lunedì 27 maggio 2013

Tetsuo

di Shinya Tsukamoto

con: Tomorowo Taguchi, Shinya Tsukamoto, Kei Fujiwara, Nobu Kanaoka.

Surrealista/Cyberpunk/Horror/Erotico

Giappone (1989)


















Filosofo del corpo umano e delle sue alterazioni, cineasta virtuosista ed eclettico nonchè visionario DOC, Shinya Tsukamoto è uno dei registi più originali ed interessanti di sempre, un autore a tutto tondo che scrive, produce, dirige, monta ed interpreta ogni suo film; nel 1989 esordisce nel lungometraggio con "Tetsuo", incubo filosofico-cyberpunk che sconvolge ed intriga gli spettatori dei festival di mezzo mondo e lo consacra, fin da subito, come maestro indiscusso del cinema d'avanguardia.



Una mattina, radendosi di fronte allo specchio, un giovane uomo (Tomorowo Taguchi) scopre un pezzetto di metallo infilato nella sua guancia: sarà l'inizio di un incubo in cui il suo corpo cominceà a mutatare in una macchina antropomorfa e che lo porterà a scontrarsi con un suo simile (Shinya Tsukamoto), il cui corpo è invece mutato in ferro arruginito. 




Già dal prologo, l'inteto critico dell'autore è lapalissiano: la società post-industriale, fatta di cemento e metallo, ha cambiato irrimediabilmente la struttura umana; aggirandosi in ambienti sporchi, grondanti ferro e sabbia, l'uomo è mutato: la sua carne è stata invasa dal metallo che lo circonda; ma a differenza di David Cronenberg, autore con la cui filosofia ha comunque molto a che spartire, Tsukamoto non profetizza un mondo di là dal venire, ma si limita ad estremizzare la devianza già insita in quello attuale (il "New World" in cui si accenna più volte nel corso del film altro non è che un'estremizzazione ulteriore e definitiva, basata comunque su di un processo che nel film trova compimento fin dalle primissime inquadrature); è il mondo attuale e contemporaneo ad essere una mutazione di una realtà ormai dimenticata; la trsformazione in cyborg del protagonista, sebbene giustificata dalla "maledizione" lanciatagli da una sua vittima, appare del tutto ordinaria, poichè perfettamente inserita nel contesto della sua quotidianità.


 Il metallo è quindi organismo vivo e pulsante che ricopre e consuma ogni essere vivente, riplasmandolo in un'amalgama ambulante che di umano ha solo delle vaghe fattezze; il ferro, la corrente elettrica ed i fumi industriali sono gli elementi portanti del nuovo corpo umano, un essere che ha un unico scopo: divorare l'intero pianeta e riplasmarlo a sua immagine, perfetto simbolo dell'industrializzazione coatta ed impazzita che, nel corso di un secolo, ha cambiato il volto di un intero paese (il Giappone) e dell'intero pianeta, divenuto nient'altro che un ammasso di cemento e ferro.


All'interno di un quadro generale, Tsukamoto inserisce anche una forte critica, sottoforma di satira, della piccola borghesia nipponica; il protagonista, piccolo impiegato, altro non è che un essere squallido e codardo: investe quello che poi sarà il suo nemico e lo sotterra vivo per non scontare colpe; la maledizione, quindi, altro non è che il castigo per la sua colpa; peccato con cui fa perfetto palo la sua inconscia paura dell'omossessualità, sardonicamente simboleggiata dalla scena dell'incubo in cui viene sodomizzato dal "tubo-dildo" della compagna; paura che, paradossalmente, viene superata con la rinuncia alla carne: divenuto un ammasso di rottami, decide di fondersi con la sua nemesi, in una scena di seduzione disturbante e al contempo dissacrantemente ironica.


Ancora più feroce è invece la critica che il regista rivolge al personaggio femminile (e che gli cucirà ingiustamente addosso l'epiteto di misogino, dal quale riuscirà a liberarsi solo anni dopo, con lo splendido "Gemini" del 1997): una donna lussuriosa, che si eccita di fronte allo sguardo moribondo della vittima e che decide di togliersi la vita facendosi penetrare a morte dal pene del compagno, mutatosi in una trivella impazzita.



