. Posizione che porterà alla rottura definitiva tra i due, che resteranno nemici sino alla morte di Truffaut, dopo la quale Godard si dirà pentito delle sue affermazioni.
Verosomiglianza a parte, "Effetto Notte" resta lo stesso una pellicola a dir poco deliziosa, dove l'amore verso il mezzo filmico diviene perfetta incarnazione degli ideali del suo autore, divertendo ed ammaliando per tutta la sua durata.

venerdì 8 settembre 2017

Twin Peaks- Stagione 3

diretto da David Lynch.

creato da David Lynch e Mark Frost.

con: Kyle MacLachlan, Sheryl Lee, Naomi Watts, David Lynch, Miguel Ferrer, Laura Dern, Chrysta Bell, Matthew Lilard, Robert Forster, Michael Horse, Amanda Seyfreid, James Belushi, Robert Knepper, Eamon Farren, Balthazar Getty, Grace Zabriskie, James Marshall, Patrick Fischler, Sherilyn Fenn, Dana Ashbrook, Madchen Amick, Richard Beymer, Everett McGill, Tom Sizemore, Harry Dean Stanton, David Patrick Kelly, Russ Tamblyn, Peggy Lipton, Al Stroebel, Catherine Coulson, Carel Struycken, Don Davis, Frank Silva.

Noir/Mystery

Usa 2017







---CONTIENE SPOILER---


"Ci rivedremo tra 25 anni. Nel frattempo..."
Nel frattempo, tutto è cambiato. L'impatto di "Twin Peaks" sul mezzo televisivo è stato assimilato al punto che lo stesso si è riplasmato in una versione casalinga di quello cinematografico. La "golden age of television" tanto decantata è di fatto arrivata grazie a serie come "The Sopranos", "Breaking Bad" e "Mad Men" che hanno indirettamente raccolto l'eredità di Lynch e Frost e l'hanno usata per modificare il linguaggio del piccolo schermo. Non più enfasi sullo script (comunque presente ed essenziale), ma sulla messa in scena, che avviene non più per il tramite dei meri dialoghi, ma delle immagini.
Rivoluzione avvenuta in pochi anni e che sembra già ripiegare su sé stessa: ogni stagione fioccano nuovi remake televisivi di successi passati del cinema (si pensi al sopravvalutato "Westworld" o a "Fargo") o revival di serie di culto. E poco prima del capolavoro di Lynch e Frost, la "riesumazione" è toccata a quel "X-Files" che si insinuò nel vuoto lasciato da "Twin Peaks" ad inizio anni '90, non trovando però, oggi, una continuazione all'altezza del suo lascito.




Il ritorno di "Twin Peaks" d'altro canto è stato tutt'altro che semplice; Showtime ha dapprima cercato di restringere il budget causando un iniziale allontanamento di Lynch dal progetto, solo per poi "cedere" alle richieste del regista una volta capito che senza di lui la serie non avrebbe avuto alcun motivo di esistere. Michael Ontkean ha deciso di non riprendere il ruolo chiave dello sceriffo Truman, passato ora a Robert Forster, che lo eredità anche grazie ad un riuscito stratagemma di scrittura. Mentre alcuni altri attori, purtroppo, non ci sono più, come Frank Silva, che con il suo ghigno satanico ha segnato un'epoca; o Catherine Coulson, deceduta poco dopo le riprese degli episodi, così come Miguel Ferrer. Senza contare Jack Nance, volto lynchiano doc spentosi nel 1997, o ancora Don Davis, il cui ruolo nella trama di questa terza stagione è lo stesso essenziale.
Eppure, dopo mille difficoltà, la prima stagione della nuova serie, ossia la terza in ordine cronologico, ha finalmente visto la luce, anche se con un anno di ritardo rispetto alle previsioni iniziali. E con le recenti dichiarazioni di Lynch su come "INLAND EMPIRE" sarebbe stato il suo ultimo lavoro per il cinema, questa continuazione si appresta a divenire, forse, l'ultima sua forma espressiva. La cui accoglienza da parte della critica è stata sorprendente, basti pensare alla lunghissima ovazione ottenuta a Cannes alla fine della proiezione dei primi due episodi: quella platea che aveva ingiustamente fischiato "Fire walk with Me" si è invece dimostrata più che generosa con l'ultima creatura del grande artista, forse anche per farsi scusare la debacle del passato.




E negli ultimi undici anni, Lynch stesso non ha provato più di tanto a cambiare rotta alla sua carriera; il progetto di nuovo film si era profilato all'orizzonte già verso la fine degli '00, con una produzione avviata tramite una raccolti fondi via Internet che, purtroppo, non ha subito esiti positivi, forse a causa della scarsa diffusione del concetto di "crowdfunding" all'epoca. Così come i pur annunciati e mai effettuati lavori su di una director's cut di "Dune", che ben avrebbero restituito al pubblico un pezzo forse essenziale della sua visione.
E' stato, in definitiva, a dir poco straniante vedere Lynch occuparsi del solo doppiaggio di un personaggio nella serie "The Cleveland Show", modellato sia fisicamente che caratterialmente su di lui. Oltre, naturalmente, al restauro della serie originale di "Twin Peaks" e di "Fire Walk with Me", editi in uno splendido cofanetto da collezione, rimasterizzati in modo impeccabile e con l'aggiunta dei "Missing Pieces", gli oltre 90 minuti di girato "perduti" del lungometraggio.





STA ACCADENDO DI NUOVO

Un ritorno che è in realtà pura continuazione del discorso filmico lynchiano impiantato nel mezzo televisivo. Se i due linguaggi si erano avvicinati nel corso degli anni passati, con Lynch le differenze si assottigliano al punto di scomparire. Perché è impossibile non vedere in questo revival la continuazione di quanto fatto da Lynch nel corso degli anni, di quel discorso de-costruttivo della narrazione cinematografica che aveva raggiunto il culmine undici anni fa con "INLAND EMPIRE".
La prima chiusa sull'astrazione narrativa si "riapre" verso un nuovo modo di intendere la serialità. Come in "Berlin Alexanderplatz", anche il nuovo "Twin Peaks" altro non è se non un lungo film spezzato in vari episodi, dove l'inizio coincide con il primo e la (non) fine con l'ultimo. La narrazione si fa fluida, seguendo quel percorso astrattivo proprio del cinema lynchiano, basandosi esclusivamente sulle pure immagini, dove i dialoghi sono quasi sempre di servizio; quando, ovviamente, non sono atti a veicolare quei simboli ed enigmi adoperati a fini narrativi.
Se in origine, il primo "Twin Peaks" doveva poggiare sugli schematismi propri della serialità televisiva, così come su quel linguaggio già codificato, che sovente Lynch si divertiva a sovvertire e a parodizzare (l'uso di "Invitation to Love", serie nella serie, versione grottesca degli avvenimenti reali degli episodi rivisti dai personaggi in televisione, in un gioco di specchi beffardo ai limiti del sadico), ora la serialità non ha più bisogno di strutture portanti codificate, né di limiti a quanto può mostrare.
Laddove una volta Lynch liberava la sua visone solo sul Grande Schermo con "Fire Walk with Me", ora è invece in grado di usare un registro totalmente proprio anche all'interno del più angusto schermo televisivo, senza dover incorrere in compromessi di sorta, né sul piano narrativo, tantomeno su quello grafico.




Lo stile di Lynch si fa ora più laconico, diretto; usa poche inquadrature ed un montaggio il più delle volte lineare. Sopratutto nei primi episodi, i primi piani sono spesso banditi: si tiene a distanza da quei personaggi che descrive o muove, come a negare uno sguardo specifico e chiaro sulle loro azioni e la loro essenza, calando una coltre ancora più spessa su delle immagini già di per sé stesse ipnotiche.
Le sue visioni, quando non racchiuse nelle abituali dark room, sono secche, eppure incredibilmente vibranti. Poco o nulla è concesso allo spettacolo o allo spettatore: nessuna convenzionalità nella messa in scena, così come nella narrazione. La stessa Twin Peaks è un qualcosa di diverso rispetto al passato, uguale solo in alcune delle forme, diversa nell'essenza.
Se negli anni '90 essa era un crocevia tra realtà e sogno, Bene e Male, amore e orrore, adesso è un luogo astratto al pari della Loggia Nera, situato ben più in profondità nella mente di chi la osserva. Un luogo dove sogno e veglia, visione ed azione, realtà e fantasia si mischiano fino a confondersi; non c'è più un limite di demarcazione vero tra ciò che è reale e ciò che è pura visione, tutto è racchiuso in un maelstorm di immagini che si spezzano e si incastrano tra di loro, portando alla distruzione del piano temporale, oltre che di quello fisico, dove l'unità di luogo non esiste più.
Un luogo, anzi una pluralità di ruoli, dove ogni personaggio (o quasi) ha un opposto o è esso stesso opposto di qualcosa; la dualità che pure era componente essenziale del primo "Twin Peaks" è ora esacerbata, gonfiata sino all'estremo. Cooper, primo fra tutti, è esso stesso un doppio: due personaggi, uno dei quali (Dougie) è a sua volta perso in un'altra persona (e Kyle MacLachlan con questa tripla performance vince automaticamente il premio come attore più sottovalutato di sempre); il personaggio di Jeany-E della Watts altro non è se non l'opposto complementare della Diane di Laura Dern; il concetto di "tulpa", di costrutto mentale che diviene fisico, è ora parte integrante della mitologia della serie: la dualità è parte narrativa essenziale; al punto di scoprire, alla fine, come tutto ciò che viene mostrato altro non è se non un doppio, un'immagine mentale, un sogno di un'altra realtà, in una chiusa sullo stile lynchiano che porta il subconscio a divenire materia stessa della narrazione.




