lunedì 27 maggio 2013

Tetsuo

di Shinya Tsukamoto

con: Tomorowo Taguchi, Shinya Tsukamoto, Kei Fujiwara, Nobu Kanaoka.

Surrealista/Cyberpunk/Horror/Erotico

Giappone (1989)


















Filosofo del corpo umano e delle sue alterazioni, cineasta virtuosista ed eclettico nonchè visionario DOC, Shinya Tsukamoto è uno dei registi più originali ed interessanti di sempre, un autore a tutto tondo che scrive, produce, dirige, monta ed interpreta ogni suo film; nel 1989 esordisce nel lungometraggio con "Tetsuo", incubo filosofico-cyberpunk che sconvolge ed intriga gli spettatori dei festival di mezzo mondo e lo consacra, fin da subito, come maestro indiscusso del cinema d'avanguardia.



Una mattina, radendosi di fronte allo specchio, un giovane uomo (Tomorowo Taguchi) scopre un pezzetto di metallo infilato nella sua guancia: sarà l'inizio di un incubo in cui il suo corpo cominceà a mutatare in una macchina antropomorfa e che lo porterà a scontrarsi con un suo simile (Shinya Tsukamoto), il cui corpo è invece mutato in ferro arruginito. 




Già dal prologo, l'inteto critico dell'autore è lapalissiano: la società post-industriale, fatta di cemento e metallo, ha cambiato irrimediabilmente la struttura umana; aggirandosi in ambienti sporchi, grondanti ferro e sabbia, l'uomo è mutato: la sua carne è stata invasa dal metallo che lo circonda; ma a differenza di David Cronenberg, autore con la cui filosofia ha comunque molto a che spartire, Tsukamoto non profetizza un mondo di là dal venire, ma si limita ad estremizzare la devianza già insita in quello attuale (il "New World" in cui si accenna più volte nel corso del film altro non è che un'estremizzazione ulteriore e definitiva, basata comunque su di un processo che nel film trova compimento fin dalle primissime inquadrature); è il mondo attuale e contemporaneo ad essere una mutazione di una realtà ormai dimenticata; la trsformazione in cyborg del protagonista, sebbene giustificata dalla "maledizione" lanciatagli da una sua vittima, appare del tutto ordinaria, poichè perfettamente inserita nel contesto della sua quotidianità.


 Il metallo è quindi organismo vivo e pulsante che ricopre e consuma ogni essere vivente, riplasmandolo in un'amalgama ambulante che di umano ha solo delle vaghe fattezze; il ferro, la corrente elettrica ed i fumi industriali sono gli elementi portanti del nuovo corpo umano, un essere che ha un unico scopo: divorare l'intero pianeta e riplasmarlo a sua immagine, perfetto simbolo dell'industrializzazione coatta ed impazzita che, nel corso di un secolo, ha cambiato il volto di un intero paese (il Giappone) e dell'intero pianeta, divenuto nient'altro che un ammasso di cemento e ferro.


All'interno di un quadro generale, Tsukamoto inserisce anche una forte critica, sottoforma di satira, della piccola borghesia nipponica; il protagonista, piccolo impiegato, altro non è che un essere squallido e codardo: investe quello che poi sarà il suo nemico e lo sotterra vivo per non scontare colpe; la maledizione, quindi, altro non è che il castigo per la sua colpa; peccato con cui fa perfetto palo la sua inconscia paura dell'omossessualità, sardonicamente simboleggiata dalla scena dell'incubo in cui viene sodomizzato dal "tubo-dildo" della compagna; paura che, paradossalmente, viene superata con la rinuncia alla carne: divenuto un ammasso di rottami, decide di fondersi con la sua nemesi, in una scena di seduzione disturbante e al contempo dissacrantemente ironica.


