lunedì 30 settembre 2013

Il Cavaliere Oscuro- Il Ritorno

The Dark Knight Rises

di Christopher Nolan

con: Christian Bale, Tom Hardy, Anne Hathaway, Gary Oldman, Joseph Gordon-Levitt, Michael Caine, Morgan Freeman, Matthew Modine.

Azione

Usa (2012)
















---SPOILERS INSIDE---

Se con il precedente "Il Cavaliere Oscuro" (2008) Nolan era riuscito nell'ardua impresa di coniugare esigenze spettacolari ad un racconto squisitamente d'autore, con "Il Ritorno" imbastisce un'opera dalle pretese, se possibile, ancora più ambiziose: un kolossal che affonda saldamente le sue radici nella matrice fumettistica per farsi specchio deformante della realtà; impresa titanica, che malauguratamente fallisce miseramente proprio a causa del poco e superficiale impegno profuso nella sua realizzazione.


Per imbastire il palinsesto della trama, Nolan e Goyer si rifanno a due degli story-arc più importanti dell'intera vita editoriale di Batman: "Knightfall", per il confronto tra Batman e il villain di turno, Bane, e sopratutto "No Man's Land", la "saga del terremoto" che alla fine degli anni '90 scioccò tutti i lettori del Crociato Incappucciato; ambientato circa 8 anni dopo la fine della precedente pellicola, "The Dark Knight Rises" (il titolo italiano non permette di cogliere la citazione tratta da "The Dark Knight Returns" di Miller) si stacca clamorosamente dalla storia principale de "Il Cavaliere Oscuro", ignorando del tutto la figura del Joker (qui neanche nominato) per riprendere solo la sottotrama sulla trasformazione di Harvey Dent; per evitare la condanna dell ex procuratore da parte dell'opinione pubblica, Batman si addossa gli omicidi dei polizziotti corrotti, divenendo una sorta di nemico pubblico n°1; l'astio verso il giustiziere permette il varo di un decreto ad hoc ("Decreto Dent") che prevede il carcere duro per tutti i criminali, rinchiusi ora nel penitenziario di massima sicurezza di Blackgate; Bruce Wayne (Bale) decide così di ritirarsi a vita privata e trincerarsi nella sua villa; sarà suo malgrado costretto a indossare di nuovo la maschera e il mantello quando il mercenario Bane (Tom Hardy), nuovo capo della Setta delle Ombre, decide di ultimare il vecchio piano di Ras Al'Ghul: la distruzione di Gotham City, ora simbolo del capitalismo impazzito.


Con una consapevolezza ancora maggiore del personaggio e delle sue possibili implicazioni, Nolan tenta lo spaccato sociale e lo mischia con un'ulteriore crescita interiore di Batman; ora il giustiziere mascherato deve fare i conti con il dolore fisico: non solo quello inflittogli dal confronto con Due Facce e dal massacrante duello con Bane, ma anche quello provato in passato, quel dolore che lo ha reso forte, ma al contempo insensibile al punto di non temere più la morte; mancanza di paura che si rivela un difetto fatale, perchè lo porta a sottovalutare i suoi avversari; Batman deve quindi fare i conti con sé stesso, con ciò che ha guadagnato e che ha perso, per poter tornare davvero a rappresentare un simbolo di speranza.


Tuttavia, i forti difetti narrativi che affliggono la sceneggiatura sono evincibili già da una lettura superficiale della trama: si parte da un incipit debolissimo, dove si da per scontato che basti una semplice legge per ripulire dal crimine le strade, come se tutta la retorica fatta a partire da "Batman Begins" sull'impossibilità di abbattere il crimine organizzato con mezzi ordinari sia andata perduta; poco credibile è anche la figura di Batman, che per 8 lunghi anni si ritira nel suo antro come se nulla fosse; credibilità che si infrange totalmente una volta che la storia prende il via: molti dei fatti e delle situazioni mostrate cozzano clamorosamente con il tono serio e realista con cui Nolan ammanta, al solito, tutto il film; davvero non si riesce a credere alla guarigione "miracolosa" di Batman durante la sua prigionia nel Pozzo, e ci si interroga su come possa correre e saltare nonostante una ferita alla gamba che lo immobilizza per tutto il primo atto; si stenta a credere alla rivolta popolare che infiamma tutto il secondo atto, che prende vita dalla lettura di un pezzo di carta scritta a mano da Gordon, in cui confessa la vera natura di Harvey Dent; si arriva finanche a ridere per un finale in cui un'esplosione nucleare colpisce la costa di Gotham senza nessuna conseguenza di sorta, come se si trattasse di un petardo esploso per sbaglio; quando poi nel finale si decide di far ricorso alla violenza estrema e finanche autocompiaciuta per sconfiggere i cattivi, mandando alle ortiche tutto il discorso antimanicheo visto durante il confronto tra Batman e Joker nel precedente film, la sensazione di scherno di cattivo gusto è davvero difficile da scacciare. Delude persino la caratterizzazione, scialbissima, delle figure di contorno: da Alfred che abbandona di punto in bianco il suo figlio putativo ad un Lucius Fox evanescente, che entra ed esce di scena senza continuità, passando per il personaggio di Miranda Tate, puramente riempitivo anche quando svela la sua vera identità; senza contare l'inutile aggiunta al cast di Matthew Modine, il cui personaggio dovrebbe incarnare  un idea di giustizia che ha perso la sua natura, adagiandosi all'utilitarismo più futile per poi redimersi nello scontro finale: tutto molto significativo... sulla carta, in immagini risulta tutto raffazonato.


I risvolti politici della storia sono forti e ben rappresentano la società attuale, totalmente dipendente dalla finanza informatizzata; l'assalto alla borsa di Gotham dovrebbe rappresentare la disanima di una possibile forma di rivolta da parte dei gruppi organizzati ("Occupy Wall Street" et similia) contro lo strapotere della finanza; così come la ribellione che Bane innesca nel secondo atto vorrebbe essere una riflessione sul concetto stesso di rivoluzione sempre più simile al terrorismo (e qui i paragoni con "V per Vendetta" si sprecano) e su come questa possa rivoltarsi contro i propri stessi fautori; la dissezione della follia totalitaria è lucida e visionaria: alcune trovate sono a dir poco geniali, come la liberazione dei prigionieri di Blackgate, novella Bastiglia, o i processi di popolo, con il dittatore/liberatore tenuto in disparte e il giudizio condotto da un magistrato d'eccezione: lo Spaventapasseri, ossia l'incarnazione stessa del concetto di paura; tuttavia, anche qui ogni forma di credibilità viene azzerata da una sceneggiatura contraddittoria: il vero fine di Bane e della Setta delle Ombre non è la vendetta sociale, ma la distruzione totale ed indiscriminata; lo spettatore conosce il retroscena fin dal prologo, e sa che l'esplosione atomica rende vana ogni forma di rivincita sociale; risulta impossibile inquadrare così gli atti dei rivoltosi come realmente rivoluzionari, e le loro azioni da machiavelliche ben presto si palesano come semplicemente malvagie, dunque impossibili da considerare come metaforiche.