Facile sarebbe stato aspettarsi un revival che riprendesse tutti i personaggi e la formula dell'originale per riproporli in modo aggiornato ai tempi. E non si sarebbe stati in errore più grande. Perché Lynch ha assimilato quell'universo fatto di nani e giganti ed è andato avanti; tant'è che il tassello successivo della sua filmografia, "Lost Highway", era l'evoluzione di "Fire Walk with Me" e per sua stessa ammissione facente del medesimo universo.
Cosicché il nuovo "Twin Peaks" non fa altro che riprendere il discorso lì dove si era interrotto non nel 1991, ma nel 2001, ossia al primo culmine toccato con "Mulholland Drive". Perché anche se giunto ad "INLAND EMPIRE" cinque anni dopo, ossia alla somma astrazione, in fondo la poetica di Lynch ha il suo cuore pulsante proprio in quel lungometraggio. Al punto che il "Twin Peaks" del 2017 a tratti sembra più vicino ad esso che al proprio originale.
Né vengono concesse sottotrame che non siano strettamente necessarie: i personaggi secondari dell'originale giungono in scena talvolta solo per pochi secondi ed allontanati da ogni canonica forma narrativa; Lynch non li getta via: ne dipinge l'evoluzione in modo vivido con poche linee di dialogo ed altrettanto poche immagini; semplicemente vuole concentrarsi su altro, solo su alcuni dei personaggi dell'originale (Cooper in primis, ma anche il suo Gordon Cole, Albert Rosenfeld, il maggiore Garland Briggs e persino Diane ed il Philip Jeffries di David Bowie). Mentre tiene ai margini della narrazione quella "nuova generazione" di abitanti di Twin Peaks che, con le loro storia di tradimenti ed amori contrastati, fughe romantiche e violenza domestica, ben avrebbero potuto essere i protagonisti di un revival più convenzionale. Lynch è chiaro: niente più intrecci complessi di tradimenti, omicidi e gelosie, a far da padrone è il mistero cardine con i suoi risvolti; tutto il resto è arrocato tra gli ultimi fotogrammi degli episodi, lasciato a sedere al tavolo del Roadhouse, ai margini della pista dove i protagonisti si muovono. Persino l'atmosfera retrò è assente: il tempo e lo spazio sono più vicini alla realtà, anche se solo su di un piano esclusivamente virtuale.





THE RETURN

Se il primo "Twin Peaks" ruotava in parte attorno ad un "whudunnit", strutturandosi, alla propria base, come un mystery classico per poi divenire pian piano altro, il nuovo chiede allo spettatore qualcosa di più, ossia di capire cosa sia successo nei 25 anni successivi alla possessione di Cooper; cosa abbia fatto questo spirito maligno in tale periodo di tempo, cosa ancora tenti di fare e come quel suo mondo sia cambiato con esso. Mistero che si intreccia ad altri enigmi e a altri delitti, che toccano a tratti le storie di quei personaggi che avevamo lasciato appesi ad un filo nel 1991. Così come ogni singolo episodio finisce sulle note e tra le mura familiari del Roadhouse, unica concessione ad una forma mitigata di nostalgia verso quel mondo tanto amato, nonché stratagemma necessario per cercare di dare una chiusa temporanea al flusso magmatico di immagini. Mentre la narrazione si fa più densa e serrata e si adagia su simboli e, in parte, su di una numerologia inedita, talvolta ostica da interpretare.
La struttura stessa di questo "The Return" è esemplare.
La prima parte è la costruzione di una serie di misteri. Lynch riprende ciò che vuole e ciò che serve dal passato. E' chiaro sin da subito: questo è un ritorno, una continuazione, non la riesumazione nostalgica di un cadavere. Ed è dall'inizio che crea una serie di misteri, invita lo spettatore a domandarsi costantemente sulla natura di ciò a cui sta assistendo. Ogni singolo enigma viene sbriciolato, frammentato in vari interrogativi la cui risposta viene costantemente posposta. Non c'è, all'inizio, nessuna certezza, se non quella data dall'identità dei personaggi; e talvolta neanche quella.
Ciò fino al fatidico episodio 8. E' qui che tutto cambia. E' qui che lo strumento televisivo viene nuovamente disintegrato per essere riplasmato a forma nuova.
La narrazione, già fortemente "scossa" nel corso dei primi sette episodi con il rifiuto costante della linearità e la preferenza di uno stile elaborato ed al contempo laconico sino alla secchezza, viene demolita nell'ottavo con l'arma più forte che un autore possegga: l'immagine.
E' ora la sola immagine a divenire narrazione. Lo stato onirico della Loggia Nera, già fortemente presente, viene centuplicato sino a divenire piena coscienza, anzi nuova forma di coscienza narrativa. Solo per dare nuovo corso a storie e luoghi in realtà familiari: è qui che Lynch fa confluire tutto il suo cinema da "Eraserhead" a "Mulholland Drive" e "INLAND EMPIRE". E' nell'ottavo episodio che tutto ha una forma completa, primigenea, sia il mito che lo stile, sia la forma narrativa che la materia narrata. Episodio che quasi coincide con la metà esatta della stagione, ossia con la fine della prima parte di un ideale lungometraggio.
E la forma narrativa rigenerata ha così le vestigia della pura percezione; se il cinema di Lynch è narrazione che va intesa più che capita, l'ottavo episodio è una forma narrativa che va appunto percepita, più che intesa, dove il significato si annida in profondità ed al contempo sulla superficie di quelle strane, inquietanti e spiazzanti immagini, andando oltre ogni possibile forma di surrealismo simbolico.



Laddove il primo "Twin Peaks" era un enigma che si contorceva su sé stesso, disvelando poco a poco segni, significati ed altri misteri, il nuovo "Twin Peaks" è più simile ad un puzzle, un mosaico di luoghi e personaggi che formano un pò alla volta un'unica, variegata e variopinta figura.
Un puzzle i cui pezzi sono infiniti ed infinitamente frammentati; la narrazione, una volta parzialmente lineare, pur se anticonvenzionale, ora è solo anticonvenzionale: ad una messa in scena ai limiti del secco si contrappone un tono narrativo volutamente convulso, pieno di false piste e vicoli ciechi, dove lo spettatore è costantemente chiamato a formare nella sua mente l'insieme, a ricostruire l'immagine che Lynch ha perfettamente nella sua; a perdersi, in sostanza, in un mondo mai così alieno, astratto, "altro", eppure e forse proprio per questo ancora incommensurabilmente affascinante.
Ma è pur sempre un puzzle dove, alla fine, ogni singolo pezzo trova una sua collocazione, dove ogni numero ed ogni indizio portano ad una risoluzione, in un senso di compiutezza che ancora oggi manca a molta serialità televisiva. Se la prima parte della storia è frammentazione, la seconda è ricomposizione, in una ripresa di quella "schematicità astratta" propria, appunto, di "Mulholland Drive": alla fine del diciottesimo episodio sono pochi i risvolti a non trovare una chiusa, ad essere volutamente lasciati in sospeso per una possibile (si spera) quarta stagione.




Facile è stato, ad ogni modo, per il grande pubblico, odiare questa nuova incarnazione; troppo abituati ad un concetto di serialità ancora fortemente ancorata ai canoni del dialogo, della linearità più pura, della sovrapposizione di storie e personaggi dove ogni colpo di scena e risvolto di trama viene letteralmente servito loro su di un piatto d'argento. Un concetto di serialità si, adesso, più vicino al cinema, ma ancora lontano dagli stilemi più estremi, dove la sperimentazione vera spesso cede il posto alla riproposizione di formule collaudate e dove l'interesse è dato unicamente dalla storia, quasi mai dallo stile narrativo. Un concetto, in sostanza, ancora lungi dall'essere maturo e che Lynch porta un passo (se non più) verso quella maturazione che a molti è sembrato un tradimento nella migliore delle ipotesi, pura pretenziosità nelle peggiori.
Non bisogna quindi stupirsi del flop che (purtroppo) "The Return" è in effetti stato; il pubblico generalista e prettamente televisivo non era ancora pronto per il Lynch più vivo e viscerale; tolta la trepidante attesa prima della messa in onda dei primi, enigmatici, episodi, gli spettatori si sono via via disinteressati alle gesta del Doppleganger, di Dougie, Gordon Cole ed al mistero della Zona.
Ed il pubblico si è così idealmente diviso in due gruppi: coloro i quali avevano già amato l'originale "Twin Peaks" e, in seguito, il cinema di Lynch, da un lato; dall'alto i semplici conformisti, coloro i quali si sono avvicinati solo a questa nuova incarnazione perché attirati dal battage pubblcitario, dai tormentoni che tornavano a riempire le tv, le radio e per la prima volta le pagine del web; e che di fronte ad un puzzle di incredibile complessità, si sono scottati, solo per tornare a quella tv tanto più rassicurante, persa com'è nella riproposizione ad oltranza di cliché e formule che oramai sono ridivenute stantie.