Ancora più feroce è invece la critica che il regista rivolge al personaggio femminile (e che gli cucirà ingiustamente addosso l'epiteto di misogino, dal quale riuscirà a liberarsi solo anni dopo, con lo splendido "Gemini" del 1997): una donna lussuriosa, che si eccita di fronte allo sguardo moribondo della vittima e che decide di togliersi la vita facendosi penetrare a morte dal pene del compagno, mutatosi in una trivella impazzita.



Nella messa in scena, Tsukamoto disvela, già al suo esordio, una vena visionaria totale e toalizzante: stop-motion, montaggio spezzato, inquadrature sghembe, accellerazioni e tonnellate di dettagli; ogni inquadratura svela un simbolo da interpretare, ogni dettaglio è foriero di significati (la distruzione del corpo umano, la sua ricomposizione in ferro, la paura del gender, ecc...); il ritmo è semplicemente indiavolato, tra accellerazioni improvvise e inquadrature quasi subliminali, mischiate ad una musica essenziale e dalle sonorità industriali, che rendono la pellicola un vero e proprio attacco ai sensi dello spettatore; magnifico l'uso del bianco e nero, talmente contrastato e saturo da far apparie tutto come coperto dal metallo; semplicemente geniali alcune trovate visive, come il disturbante dettaglio del tubo di ferro passato tra i denti (poi ripreso dallo stesso Tsukamoto nel successivo "Bullet Ballet" del 1998), i flashback girati in video e le visioni dell'interno del metalo, nel quale si muove il personaggio di Tsukamoto, quasi un omaggio ad un altro esordio da manuale, il mitico "Eraserhead" (1977) di David Lynch.


Folgorante, eccessivo, brutale, corrosivo, "Tetsuo" è un film geniale, il perfetto esordio di un autore mai troppo lodato.

domenica 26 maggio 2013

Spawn


di Mark A.Z. Dippè

con: Michael Jai White, John Leguizamo, Martin Sheen, Nicol Williamson, Melinda Clarke.

Azione/Fantastico

Usa (1997)














Nel 1997, la New Line, non ancora esplosa come major, tenta il colpaccio: la trasposizione su grande schermo di "Spawn", personaggio creato appena cinque anni prima e divenuto subito un cult.


Esordio come soggetto originale per lo scrittore Todd McFarlene, già apprezzato autore di storie per la Marvel e la Dc (negli anni'80 creò il personaggio di Venom, la nemesi perfetta dell'Uomo Ragno), "Spawn" esordisce come testata indipendente edita dallo stesso McFarlene e riscuote subito un successo planetario, portando la casa editrice di McFarlene agli stessi livelli delle major; la violenza grafica ai limiti del parossistico, lo humor nero e l'ambientazione para-apocalittica (angeli vs.demoni in attesa dell'Armageddon) sono però solo un contorno che accompagna il vero interesse che i lettori ripongono nella testata: il carisma di un anti-eroe totale, ex assassino di professione morto e resuscitato come soldato infernale, reietto dallo stesso Inferno e che ora massacra orde i demoni suoi ex-alleati e si difende dagli attacchi delle schiere angeliche che vogliono distruggerlo in quanto anima dannata.
 

Nell'albo originale c'erano tutti gli ingredienti per creare una buona pellicola di intrattenimento: un protagonista cupo e dannato, un pò Batman un pò John Constantine, una serie di antagonisti folli e violenti, come il Clown, controparte infernale del Joker ancora più pazzo, e violenza e cattiveria a pacchi; elementi che il film omonimo riprende malamente, a causa di una sceneggiatura claudicante e di una regia di puro mestiere; la storia, al solito puramente pretestuosa, mostra unicamente le origini del protagonista: tradito e ucciso dal suo capo (Martin Sheen), il killer prezzolato Al Simmons (Michael Jai White, ancora lontano dai successi come lottatore di MMA) viene reclutato dal Clown (un irriconoscibile John Leguizamo) come Hellspawn, generale delle schiere demoniache nella lotta contro il Paradiso; Spawn decide però di usare i suoi poteri per fare del bene, in particolare per proteggere la sua famiglia, inimicandosi il Clown e il resto dei demoni.