A deludere maggiormente è però il piglio registico di Nolan; abbandonata la cura estrema per i dettagli e il gusto per il montaggio alternato de "Il Cavaliere Oscuro", qui Nolan si limita a girare inseguimenti e fughe senza guizzi, con un montaggio lineare ed un ritmo neanche troppo elevato, svolgendo il tutto come un compitino scipito, che non stupisce né emoziona; persino la direzione del cast risulta lacunosa: Bale, per la terza volta nei panni dell'Uomo Pipistrello, al pari di Nolan si limita a svolgere il suo compito senza particolare convinzione, non riuscendo mai a dare al personaggio il carisma necessario; Joseph Gordon-Levitt (che insieme a Tom Hardy, Marion Cotillard e Michael Caine aveva già lavorato con Nolan nel precedente "Inception") dà vita ad un personaggio non semplice (il poliziotto innamoratosi del "lato oscuro" di Batman) senza però riuscire a colpire, nemmeno quando decide di andare al di là della legge, in una catarsi che ricorda il finale di "Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo!", sfiorando il cattivo gusto.
Per fortuna il resto del cast riesce a stupire; Michael Caine, in primis, qui ridotto ai limiti della comparsa, buca lo schermo dando vita ad un Alfred complesso e dilaniato dai sensi di colpa; Anne Hathaway, negli attillatissimi panni di Catwoman, riesce ad essere sexy e al contempo a donare credibilità ad un personaggio ai limiti della caricatura; Oldman riesce a rendere drammatico un Gordon mai così piatto sulla carta; ma su tutti a farla da padrone è Tom Hardy: recitando sempre con la maschera in volto, Hardy dà vita ad un villain inquietante, a cui dona un carisma smisurato usando solo gli occhi e le spalle, come un moderno Douglas Fairbanks jr.; per la prima volta in un film, Bane perde ogni connotazione ridicola e cartoonesca e vive nella sua caratterizzazione originaria di cattivo spietato e dall'intelligenza sopraffina, a cui Nolan concede persino un tocco di romanticismo miracolosamente mai fuori luogo, anche grazie alla bravura di Hardy.


A conferire vero spettacolo restano un prologo adrenalinico come davvero non se ne sono visti da anni sul grande schermo, e sopratutto il duello tra Batman e Bane a metà film: duro, violento e magnificamente immerso nelle tenebre grazie alla superba fotografia di Wally Pfister, è un combattimento tra bene e male in cui l'esito non è scontato e proprio per questo riesce a colpire; merito della perfetta coreografia e dello stile plastico di Nolan, che solo qui si ripresenta prepotente, a ricordarci che sotto sotto è ancora un autore capace di stupire.


Spiace dirlo, ma l'epilogo della trilogia del "Cavaliere Oscuro" è anche il capitolo più deludente: superficiale nei contenuti e sciatto nella forma, resta comunque una spanna sopra la media del kolossal americano medio, che surclassa per stile ed intelligenza; anche se di fronte alla povertà di pellicole quali "The Avengers" o "Battleship" non è che ci voglia poi tanto a fare la "figura d'autore".



EXTRA:

Ah! Quindi l'ha diretto Nolan per davvero!


Una volta rinchiuso nel Pozzo, Batman fa amicizia con questo prigioniero:


Lo riconoscete? Proviamo con una foto di qualche anno fa:


Esatto: è Tom Conti, il Mr.Lawrence di "Furyo" (1983); in pratica: il buon vecchio colonnello, rilasciato dai Giapponesi, si è fatto acciuffare dalla Setta delle Ombre; dopo trent'anni di prigionia è finalmente riuscito ad allacciare un rapporto umano con un altro prigioniero:


domenica 29 settembre 2013

Home Sick

di Adam Wingard

con: Tiffany Shepis, Bill Moseley, Tom Towles, Lindley Evans, Forrest Pitts, Will Akers.

Grottesco/Splatter

Usa (2007)














La scena del cinema indipendente americano degli ultimi 15 anni appare sempre più omologata ed esangue; sono davvero pochi i filmmakers che tentano di emanciparsi dai modelli di rifermento più abusati (Tarantino, Gus Van Sant, David Lynch) per cercare un proprio stile ed una personale idea di cinema; tra questi, Adam Wingard rappresenta un interessante esempio di regista la cui carriera è nata nel sottobosco dell'horror indipendente per poi approdare, nell'arco di pochissimi anni, al cinema di serie A; se con il suo ultimo lavoro, "You're Next" (2011) Wingard cerca di svecchiare il filone dell' "Home Invasion", con la sua pellicola d'esordio, "Home Sick", tira uno sberleffo demenziale e del tutto fuori controllo al sottogenere causa dell'estinzione dell'originalità nel cinema horror americano: lo slasher.


"Home Sickè è in tutto e per tutto un film indipendente, do ve per "indipendente" per una volta non si intende "cinema d'autore travestito da low budget", ma "cinema fatto in casa" vero e proprio; girato da Wingard ai tempi della scuola di cinema con un budget irrisorio, è caratterizzato da un cast di attori semi-professionisti, tra i quali però compaiono tre volti noti nel panorama horror: Tiffany Shepis, la voluttuosa scream queen di numerose pellicole slasher underground, Bill Moseley, il mitico Otis Firefly de "La Casa dei 1000 corpi" (2003) e Tom Towles, il serial killer Otis di "Henry Pioggia di Sangue" (1986); l'intera pellicola è girata con il minimo indispensabile: fotografia low cost, make-up e costumi portati da casa, maestranze raccattate tra i compagni di corso; tutto il budget viene usato per gli effetti speciali, tutti rigorosamente prostetici, per garantire un tasso splatter davvero sopra ogni media; il risultato è una pellicola piccola e delirante: appena 1 ora e 29 minuti di effettacci splatter e tanta, tanta cattiveria.


La trama è quella classica di ogni slasher: gruppo di ragazzetti perseguitato da un killer; è naturalmente nella costruzione che Wingard stupisce: il racconto non è lineare, si apre con un omicidio che appare totalmente fine a sé stesso (quasi un rimando ai prologhi ad effetto dei vari "Scream" e "So Cosa hai Fatto"), salvo poi comprendere come esso fosse "parte del gioco"; si prosegue con le disavventure dei ragazzi, massacrati ad uno ad uno, ma nei modi più inaspettati; se fino a metà film è il killer a massacrarli, nel terzo atto, con l'entrata in scena del delirante personaggio dello zio Johnny (Towles), la meccanica dello slasher viene spappolata in favore di un delirio visionario unico; i personaggi, nella vana speranza di salvarsi, si chiudono in casa armati e cadono vittima del loro delirio di onnipotenza da "americani armati": tra colpi partiti per sbaglio, vendette sanguigne ed atti di demenza atavica, il massacro sarà autoinflitto, fino ad un finale talmente grottesco da sconfinare nella parodia.