EPISODIO 1

"See you in 25 years. Meanwhile...."
E' nel passato che si riparte, si ritorna a quelle immagini del 1991, dapprima quelle conclusive dell'ultimo episodio della seconda stagione, con Laura Palmer che profetizza il futuro a Cooper, poi con le prime immagini del primo episodio, rallentate sino a divenire innaturali, in un'atmosfera oltre l'onirico. Twin Peaks è di nuovo qui, ma è un luogo altro, uguale eppure diverso, stabile eppure evanescente.
L'agente Cooper (Kyle MacLachlan) è ancora in un altro luogo. Il Gigante (Carel Struycken) lo evoca da questo "ovunque" in cui si trova; cos'è questo luogo? E' forse la Loggia Bianca? Tutto quello che viene mostrato sembra, difatti, un opposto di quanto vi è nella Loggia Nera: l'illuminazione brillante e diffusa della Loggia Nera è qui invece sostituita da luci contrastate, i colori vivi da un livido bianco e nero, la quiete dai rumori arcani.
Ad ogni modo, il Gigante ha chiamato Cooper per proporgli un enigma: "E' nella nostra casa ora- non tutto può essere detto ad alta voce" due nomi, "Richard" e "Linda", il numero 430, oltre che un criptico suono, che ascolta per poi tornare lì da dove (non) è venuto.
Ma è davvero il Gigante? Nei titoli viene individuato con una serie di punti interrogativi. E' lui o solo una sua immagine? O forse è costui colui dal quale il Gigante ha "preso in prestito" l'identità?
A Twin Peaks alcuni volti conosciuti si riaffacciano: la signora del Ceppo (Catherine Coulson) avvisa un invecchiato Hawk (Michael Horse) che "qualcosa manca", che ha a che fare con Dale Cooper e sopratutto con il suo "lignaggio"; il passato ritorna, forse. Il dr. Jacoby (Russ Tamblyn) appare fugacemente indaffarato in una misteriosa attività. Così come Ben Horne (Richard Beymer), ancora alle redini del Great Northen, mentre suo fratello Jerry (David Patrick Kelly), (in)visibilmente invecchiato, si è dato al businness dell marjuana.
Ed i veri misteri cominciano ad affiorare, mentre l'unità di luogo viene infranta.






A New York, un ragazzo ed una ragazza (James Croak e Madeline Zima) vengono uccisi da un'entità malefica, all'interno di una dark room che a sua volta ne custodisce un'altra: una camera oscura, nelle forme e nei fatti, benché trasparente, ove gli spiriti maligni pare possano essere evocati.
A Buckhorne, in South Dakota, va in scena un bizzarro e raccapricciante delitto: la testa di una certa Ruth Davenport (Emily Stolfe) viene ritrovata mozzata nel suo letto e posata sopra il cadavere di un uomo non identificato. La polizia trova le tracce di un altro uomo, forse innocente, il preside Bill Hastings (Matthew Lilard).






Mentre tra i boschi, qualcosa di ancora più sinistro ha luogo: un uomo che ha le sembianze di Cooper e forse anche il nome, si incontra con due ragazzi, Darya (Nicole Laliberte) e Ray (George Monroe), in un bordello scalcinato, per preludere a qualcosa. E' Bob, da anni doppleganger dell'agente scomparso. Un Cooper diverso, dal capello lungo retrò uguale a quello di Bob, bardato in una giacca di pelle e sopratutto agghindato con una camicia i cui motivi ricordano la pelle di serpente. Laddove la giacca di Sailor in "Cuore Selvaggio" (1990) avente lo stesso motivo, era simbolo positivo di libertà ed individualità, ora la pelle del serpente riprende un valore primordiale, biblico, ricoprendo colui che è il Male libero nel mondo.







EPISODIO 2

"E' questo il futuro? O è il passato?"
Cooper è nella Loggia Nera; dinanzi a lui ricompare l'Uomo con un Braccio Solo, Philip Michael "Mike" Gerard (Al Stroebel). E, dopo, Laura Palmer (Sheryl Lee), 25 anni più vecchia, viva ma anche morta, pura luce, che ripete il cerimoniale visto alla fine del secondo episodio della prima stagione: sussurra qualcosa nell'orecchio di Cooper prima di scomparire. Un qualcosa che resterà mistero e che tornerà, come immagine, alla fine della stagione.
Cooper viene condotto da Gerard in un'altra ala della Loggia, dove risiede il suo braccio strappato (o forse è l' "Uomo da un altro Luogo", che nei "Missing Pieces" esclamava "I am the arm"?) divenuto albero senziente, che ricorda a Cooper del suo doppleganger e gli spiega di come esso debba tornare alla Loggia prima che lui possa uscirne.
Nel frattempo, Hawk vaga nei boschi alla ricerca dell'agente.
Bill Hastings, in prigione, ha un colloquio con la moglie Phyllis (Cornelia Guest); l'idillio familiare deflagra: Bill sogna di essere stato in casa di Ruth Davenport, Phyllis afferma di sapere che lui aveva cone lei una relazione extraconiugale, Bill rilancia rinfacciandole le sue, tra le quali quella con un certo George. Una visione enigmatica chiude la scena: a due celle di distanza da quella di Bill, una una figura ferma in una posa quasi cristologica, ma vestito come un barbone, totalmente dipinta di nero ed immobile, scompare; ed il suo volto sembra volare via.






Tornata a casa, Phyllis incontra il doppleganger di Cooper, che la uccide in modo simile a quanto accaduto a Ruth: un colpo d'arma da fuoco nell'occhio sinistro.
Bob-Cooper uccide Darya perché che scopre che un uomo misterioso, da Las Vegas, ha messo una taglia sulla sua testa; ma prima le mostra qulcosa: un asso di picche, simbolo di morte, con sopra disegnato uno strano segno; un simbolo che, successivamente, verrà associato a quell'entità nota come Judy o "Jowday", la "madre", colei che ha generato la Loggia Nera, forse il male nel mondo; il Doppleganger sembra essere sulle sue tracce, anche se non ne conosce il nome.



 Assieme ad una sua complice, Chantal (Jennifer Jason-Leigh), Cooper-Bob continua il suo misterioso piano. Il fantasma di Philip Jeffries, evocato nei dialoghi da Bob, fa intuire ciò che teme: sa di dover tornare alla Loggia Nera.
E lì il tempo ripiega su stesso: Cooper incontra Leland (Ray Wise) e con l'intercessione dell'Albero prova a liberarsi, finendo nella camera oscura a New York, poco prima della morte dei due ragazzi. Ma qualcosa lo riporta indietro.
Nel finale, ritorna il Roadhouse, ritornano James (James Marshall) e Shelly (Madchen Amick), che sembrano volersi avvicinare. E per un momento, compare anche Sarah Palmer (Grace Zabrieskie), sola in casa, mentre assiste alle immagini (profetiche?) di un documentario, con un branco di leonesse che divorano dei bufali.





EPISODIO 3


"L'assurdo mistero delle strane forze dell'esistenza"
Cooper è fuori dalla Loggia Nera.
Forse.
Perso in un non-luogo nel quale incontra un altro strano personaggio, una donna dagli occhi cuciti, Naido (Nae Yuuki), prigioniera dentro una stanza a sua volta contenuta nella cassetta di una presa elettrica persa nel vuoto. Il tempo è fuori fase, avanza per poi tornare indietro. L'unità di visione si sfalda, l'anticipazione distrugge l'unicità del punto di vista, che si fa così a-temporale, fuori dal normale flusso di coscienza.
Il cambio di setting è essenziale. D'altro canto, nel corso di 25 e più anni, i corridoi della Loggia Nera sono divenuti un mondo a noi familiare; questo non-luogo, immerso in colori cupi, destabilizza nuovamente la visione e si pone come nuovo luogo della mente ove siamo chiamati ad interpretare ogni singola immagine in cerca di un (vano?) significato.
Un'apparizione fantasma, quella del maggiore Briggs (Don Davis), forse perso anche lui nella Loggia, annuncia a Cooper una "Rosa Blu", un mistero nel mistero.





E fuori, il Doppleganger ha una crisi, alle 3 del pomeriggio, come i numeri che Cooper vede stampati sul retro della presa nel suo non luogo.
Ma c'è anche un terzo Cooper, chiamato Dougie, che torna nella Loggia Nera e permette al vero Cooper di uscire. D'altro canto, l'Albero era stato chiaro: per poter uscire, qualcuno doveva rientrare. E l'Uomo con un Braccio Solo scopre come Dougie sia in realtà una fabbricazione, una sfera dorata (creata dall'Albero?), marchiata con l'anello della Loggia.