Scomparsa ogni traccia di violenza per passare indenne tra le maglie della censura, il film è un mix indigesto di azione, horror e fumetto; la storia, si diceva, serve solo a portare in scena i personaggi di McFarlane, che nel passaggio su grande schermo perdono ogni sorta di caratterizzazione e finanche di carisma: il protagonista retrocede ad eroe duro e puro, la cui psicologia è talmente basica da non sentire neanche per sbaglio il conflitto tra le sue aspirazione benigne e i massacri a cui si abbandona; il Clown, bene o male, è lo stesso del fumetto: un tappo sboccato e violento, che però non inqueta nè diverte; tutto il resto del cast è invece impegnato a recitare battute da duri e ricoprire gli stereotipi del supercattivo alla Lex Luthor, della donna in pericolo o del mentore; e spiace davvero vedere Martin Sheen e Nicol Williamson sprecati in ruolucoli del genere.


Dal canto suo, lo sceneggiatore Alan McElroy ha una carriera che da sola dice tutto: "Halloween 4" (1988) e "Wrong Turn" (2003), ossia derivatività a gogo; in questo caso il modello di riferimento è "Batman" (1989) di Burton, lontano però anni luce; l'umorismo sardonico si riduce così a battutine stupide e ridicole, il personaggio oscuro, come detto, è ridotto ad un superoe senza macchia e senza paura che esclama battute di sorpesa di fronte ai suoi poteri neanche fosse un adolescente alle prese con la pubertà e, in generale, le situazioni e l'atmosfera grondano ridicolo da ogni frame, mandano all'aria ogni forma di sospensione dell'incredulità fin dai primissimi minuti.


Mark A.Z. Dippè, invece, non è neanche un regista professionista, ma uno specialista di effetti speciali in CGI, e si vede: con un budget di appena 40 milioni di dollari, gli effetti in animazione 3d sono talemente falsi da sembrare usciti da un pessimo videogame per Pc dei primi anni '90, facendo raggiungere livelli impensabili al già alto tasso di ridicolaggine.


Scialbo, noioso e stupido, "Spawn" è il perfetto esempio del cinecomic che impazzerà nel decennio successivo alla sua uscita: niente trama, solo tonnellate di effetti in CGI fatti alla bene e meglio e battutacce da due soldi per gasare gli spettatori; sorge un dubbio: perchè nel 1997 una formula del genere floppava clamorosamente ai botteghini mentre 10 anni dopo vi trionfava?

sabato 25 maggio 2013

Batman & Robin

di Joel Schumacher

con: George Clooney, Arnold Schwarznegger, Uma Thurman, Chris O'Donnell, Alicia Silverstone

Usa (1997)













Se "Batman Forever" (1997) è una pellicola pacchiana, infantile e ridicola, "Batman & Robin" riesce nell'intento non facile di fare anche peggio: essere un film genuinamente brutto; abbandonato ogni riferimento alla controparte cartacea, lo sceneggiatore Akiva Goldsman (uno dei peggiori scrittori che Hollywood abbia mai conosciuto, se non il peggiore di sempre) distrugge qualsiasi forma di verosomiglianza e credeibilità di personaggi e situazioni, imbastisce una storiucola pretestuosa e senza senso ed abbonda in sketch imbarazzanti.



Gli antagonisti di turno, Mr.Freeze e Poison Ivy, sono messi al centro di un inteccio senza nè capo, né coda: il primo vuole congelare l'intero mondo perchè incapace di curare la moglie, la seconda vuole ricoprie la terra di piante e fiori; stop: apocalisse totale senza se e senza ma; dal canto loro gli intepreti sembrano aver capito a che gioco stanno giocando: Schwarznegger istrioneggia in ogni scena e la Thurman cerca di essere sensuale ancheggiando e sculettando dall'inizio alla fine; e se il primo risulta almeno simpatico nei panni del pagliaccio surgelato, la seconda non riesce mai davvero ad essere sensuale a causa di un make-up e di un costume semplicemente orrendi; al suo fianco compare persino Bane, ridotto (ovviamente) ad un gigante ritardato che ripete a pappagallo le battutacce sull' "importanza della lunghezza della pistola" (!!!) di Mr.Freeze.