Nel costruire ogni singola scena, Wingard usa inquadrature dal basso e un montaggio quasi subliminale: la linearità viene spezzata dai "flash" che illuminano lo schermo, come se tutto quello che viene mostrato fosse in realtà un'allucinazione perversa; su tutto vige un'atmosfera irreale, resa ancora più sospesa dlla recitazione sopra le righe e dal grottesco fuori controllo; "Home Sick", rifuggendo da ogni forma di verosomiglianza, vuole porsi come uno sberleffo, una risposta goliardica e volgare al cinema falso-perbenista che tanto piace agli americani.
Ed è proprio il tono usato a rinforzare questa sensazione; i personaggi sono lontani anni luce dai classici stereotipi dell'horror adolescenziale; al bando fusti palestrati e biondine di facili costumi, qui i personaggi sono un coacervo del peggio che l'adolescenza ha da offrire: tossicodipendenti arrapati, maschi alfa idioti, redneck ritardati ed emo imbecilli; il massacro si colora così di un humor nero inevitabile, che svecchia ulteriormente la struttura; e la cattiveria con cui l'autore dipinge il tutto è ancora più disturbante: la visione dei morti da parte di Candice, sotto effetto di droga, che la porta e ridere e a bagnarsi nel sangue, la stupidità dei personaggi buoni solo a combinare danni e, in genere, un aura di grottesco talmente sopra le righe da divenire subito un vero e proprio pugno allo stomaco; il tutto condito da effetti speciali truci e rivoltanti: tra membra strappate, teste bucate a suon di pugni ed unghie strappate, il tasso di violenza grafica è talmente alto da portare spesso al fastidio fisico.


Chiunque creda che l'horror sia solo found footage da due soldi o esorcismi reiterati fino all'esasperazione, provi a cimentarsi con "Home Sick": cattiveria viva e pulsante confezionata con un budget risicato ai limiti dell'amatoriale, cinema splatter come davvero non se ne vede da (troppo) tempo.

sabato 28 settembre 2013

Martha

di Rainer Werner Fassbinder

con: Margit Carstensen, Karlheinz Bohm, Barbara Valentin, Peter Chatel, Gisela Fackeldey, Gunter Lamprecht, Kurt Raab.

Drammatico/Thriller

Germania (1974)













Che cos'è che rende un autore davvero grande? Lo stile? I temi a lui cari? Non solo: non è l'unicità di questi elementi a sancirne la grandezza, visto che si tratta di elementi necessari per la stessa definizione di "autore"; la grandezza, semmai, risiede nel saper declinare temi, storie, psicologie ed ossessioni in modo sempre nuovo, o quanto meno non identico a quanto già fatto; da questo punto di vista, Rainer Werner Fassbinder può e deve essere considerato come un grande autore; per rendersene conto occorre scandagliare gli angoli più oscuri della sua filmografia, nel quale compaiono pellicole spesso ignote persino ai fans più irriducibili del regista; tra queste "Martha", film per la televisione realizzato nel 1974, permette di cogliere appieno il talento di Fassbinder, sopratutto se visto in prospettiva con i suoi lavori futuri.


Matha (Margit Carstensen) è una donna non più giovanissima, ma ancora nubile; durante una vacanza in Italia assieme al padre, Martha conosce Helmut (Karlheinz Bohm), dignitario dell'ambasciata tedesca dotato di un fascino magnetico che colpisce subito la donna; tornata in Germania, Martha viene colpita dal lutto del padre; rimasta sola, intraprende una torbida relazione con Helmut, che si rivelerà come un amante ben poco umano.


Basandosi su un racconto noir di Cornell Woolrich. Fassbinder torna a declinare la sua ossessione più celebre: l'amore come atto di possessione e sottomissione; questa volta unisce il registro del melò con quello del thriller, con risultati affascinanti; l'autore crea un'atmosfera spietata ed ipnotica attorno ai personaggi: il destino che li lega viene esplicitato nel loro primo incontro con uno splendido movimento di macchina che ne cinge in cammini; il dominio di Helmut viene rappresentato da Fassbinder, nella seconda parte, con un registro da kammerspiel asfissiante, reso ancora più claustrofobico dalla proverbiale profondità di campo delle sue inquadrature, che spaccano ogni spazio ed ogni angolo della casa per racchiudervi dentro la protagonista, come stratta in una morsa invisibile; chiuso in unica location, l'autore trasforma la vita di coppia dei due sposini in uno spietato gioco del gatto con il topo, dove i ruoli di vittima e carnefice sono definiti ed immutabili; la sottomissione di Matha al sadismo del compagno è incotrovertibile, quasi determinata in modo sacro da quel loro primo, fatale, incontro; l'amore diviene così prigionia, sottomissione sadica e totale subordinata al diletto del più forte; ogni forma di pietà viene eliminata; tuttavia, quella di Helmut è si una devianza, ma pur sempre una forma di unione ed attrazione resa infausta dalla natura intima dell'uomo; e Karlheinz Bohm risulta semplicemente perfetto nel ruolo del sadico marito: freddo, insensibile e marziale in ogni gesto, riesce davvero ad incutere un timore vivo e pulsante mediante un'interpretazione controllata ed efficacissima, perfettamente speculare a quella viva e pulsante usata per dar vita al Mark Lewis dello splendido "L'Occhio che Uccide" (1969).


La cattiveria, qui, non è mirata alla semplice distruzione dell'individuo, quanto al dominio: rispetto al successivo "Il Diritto del più Forte" (1975), il "più forte" vuole solo imbrigliare il partner, non risucchiarne la vita; Martha è vittima per natura non solo in quanto donna, ma sopratutto in quanto individuo solo e privo d'esperienza, qualità che Fassbinder esalta soffermandosi sulla fisicità acerba di Margit Carstensen; la deriva fisica viene qui sostituita da quella mentale: la psiche del personaggio viene piano piano annientata da Helmut, che alla fine la conduce ad uno stato di pazzia che prelude non tanto alla distruzione fisica (presente, ma puramente circostanziale), quanto a quella psicologica, che si sostanzia nel totale annichilimento dell'identità (come avverrà nel successivo capolavoro "Berlin Alexnderplatz"); in un finale crudo e disperato, Fassibinder mette in scena l'unione perfetta tra i due, unione che sempre non poter avere fine; e lo fa con un distacco glaciale, rendendo l'epilogo ancora più disturbante.


Il dominio, la sottomissione e la follia dell'amore non sono mai stati così spaventosi; il tono da thriller si fonde perfettamente con il registro melò: la fatalità incombente su Martha si sostanzia dapprima nel dolore, poi nella pazzia e solo infine nella menomazione; e nell'unire i due registri Fassbinder si fa ossessivo, ma mai ripetitivo; e di fatto nelle sue opere successive il tema dell'amore sarà sviluppato in maniera differente, ma al contempo uguale, mutando registro stilistico, ma non narrativa; proprio come solo un grande autore sa fare.