Ad ogni modo, Cooper è ora tornato nel mondo reale. E a Qauntico, Gordon Cole (Lynch) e Albert Rosenfield (Miguel Ferrer) si apprestano ad incontrarlo.
Nel frattempo, il dottor Jacoby continua il suo strano piano: dipinge d'oro cinque pale. Mentre a Twin Peaks, Hawk, assieme ad Andy (Harry Goaz) e Lucy (Kimmy Robertson) cerca di capire cosa sia scomparso e cosa abbia a che fare con "il suo lignaggio".



EPISODIO 4

"E' la migliore giornata orribile della mia vita!"
Così come Pete/Fred in "Lost Highway", anche Cooper si ritrova nella vita di un altro, Dougie Jones, del quale conosce la moglie Jeany-E (Naomi Watts) ed il figlio Sonny Jim. Estraniato dal tutto, sembra avere una forma di ripresa nel momento in cui si specchia, in un riflesso uguale a quello che chiudeva la seconda stagione. Mentre l'Uomo da un Braccio Solo sentenzia come adesso uno dei due Cooper debba morire.






E dal passato riemergono nuovi volti. Bobby Briggs (Dana Ashbrook) è ora vicesceriffo; mentre lo sceriffo Harry Truman, malato, viene sostituito dal fratello Frank (Robert Forster). Così come torna l'immagine di Laura Palmer, che causa una crisi in Bobby e porta ad un mistero dal passato: prima di sparire da Twin Peaks, Cooper aveva incontrato il Maggiore Briggs e qualche giorno dopo questi era deceduto in un incendio. E sempre dal passato, riappare fugacemente Densie (David Duchovny) ora capo del F.B.I.







Mentre arriva in scena Wally Brando (Michael Cera), figlio di Lucy ed Andy, chiamato in onore di Marlon, che come questi ne "Il Selvaggio" è un motociclista che attraversa l'America.







Gordon, Albert e la bellissima agente Tammy Preston (Chrysta Bell) incontrano il doppleganger di Cooper in prigione e si accorgono di come ci sia qualcosa che non va. Interrogato, questi risponde di aver condotto un indagine sotto copertura assieme a Phillip Jeffries, infittendo le maglie del mistero. La "rosa blu" si fa sempre più difficile da decifrare.







EPISODIO 5

"La mucca è saltata sulla luna"
Alcuni misteri si svelano, molti altri si infittiscono, vecchie conoscenze ritornano, nuovi volti si presentano.
Il coroner addetto all'autopsia del cadavere maschile trovato sotto la testa di Ruth Davenport fa una scoperta spiazzante: nello stomaco del corpo c'è una fede che porta i nomi di Dougie e Janey.
Cooper, sempre bloccato nell'identità di Dougie ed identitariamente ancora perso, attraversa una strana giornata lavorativa, mentre la stessa forza che lo ha guidato a vincere alle slot machine gli rivela come il suo collega Anthony Sinclair (Tom Sizemore) stia mentendo alla compagnia di assicurazioni per la quale lavorano.
In prigione, il Doppleganger esclama come qualcosa sia ancora con lui, forse la forza maligna di Bob o forse l'identità di Cooper, scissa dallo stesso nel piano reale.







Un cercapersone, forse quello di Phillip Jeffries, suona una prima volta, chiamato da una donna in contatto con killer che seguono Dougie; la seconda volta, forse a causa del Doppleganger, dopo che questi ha terrorizzato la stazione in cui viene tenuto prigioniero. Al secondo segnale, si tramuta in qualcos'altro e scopriamo essere ubicato a Buenos Aires.
A Twin Peaks ritroviamo Mike Nelson (Gary Hershberger), ora tenutario di una concessionaria, il quale caccia da lavoro l'aspirante impiegato Steven (Caleb Landry Jones).
Al Double R ritroviamo Norma Jennings (Peggy Lipton), ancora bellissima nonostante l'età ed ancora padrona del locale. Anche Shelly lavora ancora lì ed il suo rapporto con Norma pare essere divenuto quello tra una madre ed una figlia; figlia che Shelly ha, nella persona della bellissima Becky (Amanda Seyfried), fidanzata con lo scapestrato Steven, il quale la costringere a chiedere soldi alla madre. Ma quel che è peggio, i due sono tossicomani e sniffano la coca in pieno giorno, di fronte allo sguardo delle due madri, putativa e non. La missione dei Bookhouse Boys sembra essere fallita del tutto.






Viene introdotta anche la moglie dello sceriffo Frank Truman, Doris (Candy Clark), la quale lo assilla voracemente per delle faccende domestiche.
L'arcano riguardante il dr.Jacoby si svela: la sua pala d'oro altro non è se una sedicente e truffaldigna "pala magica" che cerca di vendere tramite una scalcinata trasmissione cospirazionista che trasmette ogni sera via Internet. E tra gli spettatori figura persino Nadine (Wendy Robie).
Al Pentagono, il colonnello Davis (Ernie Hudson) viene informato dell'ennesima comparsa di un segnale da parte del maggiore Briggs, scomparso da 25 anni che per ben 16 volte ha tentato di contattare i suoi ex compagni. Davis incarica così delle indagini il tenente Knox (Adele René).
Mentre al Roadhouse, uno strano individuo chiamato Richard Horne (Eamon Farren), forse parente dei due potenti fratelli, sembra invischiato in un giro di droga e si atteggia ad incarnazione di quella malvagità terrena simile al Frank Booth di "Velluto Blu", minacciando di stupro una ragazza.





EPISODIO 6

"Fottuto Gene Kelly! Fanculo!"
Come accadeva in "Berlin Alexanderplatz", anche in "Twin Peaks" la scena iniziale di un episodio coincide con quella finale dell'episodio precedente; Dougie è solo, fermo davanti alla statua di un cowboy. Dopo essere stato riaccompagnato a casa dalla polizia, Dougie ha una visone dell'Uomo con un Braccio Solo, lo spirito che lo guida dalla loggia, il quale gli indica il lavoro da fare. Mentre Jeany, il giorno successivo, chiude la faccenda del debito.







Un ruolo si ribalta: Richard Horne, che nell'episodio precedente era stato introdotto come una figura maligna e pericolosa, viene schiacciato a sua volta dalla figura di Red (Balthazar Getty), uno spacciatore più grande di lui, che lo redarguisce e, con un surreale gioco di prestigio, ne annichilisce la persona.







Il guardiano del trailer park di "Fire Walk with Me", Carl Rodd, riappare, sempre interpretato da Harry Dean Stanton, per assistere ad una scena orribile: Horne investe un bambino sotto gli occhi increduli della madre ed il vecchio guardiano assiste all'ascesa della sua anima in cielo.






Il misterioso miliardario di Las Vegas ordina un duplice omicidio: quello di Dougie (che sia lui il creditore?) e quello della donna che contattava i killer, la quale viene uccisa da uno strambo assassino nano.
Hawk sembra risolvere un mistero: così come una moneta sembra aver segnato il destino di Horne, una moneta con inciso un capo indiano gli indica uno strano luogo dove viene celata una lettera, ossia la porta di uno dei bagni. Nel frattempo, il comportamento ossessivo-compulsivo di Doris si scopre avere una base drammatica: il suicidio del figlio, ex soldato che si è tolto la vita forse a causa degli orrori della guerra. Guerra che torna anche nei dialoghi tra il guardiano del trailer park ed un suo vicino, la cui moglie è stata mutilata in combattimento.
E dopo 25 anni, il mistero più arcano di tutta la serie viene svelato: Albert Rosenfeld incontra Diane, la donna per la quale Cooper registrava le audiocassette, che ha il volto di Laura Dern, contornato da un caschetto biondo platino da dark lady.





EPISODIO 7

"Sapevo che eri tu. E' bello rivederti, Diane"
Dopo 25 anni, Diane e Cooper si incontrano. Anzi, si reincontrano. Il carattere duro e strafottente della donna viene piegato sino a spezzarsi. Non sappiamo cosa sia successo "quella notte" a casa sua, ma lei conferma ciò che Gordon e Rosenfeld sospettavano: quell'uomo non è Cooper; o meglio, è lui, ma gli manca la sua anima.







Ed il Cooper malvagio ha la situazione in pugno: facendo un nome misterioso, Joe "Mr.Strawberry" McClusky, evoca spettri sepolti da tempo dal direttore del carcere e riesce a fuggire.






A Twin Peaks, le tessere del puzzle si allineano. Quelle trovate da Hawk sono alcune delle pagine mancanti del diario di Laura Palmer. Assieme a Frank Truman, le analizza ed un passo salta all'occhio, quello dove racconta il sogno in cui Annie le parla di Cooper. Adesso anche loro sanno dello sdoppiamento e di come un Cooper malvagio si aggiri nel mondo.







Un'immagine fuori fuoco, una figura misteriosa si muove sullo sfondo: la creatura "evaporata" dalla cella nell'episodio 2 riappare negli uffici del coroner dove il Tenente Knox visiona il corpo trovato sotto la testa di Ruth Davenport; a quanto pare è davvero quello del Maggiore Briggs, ucciso dal Doppleganger 25 anni prima nella Loggia Nera e poi "vomitato" nel mondo reale.