Rimpiazzato Val Kilmer all'ultimo momento, Clooney è semplicemente il peggior Batman mai visto dai tempi di Adam West, ma la colpa non è nemmeno sua: il grado di stupidità del personaggio è davvero allarmante e i suoi monologhi recitati quasi direttamente in camera sono assolutamente insostenibili; di peggio riesce a fare solo O'Donnell nei panni di Robin, il quale, dismessi i panni dell'adolescente arrabbiato, diviene qui un fighetto in moto smanioso di surclassare il suo capo: da antologia del trash la scena in cui i due "eroi" tentano di comprare le grazie della Thurman sfidandosi in un asta a colpi di "bat-carta di credito"!



Discorso a parte merita la new entry Batgirl: puerile e idiota, declama monologhi femmisti e si atteggia a donna di carattere fin dalla sua entrata in scena (con una seduzione del povero Robin che sembra uscita dritta dritta dal peggior chiappa e spada italiota dei '70) e con il fisico e lo sguardo vacuo di una Alicia Silverstone ingessata ed inespressiva diviene autentica icona del ridicolo involontario; geniale (si fa per dire) l'idea di gettare in un buco nero la sottotrama che la vede protagonista: la ricerca del fratello del maggiordomo Alfred, a sua volta maggiordomo presso una tibù nomade (e non è una supercazzola), che misteriosamente viene lasciatà a metà all'inizio del secondo atto; d'altro canto è meglio così: troppa storia avrebbe distratto i bambini dai colori sgargianti e dalle battute becere.


Come se tutto questo non fosse abbastanza, Schumacher immerge il roster di personaggiucoli in un'atmosfera camp e infantile perfetta erede del Batman televisivo dei '60: con più soldi ed un gusto estetico kitsch e psichedelico, il film sembra un gigantesco luna park su schermo, senza lo zucchero filato ma con un gran fraccasso come sottofondo.


Idiota, ridicolo, semplicemente demente, "Batman & Robin" segna il punto più basso della cinematografia tratta dai comics fino agli anni '90, nonche il canto funebre del filone, che appassirà temporaneamente per poi tornare alla carica con "Blade" (1998).


EXTRA:







WHY NOT?

domenica 12 maggio 2013

Drive

di Nicolas Winding Refn

con: Ryan Gosling, Carey Mulligan, Albert Brookes, Bryan Cranston, Oscar Isaac, Ron Perlman, Christina Hendricks.

Noir

Usa (2011)












Riacquisita la notorietà internazionale, Refn, nel 2011, sbarca definitivamente ad Hollywood e crea il suo capolavoro :"Drive", ovvero la quint'essenza del noir metropolitano.


Fortemente influenzato da un altro cult di genere, "Driver, l'Imprendibile" (1978) di Walter Hill, Refn riduce a zero la storia, che diviene se non mero pretesto, quanto canovaccio per la messa in scena; i personaggi principali altro non sono che i topoi del noir: il protagonista è un solitario e taciturno, senza nome e senza origini, a cui Ryan Gosling dona un carisma illimitato; la bella di turno non è la dark lady, ma la fanciulla in pericolo che farà riscoprire al protagonista la sua umanità; intorno a loro un cast di comprimari interpretati dai migliori caratteristi di cinema e tv made in Usa: da Bryan Cranston e Christina Hendricks, icone televisive grazie agli splendidi serial di culto "Breaking Bad" e "Mad Men", ad un redivivo Albert Brooks e il promettente Oscar Isaac.