Nella messa in scena, Tsukamoto disvela, già al suo esordio, una vena visionaria totale e toalizzante: stop-motion, montaggio spezzato, inquadrature sghembe, accellerazioni e tonnellate di dettagli; ogni inquadratura svela un simbolo da interpretare, ogni dettaglio è foriero di significati (la distruzione del corpo umano, la sua ricomposizione in ferro, la paura del gender, ecc...); il ritmo è semplicemente indiavolato, tra accellerazioni improvvise e inquadrature quasi subliminali, mischiate ad una musica essenziale e dalle sonorità industriali, che rendono la pellicola un vero e proprio attacco ai sensi dello spettatore; magnifico l'uso del bianco e nero, talmente contrastato e saturo da far apparie tutto come coperto dal metallo; semplicemente geniali alcune trovate visive, come il disturbante dettaglio del tubo di ferro passato tra i denti (poi ripreso dallo stesso Tsukamoto nel successivo "Bullet Ballet" del 1998), i flashback girati in video e le visioni dell'interno del metalo, nel quale si muove il personaggio di Tsukamoto, quasi un omaggio ad un altro esordio da manuale, il mitico "Eraserhead" (1977) di David Lynch.


Folgorante, eccessivo, brutale, corrosivo, "Tetsuo" è un film geniale, il perfetto esordio di un autore mai troppo lodato.

domenica 26 maggio 2013

Spawn


di Mark A.Z. Dippè

con: Michael Jai White, John Leguizamo, Martin Sheen, Nicol Williamson, Melinda Clarke.

Azione/Fantastico

Usa (1997)

















Con l'avvento degli anni '90, il fumetto americano subisce una forma di involuzione. Nel decennio precedente, artisti del calibro di Frank Miller e Alan Moore avevano dimostrato come persino la narrativa supereroistica potesse essere emancipata dalla sua matrice infantile per divenire letteratura vera e propria. Ma nei '90, la loro eredità genera dei mostri: gli autori yankee che decidono di farne propria la lezione si limitano a riprenderne solo i caratteri più superficiali, ossia storie cupe e violente, personaggi cinici, tanta azione e nulla più; da un punto di vista contenutistico, nulla viene replicato, le storie, anzi, cominciano a divenire sempre più piatte, schiacciate sui luoghi comuni proprie del cinema action muscolare à la Stallone & Co.
E' un puro paradosso che questa inversione qualitativa sia coincisa, in un primo momento, con l'esplosione delle vendite dei comics: complice la battuta all'asta del primo numero di "Action Comic" per oltre un milione di dollari, il mercato dei fumetti comincia ad essere percepito come fonte di investimento. E le case editrici rispondono a tale trend pubblicando edizioni speciali su edizioni speciali di ogni singolo albo, ricominciando sovente la numerazione delle testate per poter vendere il fantasmagorico "numero 1" di ogni pubblicazione ai collezionisti in cerca di guadagni facili. Il che porterà alla deflagrazione della bolla speculativa e conseguente crisi finanziaria per la Marvel (la DC, complice anche la buona qualità delle storie, resterà a galla).
Altro fenomeno connaturato alla speculazione è stata la nascita di una terza grande casa editrice, la Image Comics, che, assieme alla Dark Horse e ben più di quella Valiant Comics creata nientemeno che dall'ex CEO della Marvel Jim Shooter nel medesimo periodo, diviene in brevissimo tempo l'etichetta indipendente più importante d'America.



La Image nasce per puri intenti artistici, benchè sia quasi impossibile da credere vista la sua sorte. Nei primi anni '90, le nuove leve di casa Marvel insorgono contro la politica della Casa delle Idee quando questa si rifiuta di riconoscere le royalties ed i diritti di sfruttamento dei personaggi creati ai singoli autori: come all'alba del mercato fumettistico, tutte le creazioni sono infatti di proprietà della Marvel, non dei singoli autori; politica editoriale di stampo disneyano che, paradossalmente, perdura tutt'oggi.
Un gruppo di giovani scrittori e disegnatori decide così di lasciare l'azienda di Stan Lee per creare una propria etichetta, all'interno del quale ciascuno autore avrà una propria società per gestire al meglio le singole proprietà intellettuali; nasce la Image, per mano, tra gli altri di Rob Liefeld, Jim Lee e sopratutto Todd McFarlane, padre putativo della casa editrice ed unico autore rimasto sino alla fine presso la stessa. Oltre ad essere stato l'unico ad essersi davvero arricchito.