Mentre di nuovo a Twin Peaks, un altro mistero sorge: il padrone del camion sul quale viaggiava Richard Horne dice di voler dire la verità in merito ad Andy, ma di non poterlo fare al momento; c'è qualcosa che sembra richiamarlo. Ed il suo aspetto non ricorda forse quello della strana figura che si muoveva dietro Knox?







Dougie viene interrogato dai poliziotti sull'esplosione della sua auto, causata dalla bomba con la quale il misterioso mandante ha cercato di ucciderlo. Fuori dal suo ufficio, viene aggredito dal killer nano e qualcosa scatta in lui: guidato dall'Albero, sembra far riemergere per un attimo la personalità di Cooper, ora apparentemente più presente.







Al Great Northern, Ben Horne assieme alla sua assistente Beverly Paige (Ashley Judd), forse sua amante, assiste ad uno strano fenomeno: un suono che sembra appestare una stanza, ma la cui fonte non si riesce a rintracciare.






EPISODIO 8

"Got a light?".
Il Doppleganger è fuggito assieme a Ray.
Viene tradito: Ray lo uccide affermando di conoscere il segreto a cui tiene, composto da una serie di numeri.
Qualcosa ha inizio. La figura nera appare, centuplicata, ed assalta il corpo di Cooper, da cui estrae il seme di Bob. Il Doppleganger sembra morto. Solo per poi risorgere.







Nel mentre, al Roadhouse, va in scena una performance di Trent Razor ed i Nine Inch Nails. Ma c'è qualcosa di sinistro: ad annunciarla è la stessa figura che accoglieva Cooper nella Loggia Nera ed il testo della canzone sembra riferirsi a Laura Palmer. E' davvero il Roadhouse quello che abbiamo sotto gli occhi?







Ed è qui che tutto cambia.
Si torna all'origine di tutto, dall'idea base di "Twin Peaks" ed al cinema di Lynch.
Si torna alle atmosfere distorte e malate di "Eraserhead", si torna al cinema puramente concettuale, al surrealismo simbolico.
Si torna al 1945, nel New Mexico. Si torna al Big Bang primigeneo, al momento in cui forse tutto ha avuto inizio.







La scissione dell'atomo, ossia della materia stessa. L'unità è sciolta, ora esistono due facce. Bianco e Nero.







Una creatura misteriosa, forse la "madre", forse colei che più avanti sarà identificata come "Jowday", forse entrambe, genera qualcosa da cui fuoriesce anche il seme di Bob. La Loggia Nera? La Materia di cui è composta?







Il "convenience store" citato dall'Uomo con un Braccio Solo durante l'interrogatorio 25 e più anni fa, ora ci appare nella sua prima incarnazione, prima delle visioni di "Fire Walk with Me". Ed è qui che si riversano le figure nere, spiriti maligni generati dalla Materia della Loggia Nera.






Nel Mondo tra i Mondi, nel Non-Luogo in cui Cooper si è perso/si perderà, quello che verrà indicato come "la Zona", o forse in un altro luogo ancora, forse in quella che è in realtà la Loggia Bianca, al di là del tempo e dello spazio. Un'altra figura femminile (Joy Nash) siede in una stanza, mentre un allarme suona. La figura con le fattezze del Gigante appare.






Si sposta ad un piano superiore, in una stanza che richiama il teatro di "Eraserhead" e al contempo il Club Silencio di "Mulholland Drive".






Qui assiste al momento generativo. E decide di generare anch'egli un luogo, forse è questa la Loggia Bianca, all'interno della quale è possibile scorgere il viso di Laura Palmer. O forse l'intero "sogno" nel quale vivono tutti i personaggi. O forse, questo globo dorato altro non è che la stessa Laura Palmer, doppio del seme nero di Bob: dove questi è il "male degli uomini", Laura è forse il bene. E come per la sua controparte, anche questa materia scende sulla Terra.




Dieci anni dopo, nel 1956, sempre in New Mexico.
L'atmosfera è nuovamente diversa. Sembra di essere in un film di fantascienza di Serie B anni '50. Due giovani rientrano a casa dopo una serata romantica, in un piccolissimo paesino nei pressi del deserto.




Da un uovo simile a quelli generati dalla Loggia Nera fuoriesce una strana creatura, che si insinua dentro la ragazza (Tikeani Faicrest).





Nel frattempo, le figure nere invadono il luogo ed uccidono chiunque capiti a tiro. Alla stazione radio locale, una di queste uccide il Dj e comincia a trasmettere una sinistra frase: "Questa è l'acqua e questo è il pozzo. Dissetati e discendi. Il cavallo ha occhi bianchi ed oscurità dentro".






EPISODIO 9

"E cosa succede nella seconda stagione?"
Il cinismo di Albert si fa metareferenziale. E Lynch si ricollega direttamente al passato, a quel primo episodio della seconda stagione dove, in una scena dalla bellezza commovente, il Maggiore Briggs si apre a suo figlio Bobby, raccontandogli del sogno, di come avesse avuto una visione di suo figlio che viveva una vita pacifica, piena di armonia e gioia, di come lo abbia abbracciato sentendo un caloroso affetto. Quella visione è ora divenuta realtà, come sottolinea la signora Briggs (Charlotte Stewart), la quale consegna a Bobby, Hawk e Truman l'ultimo lascito del Maggiore: uno strano contenitore, che solo Bobby riesce ad aprire, il cui contenuto, indirizzato proprio a lui, è composto dalle indicazioni su come raggiungere la Loggia Nera.









Il cammino di Gordon Cole, Diane, Albert e Tammy si incrocia con quello di Knox: giunti all'obitorio, dinanzi al corpo del Maggiore Briggs, il gruppo realizza di come si tratti del vecchio caso "Rosa Blu" e di come Cooper sia coinvolto nell'omicidio.





Omicidio il cui mistero si disvela, almeno in parte: Hastings e Ruth Davenport, oltre ad essere amanti, erano sulle tracce della "Zona", una dimensione alternativa, nella quale hanno contattato il Maggiore Briggs, lì da 25 anni, ossia da quando il Doppleganger lo ha ucciso; Hastings rivela come tra loro ed il Maggiore ci sia stato uno scambio di informazioni, numeri relativi a delle coordinate, e come lui sia scomparso subito dopo; e, sopratutto, come immediatamente dopo la sua scomparsa, delle strane figure (forse gli uomini neri) abbiamo ucciso Ruth.




Il Doppleganger si risveglia il mattino dopo la sua non-morte ed incontra Chantal e Gary, detto "Hutch" (Tim Roth), rivelando come sia in contatto con l'uomo di Las Vegas, Duncan Todd (Patrick Fischler) e sopratutto con Diane, alla quale invia un messaggio criptico: "Attorno al tavolo da pranzo la conversazione è vivace".





Sempre a Las Vegas, i tre detective Fusco (Larry Clarke, Edel Edelsteins e David Loechner) buffi ma stranamente inquietanti, catturano l'assassino, Ike "The Spike" (Cristophe Zajak-Denek), che ha cercato di uccidere Dougie.






EPISODIO 10


"Cosa resterà nelle Tenebre?"
Il tradimento si insinua nelle trame.
Mentre il gestore del trailer park intona una canzone d'amore, l'idillio tra Becky e Steven si spezza: la violenza coniugale macchia quella che sembrava una disfunzionale love-story e Becky è costretta a subirla passivamente.






Un'altra violenza priva di controllo esplode nuovamente, quella di Richard Horne, che si riaccende due volte: prima uccide una donna, sua conoscente, poi aggredisce Sylvia Horne (Jan D'arcy), la quale rivela di essere sua nonna, per rubarle i soldi, dinanzi a Johnny (Eric Rondell), personaggio che è invece costretto a restare legato ed imbavagliato per evitare di autolesionarsi. Richard fa anche calare la maschera del vicesceriffo Chad (John Pirruccello), personaggio la cui sgradevolezza anche estetica è sinonimo della sua corruzione morale e materiale.






Allo stesso modo, Diane si conferma complice di Cooper-Bob, ma Tammy riesce ad intercettarne i messaggi e a rivelarne la natura a Gordon.
Proprio Gordon è protagonista di una scena bizzarra ed emblematica: aprendo la porta della sua stanza d'albergo ad Albert, ha una visione di Laura Palmer che grida. E poco dopo scopre come il Doppleganger sia collegato alla stanza di New York: che sia davvero lui il misterioso miliardario che sembra muovere le fila di Todd? Ed è stato davvero quest'ultimo ad ordinarne l'omicidio?






Proprio Todd mette in atto un piano per disfarsi di Dougie, ora che Ike è stato arrestato; con la complicità di un altro traditore, Anthony, plagia i fratelli Mitchum (James Belushi e Robert Knepper) facendoli credere come lui sia la causa della perdita di premio assicurativo che spettava loro; lo strano duo, attorniato dalle tre "ballerine" identiche, tra cui una, Candie (Amy Shiels), attraversa una crisi esistenziale dopo aver accidentalmente ferito uno dei due fratelli, crede alle parole di Anthony e memore della colossale vincita ottenuta da Cooper-Dougie, comincia a meditare vendetta.