"Drive" altro non è che la perfetta continuazione della trilogia del Pusher: anche il fantomatico Driver, come Frank e Milo, è prigioniero della non-vita della piccola criminalità urbana; taciturno, sembra non avere interessi oltre a quelli dei furti che compie; si relaziona coni suoi clienti come un automa, privo di sentimenti e ragione; come in una favola, sarà l'amore per la bella Irene a risvegliare i sentimenti sopiti.



In una storia lineare, ma non prevedibile, il protagonista redime sè stesso e rinasce, letteralmente, come essere umano, "real human being" come sottolineato dalle splendide note della colonna sonora; tutti i luoghi comuni del noir classico sono presenti: la rapina iniziale, quella andate male, i guai con la mafia e il doppio gioco; la grandezza del film di Refn è tutta nello stile: elegante, ma mai barocco o patinato, onirico, ma mai autocompiaciuto, "Drive" è la definizione stessa di eleganza al servizio della storia, che acquista così fascino ed originalità.


Lavorando al solito su fotografia e musica, l'autore crea una favola moderna, il sogno di un essere allo sbando, stretto tra due colori principali: ciano e ocra, ossia gli estremi stessi della visione; visione che diviene emblema stesso della pellicola, che è prima di tutto esperienza sensistiva, cognitiva, in un iperrealismo totale ed estremamente affascinante.


Semplice nei contenuti, immenso nella messa in scena, "Drive" è il capolavoro di Nicolas Winding Refn, giustamente premiato per la migliore regia a Cannes e divenuto in brevissimo tempo il primo vero cult degli anni '10.

Crying Freeman

di Christophe Gans

con: Mark Dacascos, Julie Condra, Kevan Ohtsji, Rae Dawn Chong, Tchéky Karyo, Mako.

Azione/Fantastico

Canada, Francia, Giappone, Usa (1995)











Creato da Kazuo Koike (già autore dell'imprescindibile "Lone Wolf e Cub") nel 1986, "Crying Freeman" è un manga divenuto subito cult a causa degli elementi più caratteristici della letteratura a fumetti nipponica come percepita dallo spettatore occidentale: la violenza esplicita e la forte connotazione erotica. Protagonista è Yò Hinomura, detto "Cryining Freeman", un vasaio giapponese coartato come killer dalla triade cinese; sottoposto ad un durissimo addestramento ipnotico, Yò diviene un assassino spietato, la cui coscienza riemerge ogni volta che uccide sottofroma di lacrime, che sgorgano copiose dai suoi occhi.


Protagonista di una storia violenta ed erotica, ma al contempo elegante e coinvolgente, "Crying Freeman" diviene subito oggetto di culto in tutto il mondo, tant'è che già nel 1990 vengono prodotti ad Hong Kong due film che lo vedono protagonista: "Dragon from Russia" e "Killer's Romance", dallo scarso riscontro internazionale; nel 1995 il regista francese Christophe Gans (poi divenuto celebre con il buon adattamento di "Silent Hill" nel 2006 e già fautore di un bel episodio del film antologico "Necronomicon" sempre del '95), decide di portare su schermo il killer piangente in una produzione dall'alto budget e dal profilo internazionale; "Crying Freeman" è uno dei pochissimi adattamenti occidentali di un fumetto giapponese, nonchè uno dei migliori.


Riprendendo a piene mani stile e stilemi del soggetto di base, Gans mischia yakuza movie, film di arti marziali, noir e love story in maniera perfetta; la sua regia è lenta, meditativa, totalmente basata sull'atmosfera e sulla fisicità dei due protagonisti: Mark Dacascos, atleta marziale formidabile e sosia del compianto Brandon Lee, e la bellissima Julie Condra, americana ma dai lineamenti vagamente orientali; la messa in scena di Gans è elegantemente autocompiaciuta e smaccatamente barocca: ogni coreografia, ogni passo degli attorri ed ogni movimento di macchina è studiato fin nei minimi dettagli; il punto di riferimento è il John Woo dei primissimi anni '90; la voglia di stupire ed ammaliare di Gans è però un'arma a doppio taglio: la lentezza e l'eleganza ingessano fin troppo il ritmo, che diviene troppo inutilmente lento nella parte centrale e non valorizza l'azione, relegata totalmente al finale, in cui deflagra totalmente; il risultato è, dunque, una pellicola stramba: ammaliante, ma claudicante, che vuole affascinare lo spettatore con la violenza e la sensualità, riuscendoci, ma al contempo disperdendo parte dell'attenzione con i virtuosismi della messa in scena.