Scott Pilgrim vs. the World

di Edgar Wright

con: Michael Cera, Mary Elizabeth Winstead, Jason Schwartzman, Ellen Wong, Kieran Culkin, Anna Kendrick, Chris Evans, Brandon Routh.

Cinecomic

Usa, Inghilterra, Canada, Giappone (2010)

















L'ibridazione tra stili e linguaggi  può portare alla nascita di nuovi modi d'intendere la narrazione; negli ultimi venti anni, la fusione tra cinema e comic ha dato luogo ad interessanti prove stilistiche ("Dick Tracy", "Sin City"), tanto che i due linguaggi, ora come ora, sembrano essersi saldati in un media unico, con fumetti le cui vignette e sceneggiature sono plasmate su inquadrature e scritture cinematografiche e film che riprendono stili, stilemi e topoi propri del fumetto; l'ibridazione tra cinema e videogame, invece, ha una storia più recente e molto più travagliata: tralasciando i primi esperimenti di trasposizione da videogioco a film ("Super Mario bros." del '93), è con l'avvento del cinema digitale e degli effetti in CGI che si assiste ad una ripresa totale degli stilemi propri del videogioco anche nella narrazione filmica; viceversa, il cinema ha da sempre influenzato il mondo dei games, basti pensare alle avventure grafiche che infuriavano negli anni '90, nelle quali spesso e volentieri al posto di una grafica in animazione 2d si optava per delle sequenze filmate con veri attori; "Scott Pilgrim vs. the World" fa dell'ibridazione tra i tre media (cinema, fumetto e videogioco) il suo imperativo: la fusione tra gli stili e gli stilemi è totale e da luogo ad una forma narrativa davvero inedita; tuttavia, al di là del mero esperimento stilistico, il film in sé è lungi dal potersi definire riuscito.


Scritto e disegnato da Baryan Lee O'Malley tra il 2004 e il 2010, "Scott Pilgrim" rappresenta il più lucido tentativo di unificazione tra narrazione fumettistica e meccanica videoludica; fin dalla trama, l'intento dell'autore appare chiaro e preciso: Scott, giovane rubacuori di Toronto e chitarrista di un piccolo gruppo indie rock, si innamora perdutamente della bella Ramona Flowers; per conquistarla deve però sconfiggere i suoi sette malvagi ex-ragazzi; storia che racchiude in sè tutti i luoghi comuni dell'arcade classico: un protagonista alle prese con una quest che vede invischiata una "principessa da salvare", un gruppo di boss da sconfiggere, ognuno dei quali contraddistinto da un potere particolare, e una serie di poteri/upgrade ottenibili alla fine di ogni combattimento; l'ibridazione tra media è ottenuta anche grazie al particolare stile grafico, che si rifà pienamente ai disegni naif ed espressivi dell'era dell 8-bit, come se l'intera graphic novel fosse un intermezzo non interattivo di una cartuccia per Nintendo.


Nel passaggio su grande schermo, l'ibridazione si fa ancora più ricca, aggiungendo al calderone anche la grammatica filmica; Edgar Wright, proveniente dalla commedia demenziale, si diverte ad unire piani-sequenza ad onomatopee a tutto schermo, palle di fuoco Street Fighter-Style ed intermezzi animati, costruzione narrativa para-videoludica (il "Game Over" verso la fine, i gettoni ottenuti da Scott alla fine di ogni incontro) con primi piani e piani americani, dando vita ad uno stile unico, inedito ed interessante. Molto meno riuscita è la parte strettamente "filmica"; nel passaggio su schermo, Scott Pilgrim viene interpretato da Michael Cera, attore sul quale occorre soffermaci qualche minuto; Cera viene dal cinema indie americano degli anni '00: con quel suo viso da "sfigato della porta accanto" ed una fisicità praticamente nulla, è stato il perfetto protagonista di tutta una serie di pellicole romantico-adolescenziali, quali "Youth in Revolt" (2009) e "Nick & Norah: tutto accadde in una notte" (2008); caratteristica permanente di tutti i suoi ruoli: sfigato innamorato di una ragazza bella/simpatica/ intraprendente, dunque fuori dalla sua portata; forse per tentare di calamitare un pubblico di adolescenti nerd facilmente identificabili con il "personaggio-Cera", e vista anche la somiglianza della storia di base con le precedenti pellicole interpretate, Wright gli affida il ruolo si Scott, sbagliando clamorosamente il casting: con quel volto da ebete e quel fisico da studente di geometria asmatico, davvero non si riesce a credere che Scott sia un imberbe Casanova spaccacuori ed un agguerrito picchiatore di ex. Credibilità che si infrange totalmente quando Cera combatte contro attori da fisico scultoreo quali Brandon Routh e Chris Evans o fa innamorare di sé la bella Mary Elizabeth Winstead; e a poco serve il tono demenziale e citazionista della pellicola: la sospensione dell'incredulità manca totalmente fin dai primissimi minuti e con essa gran parte del divertimento.


La storia di base, inoltre, non è troppo diversa dalla classica "commedia alla Cera": adolescente para-sfigato alle prese con la bella di turno e con rivali di molto migliori di lui, ossia la classica storia di rivincita che i commedianti americani rifilano al pubblico più o meno dagli inizi degli '80; fortunatamente, l'ambientazione indie e l'amore verso la tradizione videoludica salvano in parte la narrazione: davvero non si può resistere ad un gruppo rock battezzatosi come uno dei nemici storici di Super Mario, così come non si può non ridere di fronte alle disavventure amorose di Stacey, sorella di  Scott, che vede tutti i suoi fidanzati fuggire con Wallace, il coinquilino gay del fratello.


Quel che resta è un esperimento linguistico interessante e riuscito, inframezzato da siparietti comici talvolta davvero irresistibili, su tutti il combattimento con il vegano interpretato da Routh, ma che purtroppo non riesce a convincere del tutto; a fine visione si resta estasiati solo per lo spettacolo visivo, tutto il resto è roba trita, vecchia e riscaldata malamente.

mercoledì 25 settembre 2013

Evangelion 3.0- You Can (Not) Redo

 Evangerion Shin Gekijoban: Kyu

di Hideaki Anno

Animazione/Fantascienza/Apocalittico

Giappone (2012)



