McFarlene esordisce nel fumetto già nella prima metà degli anni '80, ma è a partire dalla seconda che si fa un nome, lavorando per la DC ad alcuni numeri di "Batman- Anno Due" e sopratutto per la Marvel, dove porterà avanti una fortunata run de "L'Uomo Ragno", durante la quale darà persino vita al suo villain più amato, il simbionte alieno Venom.
Giunto alla piena indipendenza, McFarlene decide di puntare tutto su di un progetto personale, un supereroe sospeso tra bene e male, un demone reietto degli inferi che si trova suo malgrado coinvolto nell'Armageddon: Hellspawn, meglio conosciuto come "Spawn".




Apparso per la prima volta sugli scaffali di edicole e fumetteie nel giugno del 1992, il primo numero di "Spawn" infrange tutti i record di vendite, oltrepassando il milione e mezzo di copie vendute, restando tutt'oggi l'albo più venduto nella storia del fumetto.
Successo che ha garantito fama imperitura a McFarlane, il quale ha consolidato le basi della Image reinvestendo molti degli introiti, tra le altre cose, per creare la "McFarlene Toys", specializzata nella manifattura di action figure collezionabili.
Il brandi di "Spawn" diviene subito un cult amatissimo non solo tra gli amanti dei fumetti. Persino chi non avrebbe mai toccato un albo prima di allora, si avvicina con gusto alle avventure del demone Al Simmons, vuoi per il tono iperviolento, vuoi per la storia pregna di umorismo nero ed uccisioni, vuoi semplicemente per lo stile dei disegni, che in pieno stile anni '90 sono graffianti e stilizzati, perfettamente in grado di far colpo per la loro costante ricerca di "coolness".




E tra i vari gadget dell'universo mcflarleniano, un film non poteva di certo mancare all'appello. Trasposizione che arriva puntuale nel 1997; all'epoca, la New Line Cinema era già esplosa come major e cercava di creare un kolossal in grado di rivaleggiare con la concorrenza (che arriverà soltanto nel 2001, con la prima trilogia de "Il Signore degli Anelli" di Peter Jackson). La volontà di creare un film in grado di rivaleggiare con il successo di "Batman", oltrepassando lo status di cult avuto da "Il Corvo- The Crow" era forte; d'altro canto, "Spawn" presenta elementi comuni con entrambi: un eroe cupo e violento, avvolto in un mantello enorme, che torna dagli inferi per vendicarsi di chi lo ucciso.
Sfortunatamente, non c'è nulla in questa trasposizione che sia riuscito, nè che renda giustizia ad un albo di certo non trascendentale, ma lo stesso divertente nella sua semplcità di prodotto escapista per giovani adulti.

 


Nell'albo originale c'erano tutti gli ingredienti per creare una buona pellicola di intrattenimento: un protagonista cupo e dannato, una serie di antagonisti folli e violenti, come il Clown, controparte infernale del Joker ancora più pazzo, nonché violenza e cattiveria a pacchi; elementi che il film omonimo riprende malamente, a causa di una sceneggiatura claudicante e di una regia di puro mestiere.
La storia, al solito puramente pretestuosa, mostra unicamente le origini del protagonista: tradito e ucciso dal suo capo Winn (Martin Sheen), il killer prezzolato Al Simmons (Michael Jai White, ancora lontano dai successi come lottatore di MMA) viene reclutato dal Clown (un irriconoscibile John Leguizamo) come Hellspawn, generale delle schiere demoniache nella lotta contro il Paradiso; Spawn decide però di usare i suoi poteri per fare del bene, in particolare per proteggere la sua famiglia, inimicandosi il Clown e il resto dei demoni, intraprendendo al contempo una guerra personale contro Winn; in poche parole, tutto già fatto e già visto, nulla di originale, eseguito, quel che è peggio, con il pilota automatico.




Scomparsa ogni traccia di violenza per passare indenne tra le maglie della censura, il film è un mix indigesto di azione, horror e grottesco; nel passaggio su grande schermo, tutti i personaggi perdono ogni sorta di caratterizzazione e finanche di carisma: il protagonista retrocede ad eroe duro e puro, la cui psicologia è talmente basica da non sentire neanche per sbaglio il conflitto tra le sue aspirazione benigne e i massacri a cui si abbandona; il Clown, bene o male, è lo stesso del fumetto: un tappo sboccato e violento, che però non inquieta nè diverte; tutto il resto del cast è invece impegnato a recitare battute da duri e ricoprire gli stereotipi del supercattivo alla Lex Luthor, della donna in pericolo o del mentore; e spiace davvero vedere Martin Sheen e Nicol Williamson sprecati in ruolucoli del genere.