"Crying Freeman" resta comunque un'operazione interessante: un manga la cui atmosfera e i relativi temi sono perfettamente trasposti su pellicola, un action elegante, autocompiaciuto e barocco, ma anche affascinante; un caso raro nel panorama esangue del genere degli anni '90, in cui a farla da padrone erano Van Damme e soci.

Batman Forever

di Joel Schmumacher

con: Val Kilmer, Jim Carrey, Tommy Lee Jones, Nicole Kidman, Chris O'Donnell.

Fantastico

Usa (1995)














Nonostante il forte successo ai botteghini di tutto il mondo e la calorosa accoglienza da parte della critica internazionale e dalla base dei fans, lo splendido "Batman Il Ritorno" fu anche foriero di grosse polemiche da parte delle associazioni dei consumatori: l'atmosfera cupa e la violenza esplicita rendevano il film troppo forte per un pubblico di bambini; a Tim Burton fu così malauguratamente tolta la regia dei successivi film dell'Uomo Pipistrello; scelta pessima: il suo sostituto Joel Schumacher non solo confezionò due pellicole dal successo commerciale non paragonabile a quello delle precedenti, ma riuscì anche nello sciagurato intento di far tornare Batman alle atmosfere camp degli anni '60, in pellicole talmente trash da essere odiate da tutti i fans del personaggio e detestate finanche dagli estimatori del cinema di serie Z.


Nel 1995 è la volta di "Batman Forever", il più dignitoso dei due film di Schumacher; prodotto da Burton (solo come selling point), il film è il risultato del trattamento iniziale voluto da quest'ultimo e del pessimo gusto estetico di Schumacher; nella sceneggiatura si avverte ancora il tocco di Burton, in particolare la volontà dell'autore di dare una caratterizzazione al personaggio, ma tutto viene mandato all'aria dalla stupidità di personaggi e situazioni; davvero impossibile sospendere l'incredulità davanti ai due villain: demenziali oltre i limiti dello stupido, Due-Facce e l'Enigmista della coppia Carrey-Jones (per la prima ed unica volta sullo schermo assieme) sono due cloni rimbecilliti del Joker di Nicholson, che non fanno altro che recitare battute idiote e dar vita a barzellette ambulanti; e se Val Kilmer (chiamato a sostituire Michael Keaton, che abbandonò il progetto nelle fasi iniziali, alla notizia della sostituzione del regista) appare del tutto fuori luogo, vista la mancanza del phisique du role e del volto da superoe tormentato, non si può non spanciarsi dalle risate di fronte al personaggio di Nicole Kidman; la bella e brava attrice australiana (tra l'altro qui all'apice del sex appeal) è costretta a recitare battute becere nei panni della bellona di turno, una psichiatra psicopatica follemente attratta dei pettorali di gomma di Batman! In questa sarabanda di macchiette assortite, l'unico personaggio che pare salvarsi è, paradosso puro, quello di Robin: trasformato in un adolescente ribelle ed ossessionato dalla vendetta, la spalla di Batman ruba la scena e l'attenzione, generando il minimo indispensabile di empatia verso lo spettatore.


Con l'intento di ricreare l'atmosfera gotica dei film precedenti, Schumacher abbonda in inquadrature sghembe, piani sequenza tra palazzi ciclopici, oggetti di scena dal design futuribile, fotografia dai colori caldi e sgargianti, ma riesce solo a creare un collage indigesto di stili ed influenze, una sorta di incubo post-modernista che nulla a che fare con il gotico visionario di Burton e che oggi si fa apprezzare solo per l'estrema fisicità; il fondo viene però toccato quando il regista indugia proprio sulla fisicità dell'eroe, sottolineata dai capezzoli sul costume (!) e da un primo piano del fondoschiena di Kilmer avvolto nel latex della bat-tuta (!!).