---SPOILERS INSIDE---



"Neon Genesis Evangelion", ossia: la serie anime più influente degli ultimi 20 anni; fin dalla sua prima apparizione, nel 1995, la serie tv sconvolse gli spettatori giapponesi proponendo un inedito mix di tradizione ed innovazione; il suo autore, Hideaki Anno, co-scenneggiatore e regista principale, si ispira, per sua stessa ammissione, a due capolavori di Yoshiuki Tomino, anch'essi fortemente innovativi nell'ambito del genere robotico: "Space Runaways Ideon" (1981) e "Z Gundam" (1985); sulla scorta del solco tracciato da Tomino, Anno e soci imbastiscono una storia che si rifà totalmente alla tradizione del super-robot: 15 anni dopo una catastrofe, denominata "Second Impact" e che ha cambiato per sempre la morfologia del pianeta, la Terra viene minacciata da delle gigantesche creature dette Angeli, che attaccano senza apparente ragione la città di Neo.Tokyo 3; per fronteggiarle, la società para-governativa Nerv crea una macchina umanoide da combattimento, l'Evangelion, alla guida del quale viene messo il figlio del presidente Gendo Ikari, il quattordicenne Shinji, affetto da un forte disturbo della personalità; l'intera serie si focalizza non tanto sugli scontri tra robot e mostri, quanto sui misteri che circondano la Nerv e il suo passato, e sopratutto sulla psicologia dei singoli personaggi: dal giovane Shinji, perno principale dell'intera narrazione e figura ideale di adolescente alle prese con un mondo ostile che non comprende, a Misato Katsuragi, capo operativo della Nerv, surrogato di figura materna alle prese con una vita priva di affetti, passando per i piloti Asuka, giovane ragazza preda delle sue stesse manie egocentristiche, alla misteriosa Rei Ayanami; l'innovazione rispetto al passato sta nella forte componente introspettiva, esplicitata da una regia e da una sceneggiatura che fanno dell'ermetismo una vera e propria componente stilistica: non solo i risvolti delle psicologie sono talvolta più suggeriti che mostrati, ma l'intero antefatto alla storia non viene mai esplicitato, lasciando che sia lo spettatore ad evincerlo dalle immagini e dagli scarni dialoghi; retroscena basato su visioni bibliche, punizioni divine e catarsi apocalittiche che, assieme ad una narrazione cruda e talvolta cinica, completa il quadro di un anime unico, coinvolgente e sconvolgente.








L'innovazione stilistica e la distruzione di parte della tradizione inizialmente non pagarono: a causa dei bassi indici d'ascolto la serie viene cancellata dopo soli 26 episodi, costringendo gli autori a concludere la narrazione in fretta e furia con due episodi conclusivi che, mettendo da parte l'intreccio cospirazionistico ed apocalittico, si concentrano esclusivamente sulla psicologia di Shinji; finale "improvvisato" e costruito con un budget striminzito ed animazioni riciclate, ma che paradossalmente funziona e conclude degnamente l'analisi psicologica di un personaggio complesso, nonchè parte della narrazione di una serie, è il caso di dirlo, "bigger than Tv"; tuttavia, come già successo alla creatura prediletta di Tomino, quel "Mobile Suit Gundam" che nel 1979 per primo svecchiò i canoni dell'anime robotico nonostante la fredda accoglienza, anche Evnagelion viene riscoperto grazie alle repliche notturne sui canali giapponesi e, sopratutto, a seguito della sua circolazione all'estero, dove (Italia compresa) viene subito accolto come un capolavoro dell'animazione orientale e non solo; successo tardivo che permette ad Anno e soci di creare un finale adatto all'opera: nel 1997 viene realizzato il lungometraggio "The End of Evangelion", che si riconnette all'episodio 24 (ignorando i successivi) e crea un nuovo finale, visionario, crudo ed apocalittico, in cui la narrazione giunge ad un termine definitivo.








Termine che però impedisce agli sceneggiatori di spiegare (o quantomeno far intendere) molti degli elementi narrativi più importanti della serie: chi sono davvero gli Angeli? Qual'è il loro vero scopo? Chi ha creato la fantomatica "Lancia di Longinus" e a cosa serve davvero? Misteri privi di risposta, a causa della soppressione della serie, media ideale per un racconto così complesso e sfaccettato.
Tuttavia, circa dieci anni dopo l'uscita di "The End", Anno decide di rimettere mano alla sua creatura più famosa; tramite il neonato studio Khara, l'autore inaugura "Rebuild of Evangelion", una serie di quattro film che reinventano la saga apocalittico/robotica; il primo film, "You Are (Not) Alone" (2007) mette in chiaro le intenzioni dell'autore: rinarrare da capo sotto forma di lungometraggio cinematografico la storia dell'anime, fin dalle primissime sequenze del primo episodio; tuttavia, proprio dai primi fotogrammi di YANA, ci si accorge di come il "Rebuild" non sia una semplice opera di remake, ma un vero e proprio seguito dell'apocalittico finale di "The End"; rifancendosi alla teoria dell'Eterno Ritorno, già riportata in auge con successo in quegli anni dal serial tv americano "Battlestar Galactica", Anno immagina come, a seguito della distruzione totale della vita sulla Terra, il mondo sia ricominciato da capo: gli stessi personaggi ripercorrono gli stessi eventi, con variazioni minime ma significative; variazioni che aumento esponenzialmente nel secondo film, "You Can (Not) Advance", fino ad un epilogo nuovamente apocalittico, che anticipa il Third Impact dalla fine degli eventi alla metà esatta degli stessi; su questa nuova linea temporale, del tutto inedita rispetto al passato, si pone "You Can (Not) Redo", terzo capitolo della tetralogia.








Come nei due film precedenti, la componente grafica è a dir poco sbalorditiva: animazioni 2d di una fluidità sconvolgente si fondono perfettamente con mech e sfondi animati in 3d cel-shading; l'uso accorto dei colori e degli effetti di luce crea una visione mozzafiato, che nelle moviementate sequenze d'azione (su tutte lo splendido ed adrenalinico prologo) divengono un vero e proprio saggio di estetica filmica, perfettamente valorizzata dalla visione su grande schermo; non da meno il comparto audio, con effetti sonori realistici ed un commento musicale altisonante, che mischia sonorità rock a musica classica, creando un effetto elegante ed ammaliante; a convincere è anche la regia di Anno: perfettamente sospesa tra rigore e spettacolo, si compone di moviemnti di macchina fluidi ed eleganti nelle sequenze d'azione e inquadrature fisse in quelle di dialogo, caratterizzate da una ricerca estetica quasi maniacale nella composizione del quadro; ma Evangelion non è solo stile: è sopratutto contenuto, introspezione e narrazione cruda e mozzafiato; sfortunatamente, è proprio da questo punto di vista che "You Can (Not) Redo" mostra dei limiti a tratti imbarazzanti.