La Signora del Ceppo riappare, sempre in contatto con Hawk, proferendo una profezia sinistra: tutto sta svanendo, forse nelle tenebre non resterà alcunché, neanche la luce delle stelle, come canta Rebekah Del Rio nel finale; ed in qualche modo, Laura è ancora e di nuovo la chiave di tutto.




E dal passato torna un nuovo tassello del puzzle che fu e che ora ha nuova forma: Nadine, che già sappiamo essere appassionata della trasmissione del dr.Jacoby, si scopre ora essere innamorata di lui; e, ancora più spiazzante, è riuscita a trasformare in un businness vero e proprio la sua vecchia intuizione sulle guide per tende silenziose.





EPISODIO 11

"C'è Fuoco lì dove andrete"
Il cammino dello sceriffo Truman e di Hawk, tracciato anni prima dal Maggiore Briggs, si colora di nero, il nero delle fiamme di un fuoco dannato che lì potrebbero trovare, stando ad un'antica mappa indiana ed alle parole della Signora del Ceppo. LA mappa porta inoltre un simbolo conosciuto: quello della "madre", che appare nei cieli sopra i boschi ed Hawk sottolinea l'estremo pericolo che rappresenta.




Per un mistero che si presenta, uno si risolve, forse. Gordon, Diane, Tammy e Albert giungono nel luogo dove Bill Hastings e Ruth Davenport hanno incontrato Briggs. Una porta verso la Zona è ancora aperta e Gordon ha una visione degli uomini neri. Uno dei quali riesce ad uccidere Hastings. E lì compare anche il cadavere decapitato della Davenport, con le coordinate dettate dal Maggiore ancora annotate sul braccio. Il luogo in cui il collegamento con la Zona è apparso è in una strada che porta il nome di "Sycamore", ossia "acero", così come nei boschi di aceri vicino a Twin Peaks vi è l'entrata per la Loggia Nera; e così come Cooper è divenuto Dougie in un'altra Sycamore Lane, a Las Vegas.




Mentre a Twin Peaks qualcosa di sinistro accade. La donna aggredita da Richard Horne si è salvata e viene ritrovata mezza morta nell'erba da un gruppo di ragazzini, in modo non dissimile da come Jeffrey ritrovò l'orecchio mozzato in "Velluto Blu".
Becky scopre il tradimento di Steven. Folle di gelosia, prima aggredisce (per sbaglio) sua madre Shelly, poi spara verso la porta ove si è consumato il tradimento. Ma Steven non è lì, bensì più sotto. E con lui appare una figura quasi irriconoscibile: la piccola Gersten Hayward (interpretata sempre da Alicia Witt), che nella prima stagione era una bambina che suonava allegramente il pianoforte, ora è una donna matura.




Ripresasi, Becky si ricongiunge con la madre ed il padre: Bobby Briggs, il quale la ammonisce su Steven. E come in un gioco di specchi, Red appare dal nulla: simile nei lineamenti a Bobby, identico nel modo di fare a lui quando era ancora un giovane scapestrato, chiama a sè Shelly, la quale corre tra le sue braccia; un'altra relazione extraconiugale con un personaggio che ha un "cuore selvaggio". In 25 anni Shelly non è cambiata e sua figlia è forse poco più di una sua versione più giovane e più innamorata.




Bobby assiste ad una scena singolare: un ragazzino fa partire un colpo dalla pistola del padre mentre è in macchina con i genitori. Nella macchina dietro di loro, una strana signora grida di essere in ritardo e di come "lei" sia malata. Dall'oscurità dell'abitacolo, emerge una strana figura che vomita come in preda ad una crisi mistica.




Mentre a Las Vegas la stramba storia di Dougie si colora di una nota ancora più folle. Grazie a lui, Bushnell Mullins (Don Murray), capo dell'agenzia assicurativa per cui lavora, scopre come l'incendio che aveva colpito l'hotel dei fratelli Mitchum non era di natura dolosa, quindi spetta loro il risarcimento per il quale vogliono ammazzarlo.





I due fratelli, grazie ad un sogno fatto da Bradley giusto qualche ora prima, non uccidono Dougie... perché ha portato con sé una torta di ciliege, su indicazione dell'Uomo con un Braccio Solo ed in una sorta di parodia grottesca del finale di "Se7en".
La vendetta si trasforma in gratitudine e quindi amicizia. Torna persino l'anziana signora alla quale Dougie aveva suggerito le slot vincenti, ora anche lei arricchitasi grazie a lui e anche lei eternamente grata.


EPISODIO 12


"... degli uomini stanno arrivando!"
Tammy viene ufficialmente reclutata a bordo del gruppo "Rosa Blu", così come Diane. Gordon afferma come inizialmente il capo del gruppo fosse nientemeno che Philip Jeffries.
Proprio Diane scopre come le coordinate annotate sul braccio di Ruth Davenport puntano verso un luogo solo in apparenza scontato: Twin Peaks.




A Twin Peaks, Sarah Palmer ha una crisi in un supermarket. Hawk la raggiunge a casa e sembra che con lei ci sia qualcuno, ma lei tergiversa negando di essere in compagnia.




Lo sceriffo Truman si mette sulle tracce di Richard Horne, dopo averne parlato con suo nonno Ben, il quale ha una singolare reminiscenza su di una bici che suo padre gli regalò quando era bambino.




Chantal e Hutch uccidono il direttore della prigione su ordine di Cooper-Bob.




In una scena inutile, ma estremamente divertente, scopriamo come Gordon abbia sedotto una bellissima donna francese, interpretata dalla splendida Bérenicé Marlohe. Scena che disvelerà il suo significato solo nell'episodio n°14, con il sogno fatto da Cole su di un'altra bellissima attrice europea.




Fa finalmente la sua comparsa Audrey Horne (Sherilynn Fenn), sposata con uno strano individuo, Charlie (Clark Middleton); i due hanno una lunga e strana discussione a proposito di un misterioso Billy, apparentemente l'amante di Audrey; e di Tina, forse anch'ella amante di Billy; nonché di un certo Chuck, che pare abbia rubato il camion di Billy prima che questi sparisse nel nulla. Audrey afferma di volerlo andare a cercare al Roadhouse.




Qui si chiude come di consueto l'episodio; ma non prima che due avventrici discutano delle vicissitudini di alcuni loro conoscenti, tutti rigorosamente fuori scena, in un'ideale parodia degli intrighi e tradimenti che resero celebre le prime due stagioni della serie.




EPISODIO 13

"Mi sento come se non fossi qui!"
Il Doppleganger raggiunge Ray e lo trova in compagnia del suo "capo", un bruto chiamato Renzo (Derek Mears); tra i membri del gruppo, spunta anche Richard Horne. Il covo della banda è un'ideale dark room, dove un gigantesco monitor permette di guardare attraverso il sistema di telecamere: la dissociazione tra immagine e persona si assotiglia in un posto essenziale, che si riconnette alla Loggia Nera. E' qui infatti che Cooper-Bob scopre il mandante del suo assassinio: niente meno che Philip Jeffries, il quale ha persino fatto avere a Ray un anello della Loggia. 




Ma è il Doppleganger a trionfare; dopo aver ucciso Renzo a sangue freddo, giustizia anche l'ex compagno di crimini, facendoli confessare dove si trovi Jeffires: un posto chiamato "L'Olandese".




Dougie è oramai divenuto amico dei Mitchum, i quali sommergono lui, la sua famiglia ed il suo capo di regali. Anthony ha un ultimato da Duncan Todd: un giorno per ucciderlo. Il suo piano di avvelenarlo va presto a farsi benedire: Dougie si fissa sulla forfora che copre la sua giacca e lui ha una crisi ed una catarsi, capendo di non volerlo uccidere per davvero. Decide allora di confessare i suoi crimini a Bushnell ed aiitarlo ad incastrare Todd e gli agenti di polizia che comanda.




A Twin Peaks, la sig.ra Palmer è sola in casa, ad ubriacarsi. Guarda un vecchio incontro di boxe alla televisione, che stranamente è vero in un inquietante loop.




Nel frattempo, al Double R, ritroviamo Big Ed Hurley (Everett McGill) cenare assieme a Norma. Ma i due, purtroppo, non sono di nuovo una coppia: il di lei amante, Walter (Grant Goodeve) li interrompe ed informa la donna di come il franchise del Double R, da lui promosso, stia finalmente creando profitto.




Mentre il Dr. Jacoby incontra finalmente la sua fan Nadine, Audrey è ancora in casa con il marito, alla disperata ricerca del fantomatico Billy; ma ora avverte una sensazione strana, come di sdoppiamento.




Al Roadhouse, l'annunciatore che già aveva introdotto i Nine Inch Nails, annuncia una performance d'eccezione: James Hurley canta "Just You", facendo colpo su di una bella ragazza.




Ma a chiudere l'episodio è l'Hurley più anziano: Big Ed è alla sua stazione di servizio. E' solo, con lui non ci sono né Norma, nè Nadine.





EPISODIO 14

"Siamo come un sognatore, che sogna e poi vive nel sogno".
E' tempo di rivelazioni. Ed in "Twin Peaks" la verità viaggia sempre nel subconscio e riemerge nei modi meno ortodossi.