Davvero nulla si salva in una pellicola scialba e demente, che piacerà sicuramente ai più piccoli, vista l'atmosfera giocosa e colorata, ma che scatenerà le ire degli spettatori più esigenti.

10 Sguradi X 100 Post

I primi 100 post, wow! Come festeggiare un traguardo del genere? Vedendo.... anzi meglio "gurardando", volgendo lo sguardo verso un altro sguardo, una serie di visioni d'autore che hanno contribuito, in un modo a nell'altro, a plasmare la nostra visione di spettatori. ENJOY!


2001: Odissea nello Spazio  di Stanley Kubrick (1968)


L'uomo nasce, cresce, si evolve e viene rigenerato in una nuova forma, più evoluta, più perfetta, simile e vicina al divino; al contempo, il cinema si affranca definitivamente dalle altre forme narrative per raggiungere la sua pienezza espressiva: solo immagini e musica, ovvero la definitiva esperienza sensoriale.


Fino all'ultimo respiro  di Jean-Luc Godard (1960)


Sul solco tracciato da Rossellini con "Roma Città Aperta" (1945), Godard distrugge la narrazione classica, sviluppa la pellicola basandosi unicamente sugli attori, sul concetto e sopratutto sulla messa in scena, che, camera a mano in spalla, diviene libera; il cinema, la cui finzione viene svelata di volta in volta dall'autore, si fa così più veritiero, perchè coscente di sè stesso e dei suoi limiti intrinseci.


Apocalypse Now di Francis Ford Coppola (1979)


Un uomo, un autore, un mito indiscusso del Grande Schermo: Marlon Brando; in un'opera monumentale, perfetto paradigma della forza espressiva della Settima Arte, il grande attore improvvisa, si confessa, recita Eliott e si perde nei meandri di Conrad, guardandoci con gli occhi di chi ha dato tutto sè stesso all'arte e alla vita e ne è uscito distrutto nell'anima e nel corpo.


I 400 Colpi di François Truffaut (1959)


L'innocenza, l'iconoclastia, la voglia matta di vivere e amare a scapito di tutto e di tutti; lo sguardo triste di Antoine Doinel è il medesimo di Truffaut, che però, con una forza innovatrice immensa, ridefinisce la forma estetica e stilistica del cinema per i decenni a venire.



C'era una volta il West di Sergio Leone (1968)


Il tempo e lo spazio si piegano e si dilatano al volere di un grande autore; il mito del West tramonta per sempre, sulle splendide note di Morricone e con gli occhi, profondi e gelidi, dell'indimenticabile Charles Bronson.



Blade Runner di Ridley Scott (1982)


Uno sguardo alieno, forse umano, forse più umano dell'umano, si sofferma su una Los Angeles futuribile e distopica, un mondo cupo, eppure romantico, in cui le emozioni sopravvivono e pulsano nel cuore e nell'anima di un gruppo di reitti in fuga, alla disperata ricerca di vita, come ogni essere umano degno di questo nome.


Amici Miei di Mario Monicelli e Pietro Germi (1975)


Guardare in faccia le disgrazie della vita e riderne sardonicamente; la zingarata non è fuga dalla realtà, ma sberleffo nei confronti di un mondo triste e abbruttito dalle tragedie, unico rimedio per restare vivi.



Brother di Takeshi Kitano (2000)


Lo sguardo profondo e infantile di un autore geniale, che si sofferma su di un mondo a lui estraneo (l'Occidente) nel quel trova l'amicizia fraterna e il vero riconoscimento artistico che gli spetta.