Dal canto suo, lo sceneggiatore Alan McElroy ha una carriera che da sola dice tutto: "Halloween 4" (1988) e "Wrong Turn" (2003), ossia derivatività a gogo; in questo caso il modello di riferimento è ovviamente i già citato "Batman" (1989) di Burton, intuibile visti i punti in comune tra i personaggi. Modello che resta però lontano anni luce: l'umorismo sardonico si riduce così a battutine stupide e ridicole, quando a sketch del Clown di pessimo gusto (come quando balla vestito da cheerleader, chissà poi perchè); il personaggio oscuro, come detto, è ridotto ad un supereroe senza macchia e senza paura che esclama battute di sorpresa di fronte ai suoi poteri neanche fosse un adolescente alle prese con la pubertà; in generale, le situazioni e l'atmosfera grondano ridicolo da ogni frame, mandano all'aria ogni forma di sospensione dell'incredulità fin dai primissimi minuti.





Mark A.Z. Dippè, invece, non è neanche un regista professionista, ma uno specialista di effetti speciali in CGI, e si vede: con un budget di appena 40 milioni di dollari, gli effetti in animazione 3d sono talmente falsi da sembrare usciti da un pessimo videogame per Pc dei primi anni '90, facendo raggiungere livelli impensabili al già alto tasso di ridicolo.





Scialbo, noioso e stupido, "Spawn" è il perfetto esempio del cinecomic che impazzerà nel decennio successivo alla sua uscita: niente trama, solo tonnellate di effetti in CGI fatti alla bene e meglio e battutacce da due soldi per gasare gli spettatori; sorge un dubbio: perchè nel 1997 una formula del genere floppava clamorosamente ai botteghini mentre 10 anni dopo vi trionfava?
Fatto sta che, al di là di ogni considerazione, questa trasposizione è stata aborrita dallo stesso McFarlene; che tutt'oggi cerca disperatamente finanziamenti per un nuovo adattamento che renda giustizia alla sua creatura. Speriamo davvero che ci riesca.

sabato 25 maggio 2013

Batman & Robin

di Joel Schumacher

con: George Clooney, Arnold Schwarznegger, Uma Thurman, Chris O'Donnell, Alicia Silverstone

Usa (1997)




















Se "Batman Forever" (1997) è una pellicola pacchiana, infantile e ridicola, "Batman & Robin" riesce nell'intento non facile di fare anche peggio: essere un film genuinamente brutto; abbandonato ogni riferimento alla controparte cartacea, lo sceneggiatore Akiva Goldsman (uno dei peggiori scrittori che Hollywood abbia mai conosciuto, se non il peggiore di sempre) distrugge qualsiasi forma di verosomiglianza e credeibilità di personaggi e situazioni, imbastisce una storiucola pretestuosa e senza senso ed abbonda in sketch imbarazzanti.



Gli antagonisti di turno, Mr.Freeze e Poison Ivy, sono messi al centro di un inteccio senza nè capo, né coda: il primo vuole congelare l'intero mondo perchè incapace di curare la moglie, la seconda vuole ricoprie la terra di piante e fiori; stop: apocalisse totale senza se e senza ma; dal canto loro gli intepreti sembrano aver capito a che gioco stanno giocando: Schwarznegger istrioneggia in ogni scena e la Thurman cerca di essere sensuale ancheggiando e sculettando dall'inizio alla fine; e se il primo risulta almeno simpatico nei panni del pagliaccio surgelato, la seconda non riesce mai davvero ad essere sensuale a causa di un make-up e di un costume semplicemente orrendi; al suo fianco compare persino Bane, ridotto (ovviamente) ad un gigante ritardato che ripete a pappagallo le battutacce sull' "importanza della lunghezza della pistola" (!!!) di Mr.Freeze.



Rimpiazzato Val Kilmer all'ultimo momento, Clooney è semplicemente il peggior Batman mai visto dai tempi di Adam West, ma la colpa non è nemmeno sua: il grado di stupidità del personaggio è davvero allarmante e i suoi monologhi recitati quasi direttamente in camera sono assolutamente insostenibili; di peggio riesce a fare solo O'Donnell nei panni di Robin, il quale, dismessi i panni dell'adolescente arrabbiato, diviene qui un fighetto in moto smanioso di surclassare il suo capo: da antologia del trash la scena in cui i due "eroi" tentano di comprare le grazie della Thurman sfidandosi in un asta a colpi di "bat-carta di credito"!