Come nella serie televisiva, il punto di vista adottato è quasi esclusivamente quello di Shinji; il film si apre con un gap di 14 anni rispetto a "You Can (Not) Advance": Shinji ha dormito all'interno dell'Eva per tutto questo tempo e non è invecchiato a causa di un effetto definito "maledizione degli Eva"; tuttavia, nulla viene detto sul perchè anche gli altri personaggi non siano invecchiati; lo straniamento del protagonista, che ora ha a che fare con una realtà post-apocalittica di cui egli stesso è responsabile, è ben congegnata proprio grazie al mistero che ruota attorno al gap temporale; tuttavia, man mano che la narrazione procede ci si accorge come l'ermetismo di fondo copra in realtà la più totale mancanza di idee; il nuovo mondo, le connessioni con "The End" e l'effettiva volontà che spinge i spinge i singoli personaggi sono tutti argomenti che non vengono nemmeno accennati; come nella serie, si predilige enfatizzare la psicologia del protagonista, che tuttavia qui risulta basica e sciapita: Shinji soffre per l'errore commesso in passato (l'innesco dell'Apocalisse), ma questa sua colpa viene elaborata solo mediante qualche blanda linea di dialogo; il grosso della narrazione si fonda sul suo straniamento, ben congegnato, ma che alla lunga porta alla noia; persino il rapporto con Kaworu, l'angelo caduto, viene semplificato fino al ridicolo: i due si frequentano come amici, ma l'attrazione di Shinji verso il compagno viene resa troppo esplicita, facendo scadere il tutto nel ridicolo involontario; con il procedere dello scarno minutaggio, ci si accorge come gli eventi narrati siano tutto sommato pochi e lineari: Shinji è invischiato in un piano più grande di lui, ma nonostante le spiegazioni talvolta esplicite si fatica a comprendere quale sia il nesso tra il piano di suo padre, i piani della Seele, gli obiettivi della neonata Wille e sopratutto come tutto ciò si riconnette con l'apocalisse mostrata nel precedente "The End", di cui questo terzo film rappresenta una sorta di riscrittura.








Nonostante l'ambientazione spoglia e spartana, l'atmosfera non è mai davvero cupa o opprimente; il mondo post-apocalittico in cui Shinji si muove non fa davvero paura, ma si limita a straniare lo spettatore così come il suo protagonista; straniamento dovuto non solo all'incapacità di comprendere, o anche solo percepire, storia, antefatto e psicologie effettive dei personaggi (su tutti Gendo Ikari, davvero ridotto alla caricatura di sè stesso), ma sopratutto alla totale vacuità con cui il film si presenta: non c'è mai la volontà di stupire, di coinvolgere o di scioccare lo spettatore, cosa che invece avveniva con successo in tutte le altre pellicole; la "nuova piega" intrapresa dalla narrazione risulta essere così solo un presto per intessere una storiucola spettacolare e fine a sé stessa; nulla di quanto visto nel precedente YC(N)A torna utile ai fini della comprensione: non l'intervento del Mark VI, non il mistero dietro la vera identità di Kaworu e nemmeno il risveglio dell'Eva; "You Can (Not) Redo"si pone semmai come una sorta di "punto e a capo", la prima parte di un epilogo che si sostanzierà nell'ultimo film della saga, ma che preso in sè non dà nulla allo spettatore, non un'emozione, non una storia degna di questo nome e nemmeno personaggi sfaccettati o carismatici, solo una serie infinita di situazioni insulse e combattimenti spettacolari, ma inerti.

The Amazing Spider-Man

di Marc Webb

con: Andrew Garfield, Emma Stone, Rhys Ifans, Sally Field, Dennis Leary, Martin Sheen.

Supereroistico

Usa (2012)



















Nonostante l'infima qualità artistica, la trilogia sull'Uomo Ragno diretta da Sam Raimi ha scalato (letteralmente) la classifica dei film più visti di sempre, infrangendo ogni record di incasso possibile ed immaginabile sopratutto con il suo ultimo, orrendo, capitolo; la collaborazione tra Raimi e la Sony per la prosecuzione delle avventure dell'arrampicamuri scarlatto sembrava dovesse durare a lungo, e infatti un quarto capitolo della saga entrò in cantiere già all'indomani dell'uscita di "Spder-Man 3" (2007); tuttavia, dissidi tra il regista e la produzione ne bloccarono lo sviluppo: Raimi voleva infatti girare il nuovo film in 3d nativo, mentre la Sony faceva pressioni per una meno costosa conversione tridimensionale in post-produzione; la rottura tra il regista e la produzione portò la Sony anche la perdita dell'intero cast di attori, che si schierò apertamente con il regista; tuttavia, un quarto film sull'Uomo Ragno era un imperativo: non potendo proseguire le avventure dello Spider-Nerd di Raimi, si opta per un reboot della serie, operazione che poi sarà applicata anche ai franchise di Daredevil e dei Fantastici Quattro, guarda caso anch'essi personaggi Marvel pessimamente portati al cinema; la "resurrezione" del Ragno viene affidata ad un regista proveniente dal cinema indie e con un solo lungometraggio alle spalle, Marc Webb, il quale, nomen omen, raccoglie la pesante eredità di Raimi e ricrea il personaggio da zero; contrariamente ad ogni aspettativa, il suo lavoro può dirsi miracolosamente riuscito.


"The Amazing Spider-Man" è in tutto e per tutto una rinascita del personaggio, che viene riplasmato da capo partendo da una diversa testata a fumetti con protagonista Spider-Man, quell' "Ultimate Spider-Man" che, a partire dal 2000, ri-narrava in chiave moderna le avventure dell'Uomo Ragno già su carta; Peter Parker torna così ad essere un adolescente, a frequentare il liceo, ad invaghirsi di una bella ragazza (questa volta Gwen Stacy) e a coltivare la passione della fotografia; nel rileggere le origini dell'eroe, Webb usa un tono più cupo e drammatico: abbandonate le atmosfere solari e gli inserti da commedia, Peter Parker non è più un semplice nerd in cerca di riscatto, ma un adolescente problematico alle prese che le insidie quotidiane (i bulli) e con il non facile rapporto con gli zii; il menage familiare, per la prima volta, non è idilliaco: vediamo Peter litigare apertamente con le figure genitoriali, e quando queste vengono a mancare, il dolore del ragazzo si fa vivo e pulsante, riuscendo a colpire davvero l'attenzione dello spettatore; merito di un ottimo cast, con un superbo Martin Sheen nei panni dello zio Ben, e sopratutto di Andrew Garfiled, la cui espressività riesce davvero a bucare lo schermo.


Il punto di riferimento nella reinvenzione del personaggio è "Il Cavaliere Oscuro" (2008) di Nolan: Webb copia a piene mani dal lavoro fatto dai fratelli Nolan su Batman; Spider-Man diviene così anch'esso un personaggio complesso, dotato di luci ed ombre; la città in cui si muove sembra uscita da un noir metropolitano, è sporca e buia; lo stile "realista" cede il passo ad un iperealismo fantastico tutto sommato molto verosimile; e talvolta le stesse inquadrature sembrano prese di peso da "Batman Begins" (2005), come nella scena in cui Peter prova il lanciaragnatele sui tetti.


Derivatività a parte, a colpire positivamente è la presenza di una storia compatta: Peter è alla ricerca dei suoi genitori, misteriosamente scomparsi quando era bambino; è questo il punto di partenza che lo porterà ad acquisire i poteri e a scontrarsi con la nemesi di turno, questo volta incarnata dall'animalesco Lizard; e nel ritrarre lo scontro tra eroe e villain, Webb dimostra buone doti di regista d'azione, regalando sequenze action adrenaliniche (lo scontro a scuola) e ben coreografate; il gusto per l'estetica del regista, va detto, talvolta vacilla, come nell'uso della body-cam, davvero fuori luogo; talaltra riesce a confezionare belle sequenze partendo da idee non proprio brillanti, come l'uso degli inserti in prima persona: se sulla carta l'uso del punto del personaggio per le scene di salto poteva far somigliare il film ad un videogame non interattivo, alla luce dei fatti si rivela come un'idea tutto sommato gradevole.