Aguirre Furore di Dio di Werner Herzog (1972)


Un uomo vuole diventare mito: sfida il mondo intero per raggiungere la gloria; il suo sguardo fosco e brutale è l'incarnazione stessa del male, ma anche dell'ambizione, che rende l'essere umano simile al dio.


Ichi the Killer di Takashi Miike (2001)


La frustazione sessuale diviene arma, l'essere umano è sospeso tra due anime, una più nera dell'altra; ma una volta che il massacro si è compiuto, esso è libero e il suo sguardo di nuovo innocente: privo della violenza, l'uomo è un infante candido e dagli occhi tristi per quello che hanno dovuto sopportare

eXistenZ

di David Cronenberg

con: Jennifer Jason-Leigh, Jude Law, Willem Dafoe, Ian Holm, Don McKellar, Callum Keith Rennie, Sarah Polley, Christopher Eccleston.

Canada, Inghilterra (1999) 
















Anni '90: il videogioco si impone definitivamente come medium di massa grazie al record di vendite della Playstation; la realtà virtuale diviene, nell'immaginario collettivo, nuova frontiera della realtà fisica, come pronosticato da William Gibson negli anni '80; nel 1999, alle soglie del III Millennio, David Cronenberg dirige il saggio definitivo sull'argomento, nonchè il suo film più smaccatamente ispirato ai lavori di Philip K.Dick: "eXistenz".



Film che è "mutazione" definitiva (fin dal titolo, con la grandezza del carattere volutamente storpiata), "eXistenZ" rappresenta l'apoteosi delle ossessioni dell'autore; per la prima volta Cronenberg mette in scena una società in cui la mutazione si è già verificata e massificata: il corpo umano possiede un nuovo organo, il POD, una console videoludica collegabile direttamente al sistema nervoso, che permette di entrare nella relatà virtuale; realtà, di fatto, del tutto identica, a livello sensoriale, a quella fisica; l'impossibilità di discernere le due diviene tema centrale: per tutto il film i personaggi passano da un piano all'altro senza soluzione di continuità (come avvenniva con le allucinazioni di "Videodrome"  del 1983) e la realtà fisica, con i suoi animali mutanti e i personaggi genuinamente folli, diviene tanto irreale quanto la sua controparte virtuale; e qui l'autore canadese dimostra un forte debito verso Dick, in particolare verso il capolavoro "Le Tre Stimmate di palmer Eldritch", splendidamente omaggiato in un dettaglio nella scena dell'albergo: come nel capolavoro dello scrittore californiano, anche in "eXistenZ" i personaggi sono costretti a vivere su due piani esistenzili e con due personalità differenti, la loro effettiva e quella delle loro controparti videoludiche, che si fondono definitivamente anche una volta fuori dal gioco.


Se il corpo umano è mutato definitivamente in un hardware di carne (come già preconizzato in "Scanners" del 1981), l'oggetto inanimato diviene paradossalmente esso stesso "nuova carne": nella fabbrica all'interno del gioco i personaggi usano animali morti per costruire oggetti, addirittura armi; la pistola di carne ed ossa, i cui proiettili sono denti umani, ossia trasformazione definitiva dell'uomo in macchina, altro non è che l'aggiornamento della "pistola catodica" di "Videodrome"; il videogame è, secondo Cronenberg, ciò che il segnale televisivo era negli anni '80: nuovo organo, nuovo strumento percettivo e, in definitiva, nuova realtà fisica; la mutazione umana, per la prima volta, diviene totale, definitiva e impossibile da involvere.



O forse no? Come ci viene suggerito dal finale (in vero un pò forzato) forse anche la percezione dello spettatore muta al pari con quella dei personaggi: forse nulla è accaduto davvero e la trasformazione è ancora d là dal venire; forse.


"eXistenZ" rappresenta la catarsi definitiva del cinema di Cronenberg: carne e sensi vengono deflagrati completamente e rimodellati in una nuova forma; da qui in poi la sua visione si farà meno fisica, più intellettiva, come dimostrano le opere degli anni 2000 fino a "Cosmopolis" (2012).