Discorso a parte merita la new entry Batgirl: puerile e idiota, declama monologhi femmisti e si atteggia a donna di carattere fin dalla sua entrata in scena (con una seduzione del povero Robin che sembra uscita dritta dritta dal peggior chiappa e spada italiota dei '70) e con il fisico e lo sguardo vacuo di una Alicia Silverstone ingessata ed inespressiva diviene autentica icona del ridicolo involontario; geniale (si fa per dire) l'idea di gettare in un buco nero la sottotrama che la vede protagonista: la ricerca del fratello del maggiordomo Alfred, a sua volta maggiordomo presso una tibù nomade (e non è una supercazzola), che misteriosamente viene lasciatà a metà all'inizio del secondo atto; d'altro canto è meglio così: troppa storia avrebbe distratto i bambini dai colori sgargianti e dalle battute becere.


Come se tutto questo non fosse abbastanza, Schumacher immerge il roster di personaggiucoli in un'atmosfera camp e infantile perfetta erede del Batman televisivo dei '60: con più soldi ed un gusto estetico kitsch e psichedelico, il film sembra un gigantesco luna park su schermo, senza lo zucchero filato ma con un gran fraccasso come sottofondo.


Idiota, ridicolo, semplicemente demente, "Batman & Robin" segna il punto più basso della cinematografia tratta dai comics fino agli anni '90, nonche il canto funebre del filone, che appassirà temporaneamente per poi tornare alla carica con "Blade" (1998).


EXTRA:







WHY NOT?

domenica 12 maggio 2013

Drive

di Nicolas Winding Refn

con: Ryan Gosling, Carey Mulligan, Albert Brookes, Bryan Cranston, Oscar Isaac, Ron Perlman, Christina Hendricks.

Noir

Usa (2011)












Riacquisita la notorietà internazionale, Refn, nel 2011, sbarca definitivamente ad Hollywood e crea il suo capolavoro :"Drive", ovvero la quint'essenza del noir metropolitano.


Fortemente influenzato da un altro cult di genere, "Driver, l'Imprendibile" (1978) di Walter Hill, Refn riduce a zero la storia, che diviene se non mero pretesto, quanto canovaccio per la messa in scena; i personaggi principali altro non sono che i topoi del noir: il protagonista è un solitario e taciturno, senza nome e senza origini, a cui Ryan Gosling dona un carisma illimitato; la bella di turno non è la dark lady, ma la fanciulla in pericolo che farà riscoprire al protagonista la sua umanità; intorno a loro un cast di comprimari interpretati dai migliori caratteristi di cinema e tv made in Usa: da Bryan Cranston e Christina Hendricks, icone televisive grazie agli splendidi serial di culto "Breaking Bad" e "Mad Men", ad un redivivo Albert Brooks e il promettente Oscar Isaac.


"Drive" altro non è che la perfetta continuazione della trilogia del Pusher: anche il fantomatico Driver, come Frank e Milo, è prigioniero della non-vita della piccola criminalità urbana; taciturno, sembra non avere interessi oltre a quelli dei furti che compie; si relaziona coni suoi clienti come un automa, privo di sentimenti e ragione; come in una favola, sarà l'amore per la bella Irene a risvegliare i sentimenti sopiti.



In una storia lineare, ma non prevedibile, il protagonista redime sè stesso e rinasce, letteralmente, come essere umano, "real human being" come sottolineato dalle splendide note della colonna sonora; tutti i luoghi comuni del noir classico sono presenti: la rapina iniziale, quella andate male, i guai con la mafia e il doppio gioco; la grandezza del film di Refn è tutta nello stile: elegante, ma mai barocco o patinato, onirico, ma mai autocompiaciuto, "Drive" è la definizione stessa di eleganza al servizio della storia, che acquista così fascino ed originalità.


Lavorando al solito su fotografia e musica, l'autore crea una favola moderna, il sogno di un essere allo sbando, stretto tra due colori principali: ciano e ocra, ossia gli estremi stessi della visione; visione che diviene emblema stesso della pellicola, che è prima di tutto esperienza sensistiva, cognitiva, in un iperrealismo totale ed estremamente affascinante.


Semplice nei contenuti, immenso nella messa in scena, "Drive" è il capolavoro di Nicolas Winding Refn, giustamente premiato per la migliore regia a Cannes e divenuto in brevissimo tempo il primo vero cult degli anni '10.

Crying Freeman

di Christophe Gans

con: Mark Dacascos, Julie Condra, Kevan Ohtsji, Rae Dawn Chong, Tchéky Karyo, Mako.