Punto di forza ulteriore è dato dalla buona caratterizzazione dei personaggi: la differenza tra buoni e cattivi è sottile, mai netta; lo stesso Curt Connors più che un villain vero e proprio è una vittima dei suoi stessi esperimenti, ma a differenza del Doc Ock di "Spider-Man 2" (2004) non vi sono pretese drammaturgiche nella sua caratterizzazione, nè la volontà di darne una lettura positiva a tutto tondo; e per fortuna: almeno così si evita l'ennesimo corto-circuito narrativo; anche i personaggi di contorno risultano ben definiti, su tutti fa piacere vedere l'introduzione di una vera caratterizzazione per Flash Thompson, bullo redento e non più macchietta messa lì per movimentare il primo atto, e sopratutto Zia May, ora figura materna a tutto tondo.


Al contempo, questo nuovo Spider-Man rappresenta, purtroppo, l'apice della moda hollywoodiana del film-episodio; ogni sottotrama viene lasciata aperta per i sequel, molti dei personaggi più importanti dell'universo dell'Uomo Ragno vengono lasciati fuori dal film per essere introdotti nei futuri "capitoli" e molti aspetti della storia non vengono approfonditi; Webb, chiamato a svolgere un lavoro di puro mestiere e privato del final cut, si vede così escludere dal montaggio molte scene atte a rivelare la verità sui poter del protagonista ed altre considerate "troppo forti" per un pubblico di adolescenti (su tutte, l'arrivo di Lizard alla scuola); ne esce una pellicola divertente, ma monca, nel quale ci si appassiona ai personaggi e alle singole scene, ma non alla storia in toto, che risulta inevitabilmente sconclusionata.


Derivativo e incompleto, "The Amazing Spider-Man" resta pur sempre il miglior film sull'Uomo Ragno in circolazione; i fans di Raimi si mettano l'anima in pace: un filmino diretto da un mr.nessuno è riuscito lì dove uno dei più promettenti autori americani ha fallito, ossia dare dignità ad un mito del fumetto su pellicola.

martedì 24 settembre 2013

To the Wonder

di Terrence Malick

con: Olga Kurylenko, Ben Affleck, Javier Bardem, Rachel McAdams, Romina Mondello.

Usa (2012)


















Dai tempi del suo ritorno al cinema con "La Sottile Linea Rossa" (1999), Terrence Malick ha iniziato a sviluppare uno stile registico personalissimo e radicale che, sebbene presente in via seminale già nei suoi lavori degli anni '70, trova sviluppo e compimento definitivo solo con il recente "The Tree of Life" (2011); stile che porta l'autore a sovvertire ogni forma di schematismo nella narrazione e a bandire gradualmente l'uso dello script, con risultati a dir poco ammalianti: l'intera narrazione filmica diviene un ininterrotto flusso di coscienza, che prende vita esclusivamente tramite le immagini e la voce pensiero dei personaggi; i dialoghi sono striminziti, ridotti all'osso e le immagini prediligono campi lunghi, grandangoli enormi che pongono i soggetti in un perenne stato di tensione con gli sfondi, a rimarcare il confronto tra questi e la natura che li circonda; stile che, si diceva, con "The Tree of Life" trova la sua realizzazione definitiva e che porta l'autore anche a concludere la sua personale riflessione sul rapporto tra l'uomo e l'universo; "To the Wonder" rappresenta il primo passo di Malick verso un nuovo territorio, quello dei sentimenti e dei rapporti interpersonali, temi già presenti nel film precedenti ma che qui, per la prima volta, vengono declinati in toto ed chiave smaccatamente intimista; sfortunatamente, l'autore dimostra poca convinzione nell'affrontarli.



Nel ritrarre la storia d'amore tra Neil (Affleck) e la francese Marina (una splendida e bravissima Olga Kurylenko), Malick radicalizza ulteriormente la messa in scena: i dialoghi sono praticamente banditi dalla carta e lasciati alla libera interpretazione ed improvvisazione degli attori; la messa in scena si fa così più viva e pulsante: ogni schematismo viene abbandonato in favore di una libertà totale nella narrazione; persino la distinzione tra singole scene tende a scomparire: Malick, come da tradizione, gira lunghe sequenze seguendo gli attori con la stedycam per poi assemblare tutto il film direttamente nel montaggio; la pellicola diviene così un ininterrotto fluire di immagini poetiche e di pensieri in libertà, volti ad illustrare, questa volta, l'intimità di una coppia; il concetto di amore viene esplorato dall'autore senza manicheismi: i personaggi si inseguono e si lasciano costantemente, nessuna certezza viene data loro dai loro stessi sentimenti, che nascono e appassiscono di continuo; l'amore, per Malick, è un mistero universale: ci si interroga sul come nasca e sul perchè finisca, senza avere la pretesa di dare risposte certe; il mistero, in quanto tale, può solo essere contemplato al pari delle bellezze dalla natura, come avveniva in "The New World" (2004); la natura, in precedenza protagonista assoluta del cinema dell'autore americano, qui lascia spazio quasi totalmente ai sentimenti e ai misteri che essi celano; i paesaggi vivi e selvaggi vengono sostituiti da ambientazioni rurali o cittadine, che l'autore contempla con lo stesso sguardo carico di meraviglia; ogni immagine, dagli interni più striminziti agli esterni più spaziosi, diviene pro spettacolo per gli occhi; e la narrazione frammentata porta alla totale distruzione dei concetti di tempo e spazio, polverizzati da un montaggio non lineare che rilfette lo straniamento dei personaggi.


Nel seguire Marina, Neil, padre Quintana e Jane, Malick crea immagini potenti e visionarie; lo stato di alienazione di Marina, straniera in terra straniera, viene enfatizzato della camera a mano attaccata, letteralmente, al soggetto; lo stato di abbandono di Jane prende vita mediante luci ed ombre affastellate nella casa della donna, nella quale si perde riflettendo l'ideale perdizione interiore; i misteri della fede e il silenzio di Dio trovano corpo nei pensieri di padre Quintana, nei suoi interrogativi dalle risposte impossibili e nel dolore che esso prova venendo a contatto con i più poveri; le immagini si fanno così pura espressioni di stati d'animo alterati, volte ad esplorare la costante ricerca della meraviglia da parte dell'uomo, meraviglia intesa come "divino", divino in senso laico per il sentimento, ma anche in senso religioso come ricerca di un senso ultimo all'esistenza; il tutto viene declinato, si diceva, in chiave intimista, restando ancorati ai personaggi e alle loro sensazioni, senza mai cercare di darne un valenza universale.