Gordon Cole racconta di aver fatto un sogno; di aver sognato Monica Bellucci; scena che inizia in modo beffardo, con Lynch che vuole farci credere la sua inutilità, al pari di quella con il cameo di Berencie Marhlò, ma che ben presto si fa importante; la Bellucci, in un gioco di specchi tra realtà, finzione e finzione nella finzione, profetizza a Cole la medesima frase di Philip Jeffreis: quello che stanno vivendo è un sogno, un'opera; ma chi è colui che sogna? Lynch, sogno nel proprio sogno, non è l'artefice della storia in cui si muove, né l'autore dei propri gesti.




E da "Fire walk with Me" torna proprio Philip Jeffreis, torna David Bowie, a cui l'episodio è dedicato. Gordon prima, Albert poi, ricordano la ricomparsa di Jeffreis, quando ritornò a Philadelphia senza tornarvi; e ricordano la profezia che fece su Cooper.




Ma non prima di altre due rivelazioni, una più succulenta dell'altra. Albert spiega a Tammy l'origine della sezione "Rosa Blu": nel 1975, Gordon e Philip erano sulle tracce di una certa Lois Daffy, che viene ritrovata in un motel, dove una donna le ha sparato. Prima di morire, Lois afferma di essere come una rosa blu; e chi l'ha uccisa è anch'ella Lois Daffy. Tammy allora sottolinea come la rosa blu non esista in natura, sia un qualcosa di sintetico, di artificiale; così come la Lois che è stata uccisa ha voluto far intendere, lei era un costrutto, un "tulpa", riferimento alla credenza tibetana sulla capacità della psiche umana di creare un costrutto virtuale, un'entità vivente che trae origine dalla psiche in stato di meditazione, che nella serie diviene un doppio vero e proprio.
E Diane rivela un pezzo essenziale del grande puzzle che è la terza stagione: Janey-E è sua sorella. Gordon emette quindi un mandato di cattura per lei e Dougie.




Hawk, Truman, Bobby ed Andy si incamminano verso le coordinate lasciate dal Maggiore Briggs e fanno una scoperta sinistra: sotto al passaggio per la Zona e per la Loggia, c'è la Donna dagli Occhi Cuciti, Naido.
Il gruppo viene trasportato nella Zona ed assistiamo all'incontro tra Andy ed il Gigante, il quale si fa conoscere come "the Fireman", ossia l'Uomo del Fuoco; Andy ha una visione sulle origini della Loggia, sugli Uomini Neri e su Laura Palmer.




Tornati al bosco, gli agenti trovano Andy con in braccio Naido, il quale afferma come ella sia importante e ci sia qualcuno che la vuole morta (forse la "madre").
Naido viene chiusa in cella per la sua sicurezza, di fianco a Chad, il quale è stato arrestato prima dell'inizio dell'escursione; e sopratutto di un inquietante ubriaco dal volto sfregiato (Jay Aaseng), il quale urla versi da scimmia come fecero Bobby e Mike contro James oltre 25 anni prima; che sia lui la scimmia che appariva tra in fotogrammi di "Fire walk with Me" nelle sequenze oniriche e nella Loggia Nera?




Ma una rivelazione ancora più sconvolgente è dietro l'angolo: la sig.ra Palmer è posseduta da uno spirito maligno, forse la "madre" (non) incontrata da Cooper nella Zona.




Sempre a Twin Peaks, James, nel giorno del suo compleanno, ha una singolare conversazione con un suo collega di origini inglesi, Freddie Sykes (Jake Wardle); quando viveva ancora a Londra, è stato portato nella Zona, dove il gigante gli ha detto di comprare un guanto che gli avrebbe dato la forza di una pressa e che ora non toglie mai; il Gigante gli ha anche detto di recarsi a Twin Peaks, Washington, Usa, dove "il suo destino si sarebbe compiuto". I due sorvegliano uno strano posto: il locale caldaia di un magazzino, dove qualcosa di sinistro sembra risiedere.




Al Roadhouse, due ragazze discutono di Billy; una delle due afferma come qualche sera prima si sia introdotto in casa sua, sanguinante, scavalcando il cancello con un solo balzo; ed afferma di sapere come sua madre sia la sua amante: il nome di quest'ultima donna è Tina.





EPISODIO 15

"Chi è Judy?"
Lynch apre l'episodio con un epilogo, quello della love.story tra Big Ed e Norma. Dopo 25 anni i due riescono a coronare la loro storia d'amore, dopo che Nadine ha deciso di "lasciare libero" il marito. Ma non prima che Lynch stesso tenti di depistarci, facendoci credere, in un primo momento, come tra i due ci sia Walter, il quale viene invece liquidato dalla donna, in tutti i sensi.




Ai colori caldi, alle note di Otis Redding ed alla giovialità della prima scena, si contrappone la seconda, importantissima, sequenza dell'episodio: il Doppleganger incontra Philip Jeffries.
Accompagnato da uno degli uomini neri, il Doppleganger attraversa il visibile, scomparendo come una carica di elettricità statica; il simbolo prinicpale di Lynch, la luce ad intermittenza per sottolineare la sensazione di paura, trasfigura così i personaggi in vere e proprie emozioni semoventi.




Al Convenience Store, il Doppleganger attraversa la non-porta del secondo piano; qui si ritrova nella Zona, situata al contempo sopra il negozio e tra i boschi: oltre al tempo, adesso anche lo spazio viene scisso; e Lynch dà vita all'ubiquità di luoghi con un'immagine al solito semplice, eppure efficacissima: la sovrapposizione di due inquadrature.




Jeffries si rivela, ma non è come lo si potrebbe attendere: nella Zona, ha la forma di una vecchia teiera, la cui sagoma è del tutto simile alla campana del gigante (ed è doppiato da Nathan Frizzell). Qui rivela al Doppleganger come abbia ordinato di ucciderlo e lo pone davanti ad un quesito, quello su di una certa "Judy", che già durante la sua apparizione a Philadelphia aveva nominato. Jeffries da al Doppleganger le coordinate per raggiungere Judy: sono le stesse che portano a Twin Peaks, trovate sul cadavere di Ruth Davenport.




Uscito dalla Zona, il Doppleganger viene raggiunto da Richard Horne; questi confessa di conoscerlo: sua madre Audrey ha conservato una sua foto di quando era un agente FBI; che Richard sia in realtà figlio del Doppleganger?
I due si recano a Las Vegas, dove Hutch e Chantal hanno ucciso Duncan Todd.




Un'altra storia giunge (forse) all'epilogo; nei boschi subito fuori il trailer park di Carl Rodd, Steven è in preda ad una crisi assieme a Gersten; ha una pistola, dopo che la ragazza si è allontanata, si ode un colpo.




James e Freddie sono coinvolti in una rissa al Roadhouse: James ha l'ardire di rivolgere la parola a Renee, la donna che aveva affascinato con la sua canzone, dinanzi al marito, che lo colpisce; Freddie difende l'amico con la sua mano guantata e manda gli assalitori in coma. I due finiscono in cella assieme a Chad, lo strano ubriacone sfregiato e Naido.
La Signora del Ceppo, Maraget Lanterman, spira durante la notte; ma prima, riesce ad avere un'ultima conversazione con Hawk, nella quale lo avvisa di stare attento ad un uomo su Blue Pine Mountian.




Il purgatorio domestico di Audrey si infiamma: scocciata dal suo atteggiamento, picchia il marito, rivelandogli tutto il suo astio.




Durante la visione di di una scena di "Viale del Tramonto" (al quale Lynch si è ispirato per il suo personaggio), Dougie ha un'illuminazione: al sentire la frase "Get Gordon Cole", infila una forchetta nella presa di corrente e resta fulminato.



EPISODIO 16

"Io sono l'F.B.I."
Richard ed il Doppleganger non sono in realtà diretti a Las Vegas. La loro destinazione è una roccia in mezzo alle campagne, luogo indicato da due delle tre serie di coordinate che il Doppleganger ha ricevuto.




Questi manda Richard sul luogo esatto indicato e qui si accade qualcosa: una scarica elettrica folgora a morte il ragazzo, il quale scompare. Era una trappola orchestrata per far tornare il fuggitivo alla Loggia. Prima di andarsene, il Doppleganger fuga ogni dubbio dalla mente dello spettatore: Richard era davvero suo figlio. Il tutto avviene sotto gli occhi esterrefatti di Jerry Horne, che da giorni vagava per i boschi in preda agli allucinogeni e si ritrova per puro coincidenza ad assistere alla scena.




Dougie si sveglia dal coma; ora ha ripreso pienamente controllo delle sue facoltà mentali: Cooper è tornato.




Avvisato dall'Uomo con un Braccio Solo della latitanza del Doppleganger, Cooper riceve da questi l'anello della Loggia e chiede lui di preparare un nuovo seme da una sua ciocca di capelli.




Congedatosi da Jenay e Sonny-Jim, Coop, con l'aiuto dei redenti e sorridenti fratelli Mitchum, si incammina verso Twin Peaks, dove l'ultimo atto è pronto a svolgersi.