Azione/Fantastico

Canada, Francia, Giappone, Usa (1995)


















Il nome di Kazuo Koike non dirà più ai molti, ma si tratta di uno dei mangaka più importanti mai esistiti; nume tutelare, tra gli altri, di Tetsuo Hara, Rumiko Tahashi e Yuji Horii, ha fama imperitura per aver creato il manga gekida più celebre di sempre, ossia Lone Wolf & Cub (1970-1976), storia dei vagabondaggi di un ronin tradito dal suo daymio, che girovaga per il Giappone feudale riaddrizzando torti ed in cerca di vendetta.



Successo globale, che ha portato alla creazione di una serie televisiva e di sei film per il cinema, tutti giunti anche in Italia con i titoli più stravaganti, riscuotendo anche un buon successo.
Successo replicato in parte da un'altra sua opera estremamente celebre, anche se più di nicchia, quel "Lady Snowblood" che precede cronologicamente "Lone Wolf & Cub", ma che arriva in Occidente solo dopo l'uscita dei due film tratti da esso, che finiranno per ispirare persino Tarantino (ovviamente) per il personaggio di Oh-Ren Ishii in "Kill Bill vol.I" (2003).
Un'eredità, quella di Koike, immane. tant'è che risulta a dir poco spiazzante constatare come negli anni '80 i suoi lavori subiscano un'involuzione, forse dovuta alle influenze di troppo cinema di genere americano.
Basti vedere quel piccolo capolavoro trash (in tutti i sensi) di "Mad Bull 34", indigesto cocktail di action macho, horror, violenza splatter, umorismo d'accatto ed erotismo, per un risultato ai limiti del parodistico, ma privo di intelligenza alcuna. O, ancora di più, il più celebre "Crying Freeman".



Serializzato in patria tra il 1986 ed il 1988, "Crying Freeman" giunge con successo anche in Occidente nel giro di qualche anno; successo che si spiega a causa dei suoi contenuti, ossia sesso esplicito e violenza estrema, ancora più marcati rispetto a "Mad Bull 34".
Un manga che parte con una storia abbastanza interessante, quella di Yò, killer spietato il cui corpo è coperto dall'enorme tatuaggio di un dragone, coartato a forza in una sorta di società segreta di assassini prezzolati, il quale uccide suo malgrado e lascia che siano solo le sue lacrime ad esprimerne il rimorso.
Spunto poetico di sicuro fascino che viene magistralmente gettato fuori dalla finestra dopo il primo tankobon. Dal secondo, la serie diviene una sequela meccanica di nudi ed uccisioni, incastrate in uno schema fisso che si ripete ciclicamente con pochissime variabili: Yò e la sua organizzazione entrano in contatto con il bersaglio, il killer insegue i sottoposti di questo per scoprire dove si nasconda, lo incontra, fa sesso con una o più donne, risoluzione gore ed eventuale ingaggio della bella di turno tra le file degli alleati.





Definire vuota un'opera del genere è superfluo. Stupisce più che altro la sua paternità: cosa abbia spinto Koike a ridursi per davvero a tali livelli di pigrizia non è dato sapere.
Fatto sta che la cosa migliore generata da "Crying Freeman" è, per paradosso puro, l'adattamento cinematografico del 1995; cosa strana se si pensa a come i manga vengano spesso malamente adattati in pellicole occidentali, sopratutto a causa delle differenze culturali. Fatto sta che il film di Christophe Gans (poi autore di un'altro piccolo miracolo, ossia il film tratto da "Silent Hill"), benchè compiaciuto in ogni scena e perennemente alla ricerca di un tono melò troppo marcato, riesce ad incantare.





Riprendendo a piene mani stile e stilemi del soggetto di base ed adattandone solo il primo tankobon, ossia l'unico dotato di una trama degna di questo nome, Gans mischia yakuza movie, film di arti marziali, noir e love story in maniera perfetta; la sua regia è lenta, meditativa, totalmente basata sull'atmosfera e sulla fisicità dei due protagonisti: Mark Dacascos, atleta marziale formidabile e sosia del compianto Brandon Lee, nonchè la bellissima Julie Condra, americana ma dai lineamenti vagamente orientali.
La messa in scena di Gans è elegantemente autocompiaciuta e smaccatamente barocca: ogni coreografia, ogni passo degli attori ed ogni movimento di macchina è studiato fin nei minimi dettagli; il punto di riferimento è il John Woo dei primissimi anni '90, dal quale viene ripreso anche il gusto per il ralenty.
La voglia di stupire ed ammaliare di Gans è però un'arma a doppio taglio: la lentezza e l'eleganza ingessano fin troppo il ritmo, che diviene troppo inutilmente lento nella parte centrale e non valorizza l'azione, relegata totalmente al finale, in cui deflagra totalmente; il risultato è, dunque, una pellicola stramba: ammaliante, ma claudicante, che vuole affascinare lo spettatore con la violenza e la sensualità, riuscendoci, ma al contempo disperdendo parte dell'attenzione con i virtuosismi della messa in scena.