Nel dar corpo ai sentimenti, all'affetto, alle paure e all'alienazione, Malick si riconferma esteta sublime e narratore anticonvenzionale e (per questo) interessante; sfortunatamente, alla fine dei conti non tutto torna; in due ore di pellicola non ci si sente mai coinvolti dagli eventi: a differenza di quanto accadeva nelle precedenti opere del grande regista, la storia di amore e abbandono di "To the Wonder" non convince, forse anche a causa della sua ovvietà; le immagini, per quanto evocative e poetiche, non graffiano, non restituiscono mai una drammaticità effettiva tale da poter colpire davvero nei sentimenti dello spettatore; lo spettacolo diviene così inesorabilmente freddo: si assiste alle peripezie dei protagonisti con un distacco totale, forse anche a causa dello stile frammentario e sperimentale che finisce per colpire solo i sensi, mai i sentimenti di chi osserva.


La freddezza è però il difetto minore dell'opera; come nelle sue precedenti opere, anche in "To the Wonder" Malick ha lasciato grandissimo spazio all'improvvisazione nella costruzione della vicenda; molto del materiale girato alla fine non è stato montato e dell'idea di partenza è rimasta solo una parte; alla storia di Neil e Marina l'autore affianca un ulteriore vicenda, quella di Padre Quintana (Bardem), prete che deve fronteggiare una terribile perdita di fede; tema scottante ed interessante, che però mal si concilia con la storia d'amore dei due protagonisti; la giustapposizione tra la fine del sentimento amoroso e il dissidio interiore di un uomo di chiesa rende la narrazione schizofrenica ed insicura: il mistero della fede e la contemplazione del male quotidiano che affligge le persone costituiscono temi ben più interessanti del solo sentimento amoroso, che avrebbero meritato più spazio e sopratutto maggiore approfondimento; Malick decide di inserirli per tentare una sorta di metafora a specchio tra le due storie, ma così facendo finisce solo per togliere spazio alla storia del padre, che risulta inevitabilmente pretenziosa.


A conti fatti, la contemplazione del mistero della vita e della sofferenza che con essa porta è il vero tema centrale dell'opera; la sua declinazione mediante una semplice storia d'amore risulta inadeguata e il film finisce così per essere, si, spettacolare, riuscito per quel che riguarda la messa in scena e l'eviscerazione dei sentimenti, ma del tutto inerte dal punto di vista strettamente filosofico; le tematiche scomodate non colpiscono, non stuzzicano nè curiosità intellettuale, nè la semplice riflessione; "To the Wonder" finisce così per essere una pellicola spettacolare ma inerte, visivamente pulsante ma fredda nei contenuti; un'opera sentita dal suo autore, ma sostanzialmente vuota; ed è un peccato visto l'indubbio talento di un regista mai troppo lodato.

domenica 22 settembre 2013

You're Next

di Adam Wingard

con: Sharni Vinson, Nicholas Tucci, Wendy Glenn, AJ Bowden, Barbara Crampton, Ti West.

Thriller/Splatter

Usa (2011)













Il filone del "Home Invasion" è diventato un vero e proprio genere a parte; pellicole in cui un gruppo di parenti/amici/conoscenti sono presi di mira da un gruppo di psicopatici/mostri/alieni et similia affollano le sale e gli scaffali delle videoteche da quando Michael Haneke ha dato nuovo lustro al thriller "da camera" con il suo capolavoro "Funny Games" (1997); eppure, il thriller casalingo affonda le sue radici nel cuore pulsante del cinema americano classico del secolo scorso: trova il suo primo esponente in "Ore Disperate" (1955) di William Wyler, e la sua prima variazione nel mitico "Un Dollaro d'Onore" (1959), che riprende l'unità di tempo e luogo e inaugura il filone dei film d'assedio; in oltre cinquant'anni sono state esplorate tutte le possibili declinazioni dello schema del home invasion e negli ultimi anni sono state introdotte delle varianti interessanti, ma che non sono riuscite a risollevarne le sorti; in tal senso "You're Next" rappresenta una vera e propria eccezione: riprende tutti i topoi del genere senza vergogna o voglia di innovazione e li ripropone ad uno ad uno, rileggendoli in chiave ironica.


D'altro canto, il regista Adam Wingard ha un curriculum che parla da sè; surrealista d'adozione, esordisce con l'atipico slasher "Home Sick" (2007) e per tutta la sua (pur breve) carriera sviluppa uno stile personale fatto di esagerazioni e sperimentazioni visive; alle prese con una trama risaputa, Wingard predilige un approccio "cattivo": tutti i personaggi vengono caratterizzati in modo sprezzante come degli inetti, dei ricchi snob buoni solo a chiaccherare sulle relazioni extraconiugali dei vicini e sulle opportunità di lavoro mancate; il massacro, così, divine quasi una catarsi, un modo per lo spettatore di distruggere figure insopportabili e stupide; l'unica superstite, Erin, è un personaggio talmente improbabile e sopra le righe che svela subito la sua funzione: creare un ostacolo per i killer, in modo da vivacizzare la narrazione.


Narrazione che, come detto, riprende proprio tutti i topoi del filone: un incipit duro, ma al contempo beffardo, nel quale l'autore dà al pubblico ciò che vuole fin dalla prima inquadratura; un primo atto piatto, utile solo ad introdurre i singoli personaggi; un secondo atto violento e feroce; non manca persino l'inversione dei ruoli di vittima e carnefice, luogo comune che si è sedimentato negli ultimi 5-6 anni; l'interesse viene risvegliato dallo splatter estremo: nulla viene lasciato all'immaginazione dello spettatore, ogni morte viene perfettamente coreografata e mostrata senza veli, in un tripudio di gole tagliate, teste spaccate e cervelli triturati.


Fortunatamente, la violenza estrema non è il solo motivo d'interesse; conscio della rigidità dell'intreccio e dell'impossibilità di renderlo originale, Wingard costruisce ogni singola scena con tonnellate di humor nero; ogni personaggio diviene così una caricatura e ogni azione portata all'iperbole per svelarne il lato più stupido e comico; si ride di gusto e al contempo si viene spiazzati dalla cattiveria mostrata verso vittime e assassini; su tutte sono almeno due le scene che meritano di essere ricordate: l'uccisione del killer armato di ascia, massacrato dalla protagonista in un eccesso di vigore sotto gli occhi stupefatti degli altri personaggi, e l'uccisione del "cattivo", triturato con un frullatore.
Alla lunga il gioco, però, non sempre paga: troppa lentezza nella fase centrale ed un durata eccessiva rendono il film pesante da sopportare; per fortuna la carica di humor non si stempera mai, ed anzi arriva all'apice proprio negli ultimi secondi.


Divertente anche se non originale, "You're Next" è un raro esempio di horror moderno con poche ambizioni, ma che riesce a mantenere bene tutto ciò che promette; non il miglior film di Wingard, che nei precedenti lavori aveva dimostrato una carica dissacrante ancora più beffarda, e per questo più interessante.