Nel frattempo, sempre a Las Vegas, va in scena una tragedia dell'assurdo: Hutch e Chantal, appostati fuori casa di Dougie, vengono trucidati per un motivo futile da un vicino.




Diane invia al Doppleganger le coordinate dell'ufficio dello sceriffo di Twin Peaks e si reca da Gordon, Albert e Tammy. Qui racconta di come abbia recinontrato Cooper anni prima, qualche tempo dopo la sua scomparsa da Twin Peaks, di come abbia capito come in lui ci fosse qualcosa di spaventoso ed abbia subito violenza da questo.




Ma c'è qualcosa che non va: non sa perché lo stia aiutando. Lo fa perchè "non è lei" e punta un'arma verso gli agenti, i quali rispondo al fuoco e, sotto gli occhi esterrefatti di Tammy, Diane scompare: era una tulpa.




Nella Loggia Nera, Diane viene ricevuta dall'Uomo con un Braccio Solo, come conferma come "qualcuno l'abbia creata". Diane svanisce ed al suo posto compare un seme, lo stesso che ha generato Dougie.





Audrey e suo marito arrivano finalmente al Roadhouse, subito dopo una performance di Eddie Vadder; ma quanto tempo è davvero passato?




L'annunciatore introduce la "danza di Audrey": la donna, come in trance, inizia al ballare al centro della sala, che si è sgomberata per farle spazio. Ma qualcosa non va, avverte qualcosa di sbagliato. Un'immagine, un flash si intromette nella scena e lei, cosciente, chiede aiuto al marito.




Cosa è dunque questo Roadhouse? Un doppio di quello vero, mischiato di volta in volta con l'originale, la cui differenza è data davvero dalla presenza dell'annunciatore che accolse Cooper, 25 anni prima, nel bosco al di fuori della Loggia Nera?





EPISODIO 17

"Viviamo dentro un sogno!"
Finale di stagione, con gli ultimi due episodi trasmessi assieme, a formare un'unico evento; due episodi opposti e complementari, il primo onirico e visionario, il secondo più secco.
L'ultimo pezzo del puzzle viene scoperto. La Judy invocata da Philip Jeffries è un'entità antica di pura malvagità (forse la "madre" che ha generato la Loggia Nera ed il seme di Bob), chiamata "Jowday", sulle cui tracce si erano messi lo stesso Jeffries dapprima, poi anche Cooper e Briggs, poco prima degli eventi del finale della seconda stagione.
Ed a Twin Peaks, tutti i personaggi sono pronti per l'ultimo atto.
Ma prima, un nuovo mistero. Il Doppleganger arriva a Twin Peaks, passando però per la Zona, dove ad attenderlo ci sono il Gigante, il Maggiore Briggs e, sopratutto, dove possiamo osservare una stanza piena delle campane, collegate tra loro da cavi elettrici.



Il Doppleganger sembra voler raggiungere la casa di Sarah Palmer; forse sa che la "madre" è dentro di lei; ma il Gigante, dopo averlo intrappolato in una gabbia, lo invia invece alla stazione dello sceriffo, dove ad attenderlo ci sono e ci saranno tutti gli altri personaggi.




Ogni personaggio recita il suo ruolo. Il Doppleganger viene scoperto, ma è Lucy, come nella visione di Andy, ad immobilizzarlo. Giunto sul posto, Cooper e gli altri personaggi possono solo assistere al dipanarsi degli eventi: Bob viene distrutto da Freddie e dal suo "pugno-pressa".





Ma, nel momento in cui giunge alla stazione, Cooper ha una dissociazione simile a quella avuta anni prima durante l'apparizione di Jeffries: osservatore ed osservato si scindono, riesce a vedere i fatti da un duplice punto di vista e realizza come tutto quello che accade è un sogno, una finzione.
Una soluzione all'enigma cardine sembra disvelarsi: se Jeffries e Cole sanno di vivere in un sogno (frase che adesso non ha più un mero valore metareferenziale), allora è possibile che l'intera Twin Peaks, così come gli altri luoghi mostrati nella serie, altro non siano che parte di quel sogno. Soluzione che troverà conferma proprio nel finale di stagione. Forse.



Un altro mistero si disvela: Naido è in realtà la vera Diane, dal cascetto rosso accesso, che può finalmente reincontrare Cooper.




Il Male è sconfitto, in parte. Ma non tutto è risolto. Cooper, ora dotato di una nuova coscienza, insegue Judy, recandosi nella zona e grazie all'aiuto dell'Uomo con un Braccio Solo e di Jeffries; quest'ultimo gli rivela come Judy sia a casa Palmer; ma nel farlo gli comunica un numero: "8", ossia un infinito, un nastro di Moebius che, percorso, riporta al punto di partenza, come la strada di "Lost Highway"; come il percorso che Coop stesso seguirà.
Cooper decide infatti di tornare indietro, quando Laura era ancora viva. E prima, si congeda da Gordon e Diane con una frase emblematica: "See you at the curtain call", ossia ci rivedremo alla fine dello spettacolo, nel momento in cui gli attori escono dai personaggi per tornare sé stessi.




Cooper usa una via segreta per accedere alla Zona. Un luogo metafisico che combacia con uno fisico, un luogo dove i mondi della mente si incontrano: nella zona caldaia che James e Freddie sorvegliavano, c'è una porta che può essere aperta solo con una chiave del Great Northen; la chiave che fu di Cooper, poi custodita da Gordon. Forse è da lì che viene generato lo strano rumore udito da Ben Horne.
Coop decide di cambiare la realtà, di cancellare il futuro: il cadavere di Laura scompare.




Dal passato torna un ultimo volto famigliare: quello di Jocelyn Packard (Joan Chen), scomparsa alla fine della seconda stagione e che ora Lynch cinge tra i fotogrammi di "Fire Walk with Me", come a voler premonizzare un suo ritorno. O forse qualcosa di più: se fosse lei ad essere divenuta, già 25 anni fa, Judy?
E proprio Judy, nel corpo di Sarah Palmer, uccide lo stesso la ragazza, la quale scompare dalle mani di Cooper. E ad accogliere entrambi, di nuovo nella Loggia Nera, c'è un opsite inatteso: Julee Cruise, che canta il tema della serie in chiusura dell'episodio.






EPISODIO 18

"E' questo il futuro? O è il passato?"
Cooper si ritrova in un punto fisso nel tempo, forse; nel momento in cui, nell'episodio 2, ha cercato di lasciare la Loggia Nera, incontrando l'Uomo con un Braccio Solo, il suo Braccio divenuto Albero Elettrico e Leland, il quale lo esorta (nuovamente) a trovare Laura.




Il Doppleganger è anch'esso nella Loggia, divorato dal Fuoco.




Il seme voluto da Coop genera il suo frutto: un altro doppio, questa volta buono, il quale si riunisce con Jeany-E e Sonny Jim.




Coop è fuori la Loggia (di nuovo) e, assieme a Diane, decide di arrivare sino in fondo. Guida per 430 miglia (il numero preconizzato dal Giante), lungo una strada che corre parallela ai tralicci dell'alta tensione, quindi inseguendo quell'elettricità che porta gli spiriti maligni; e da qui si ritrova fuori dal sogno, nel mondo reale. O, quantomeno, nel mondo in cui esistono coloro che sognano.




Dopo aver consumato un ultima notte di passione con Diane, Coop scopre la vera identità d Richard e Linda: sono loro due, le loro versioni in questo mondo. Diane si è unita (idealmente) con il suo doppio. O forse è Linda ad essersi unita con il suo doppio, la sera prima. Cooper, però, ha ancora coscienza di sé e continua a cercare Judy e Laura.




Un indizio inaspettato: un ristorante chiamato "Judy's". Coop entra ed ha un alterco con tre cowboy, i quali importunano la giovane e bella cameriera. Ma il Cooper che esiste fuori dal sogno è diverso dall'affabile e calmo agente dell F.B.I. che conosciamo: in lui c'è un che di Bob. Con una calma ed una prescisione glaciali, sconfigge gli assalitori e rintraccia l'altra cameriera del posto, assente. La quali altri non è che Laura Palmer. O, per meglio dire, Carrie Paige, colei che (forse) ha sognato di essere Laura Palmer.




Una Donna diversa, eppura anch'ella persa in un incubo, dal quale Cooper la tira fuori, per portarla a Twin Peaks. Nella sua casa vediamo due simboli essenziali: il cadavere di un uomo, ossia quella morte che dall'inizio della serie l'ha segnata; ed un soprammobile a forma di cavallo bianco.




Ma la Twin Peaks in cui si ritrovano non è quella che conosce Coop. Al domicilio di Laura c'è un'altra famiglia e la donna non riconosce alcun luogo della cittadina.




Tutto è perduto. Forse. Perché nell'ultimo istante qualcosa rompe la quiete: Cooper si chiede che anno sia mentre Carrie sente chiamare il nome di Laura. Ha un sussulto. Un grido. E tutto scompare.




E nella Loggia Nera, echeggia un'immagine oscurata: Laura ha sussurrato qualcosa a Cooper. Qualcosa che non ha inteso. Il finale è ancora (una volta) da scrivere.