"Crying Freeman" resta comunque un'operazione interessante: un manga la cui atmosfera e i relativi temi sono perfettamente trasposti su pellicola, un action elegante, autocompiaciuto e barocco, ma anche affascinante; un caso raro nel panorama esangue del genere degli anni '90, in cui a farla da padrone erano Van Damme e soci.




EXTRA

Quello di Gans è però solo il terzo adattamento del manga di Kazuo Kaike. Nel 1990 furono prodotti ad Hong Kong due film basati sullo stesso: "Crying Freeman: Killer's Romance" e "Crying Freeman: Dragon from Russia".


  



Tra il 1988 ed il 1995 è stata poi serializzata in patria una serie di OAV che adattano pressocchè integralmente il manga.





Batman Forever

di Joel Schmumacher

con: Val Kilmer, Jim Carrey, Tommy Lee Jones, Nicole Kidman, Chris O'Donnell.

Fantastico

Usa (1995)



















Nonostante il forte successo ai botteghini di tutto il mondo e la calorosa accoglienza da parte della critica internazionale e dalla base dei fans, lo splendido "Batman Il Ritorno" fu anche foriero di grosse polemiche da parte delle associazioni dei consumatori: l'atmosfera cupa e la violenza esplicita rendevano il film troppo forte per un pubblico di bambini; a Tim Burton fu così malauguratamente tolta la regia dei successivi film dell'Uomo Pipistrello; scelta pessima: il suo sostituto Joel Schumacher non solo confezionò due pellicole dal successo commerciale non paragonabile a quello delle precedenti, ma riuscì anche nello sciagurato intento di far tornare Batman alle atmosfere camp degli anni '60, in pellicole talmente trash da essere odiate da tutti i fans del personaggio e detestate finanche dagli estimatori del cinema di serie Z.


Nel 1995 è la volta di "Batman Forever", il più dignitoso dei due film di Schumacher; prodotto da Burton (solo come selling point), il film è il risultato del trattamento iniziale voluto da quest'ultimo e del pessimo gusto estetico di Schumacher; nella sceneggiatura si avverte ancora il tocco di Burton, in particolare la volontà dell'autore di dare una caratterizzazione al personaggio, ma tutto viene mandato all'aria dalla stupidità di personaggi e situazioni; davvero impossibile sospendere l'incredulità davanti ai due villain: demenziali oltre i limiti dello stupido, Due-Facce e l'Enigmista della coppia Carrey-Jones (per la prima ed unica volta sullo schermo assieme) sono due cloni rimbecilliti del Joker di Nicholson, che non fanno altro che recitare battute idiote e dar vita a barzellette ambulanti; e se Val Kilmer (chiamato a sostituire Michael Keaton, che abbandonò il progetto nelle fasi iniziali, alla notizia della sostituzione del regista) appare del tutto fuori luogo, vista la mancanza del phisique du role e del volto da superoe tormentato, non si può non spanciarsi dalle risate di fronte al personaggio di Nicole Kidman; la bella e brava attrice australiana (tra l'altro qui all'apice del sex appeal) è costretta a recitare battute becere nei panni della bellona di turno, una psichiatra psicopatica follemente attratta dei pettorali di gomma di Batman! In questa sarabanda di macchiette assortite, l'unico personaggio che pare salvarsi è, paradosso puro, quello di Robin: trasformato in un adolescente ribelle ed ossessionato dalla vendetta, la spalla di Batman ruba la scena e l'attenzione, generando il minimo indispensabile di empatia verso lo spettatore.


Con l'intento di ricreare l'atmosfera gotica dei film precedenti, Schumacher abbonda in inquadrature sghembe, piani sequenza tra palazzi ciclopici, oggetti di scena dal design futuribile, fotografia dai colori caldi e sgargianti, ma riesce solo a creare un collage indigesto di stili ed influenze, una sorta di incubo post-modernista che nulla a che fare con il gotico visionario di Burton e che oggi si fa apprezzare solo per l'estrema fisicità; il fondo viene però toccato quando il regista indugia proprio sulla fisicità dell'eroe, sottolineata dai capezzoli sul costume (!) e da un primo piano del fondoschiena di Kilmer avvolto nel latex della bat-tuta (!!).


Davvero nulla si salva in una pellicola scialba e demente, che piacerà sicuramente ai più piccoli, vista l'atmosfera giocosa e colorata, ma che scatenerà le ire degli spettatori più esigenti.

10 Sguradi X 100 Post

I primi 100 post, wow! Come festeggiare un traguardo del genere? Vedendo.... anzi meglio "gurardando", volgendo lo sguardo verso un altro sguardo, una serie di visioni d'autore che hanno contribuito, in un modo a nell'altro, a plasmare la nostra visione di spettatori. ENJOY!


2001: Odissea nello Spazio  di Stanley Kubrick (1968)


L'uomo nasce, cresce, si evolve e viene rigenerato in una nuova forma, più evoluta, più perfetta, simile e vicina al divino; al contempo, il cinema si affranca definitivamente dalle altre forme narrative per raggiungere la sua pienezza espressiva: solo immagini e musica, ovvero la definitiva esperienza sensoriale.


Fino all'ultimo respiro  di Jean-Luc Godard (1960)


Sul solco tracciato da Rossellini con "Roma Città Aperta" (1945), Godard distrugge la narrazione classica, sviluppa la pellicola basandosi unicamente sugli attori, sul concetto e sopratutto sulla messa in scena, che, camera a mano in spalla, diviene libera; il cinema, la cui finzione viene svelata di volta in volta dall'autore, si fa così più veritiero, perchè coscente di sè stesso e dei suoi limiti intrinseci.


Apocalypse Now di Francis Ford Coppola (1979)


Un uomo, un autore, un mito indiscusso del Grande Schermo: Marlon Brando; in un'opera monumentale, perfetto paradigma della forza espressiva della Settima Arte, il grande attore improvvisa, si confessa, recita Eliott e si perde nei meandri di Conrad, guardandoci con gli occhi di chi ha dato tutto sè stesso all'arte e alla vita e ne è uscito distrutto nell'anima e nel corpo.


I 400 Colpi di François Truffaut (1959)


L'innocenza, l'iconoclastia, la voglia matta di vivere e amare a scapito di tutto e di tutti; lo sguardo triste di Antoine Doinel è il medesimo di Truffaut, che però, con una forza innovatrice immensa, ridefinisce la forma estetica e stilistica del cinema per i decenni a venire.



C'era una volta il West di Sergio Leone (1968)


Il tempo e lo spazio si piegano e si dilatano al volere di un grande autore; il mito del West tramonta per sempre, sulle splendide note di Morricone e con gli occhi, profondi e gelidi, dell'indimenticabile Charles Bronson.



Blade Runner di Ridley Scott (1982)


Uno sguardo alieno, forse umano, forse più umano dell'umano, si sofferma su una Los Angeles futuribile e distopica, un mondo cupo, eppure romantico, in cui le emozioni sopravvivono e pulsano nel cuore e nell'anima di un gruppo di reitti in fuga, alla disperata ricerca di vita, come ogni essere umano degno di questo nome.


Amici Miei di Mario Monicelli e Pietro Germi (1975)


Guardare in faccia le disgrazie della vita e riderne sardonicamente; la zingarata non è fuga dalla realtà, ma sberleffo nei confronti di un mondo triste e abbruttito dalle tragedie, unico rimedio per restare vivi.



Brother di Takeshi Kitano (2000)


Lo sguardo profondo e infantile di un autore geniale, che si sofferma su di un mondo a lui estraneo (l'Occidente) nel quel trova l'amicizia fraterna e il vero riconoscimento artistico che gli spetta.


Aguirre Furore di Dio di Werner Herzog (1972)


Un uomo vuole diventare mito: sfida il mondo intero per raggiungere la gloria; il suo sguardo fosco e brutale è l'incarnazione stessa del male, ma anche dell'ambizione, che rende l'essere umano simile al dio.


Ichi the Killer di Takashi Miike (2001)


La frustazione sessuale diviene arma, l'essere umano è sospeso tra due anime, una più nera dell'altra; ma una volta che il massacro si è compiuto, esso è libero e il suo sguardo di nuovo innocente: privo della violenza, l'uomo è un infante candido e dagli occhi tristi per quello che hanno dovuto sopportare