venerdì 28 febbraio 2014

Snowpiercer

di Bong Joon-Ho.

con: Chris Evans, Kang-Ho Song, John Hurt, Tilda Swinton, Ah-Sung Ko, Jamie Bell, Ed Harris, Ewen Bremmer, Allison Pil, Octavia Spencer, Clark Middleton.

Fantascienza/Distopia

Corea del Sud, Usa, Francia, Repubblica Ceca (2013)

















---SPOILERS INSIDE---

Quello di Bong Joon-Ho è un cinema di "ibridazione"; esponente di quella "nouvelle vague coreana" che, con Park Chan-Wook, Kim Jee-Woon e Kim Ki-Duk, ha estasiato, nel decennio passato, le platee di tutto il mondo; il grande autore di Daegu ha sempre sperimentato l'uso del registro "di genere" per creare perfetti ritratti della società coreana (e non); basti pensare a "Memories of Murder" (2003), dove il thriller poliziesco diveniva mezzo per descrivere la società dittatoriale coreana degli anni '70, o allo splendido "The Host" (2006), dove il monster-movie diveniva la perfetta cornice per descrivere l'indissolubilità dei legami familiari; la fantascienza distopica, con il suo mix di visionarietà ed aspirazioni politiche, era dunque una tappa quasi obbligata nella sua carriera; è di fatto "Snowpiercer" non è solo un magnifico esempio di distopia futuristica perfettamente riuscita, ma anche l'ideale "vetta" del cinema di Bong.



Nel 2014 viene sperimentato un gas chimico in grado di evitare il surriscaldamento globale; l'esperimento, però, sfugge di mano e causa una glaciazione mondiale che porta l'umanità sull'orlo dell'estinzione; 17 anni dopo, i pochi superstiti si trovano tutti a bordo dell' "Arca Sferragliante", un gigantesco treno che viaggia perennemente per i continenti; all'interno dei vagoni la società è ordinata secondo una gerarchia ferrea: davanti vi sono i viaggiatori di prima classe, che vivono nell'abbondanza e nell'opulenza; in coda i viaggiatori di terza classe, che affogano negli stenti e nella vessazione da parte delle forze di sicurezza, e riescono a sopravvivere solo grazie alla carità del capo del treno, Mr. Wilford (Ed Harris); per sovvertire l'ordine ingiusto e riassaporare la libertà, un gruppo di ribelli capitanati dal vecchio Gilliam (John Hurt) fa scoppiare una rivolta; guidati dal giovane Curtis (Chris Evans) ed aiutati dall'ingegnere reietto e tossicodipendente Namgoong Minsu (Kang-Ho Song), i rivoltosi intraprendono un disperato e violento viaggio verso la locomotiva.




Pur basato sulla graphic novel "Le Transpeceinge" di Jacques Lob, Benjamin Legrand e Jean-Marc Rochette, "Snowpiercer" non è assimilabile ai filoni del comic movies o del cinecomic, ponendosi come semplice trasposizione del materiale d'origine senza riprenderne lo stile grafico; Bong Joon-Ho si pone verso lo stesso come fosse un romanzo vero e proprio, relegandone lo stile grafico alla mera ispirazione per i design di costumi e scenografie.




Quella di "Snowpiercer" è una metafora politica semplice e cristallina: il mondo esterno è invivibile, regredito ad una preistoria ostile ed assassina; il treno è la società, nel quale le masse annegano nella povertà mentre i pochi vivono nel lusso, protetti da una polizia oppressiva. L'avanzata verso la locomotiva è quindi ideale scalata sociale verso il vertice (ribaltato orizzontalmente) sotto forma di rivolta; ogni vagone rappresenta non solo la presa di potere da parte della massa, ma anche la presa di coscienza della stessa, mediante il personaggio di Curtis, del mondo che fino a poco tempo prima potevano solo sognare; un mondo colorato ed opulento, che lo spettatore guarda mediante gli occhi del protagonista, innescando così una catarsi potente e violenta; e Chris Evans, smessi i panni di Capitan America, dimostra qualità recitative fin ora impensate: il suo Curtis vive essenzialmente nel suo sguardo profondo, attraverso il quale Evans riesce a donargli un numero incredibile di sfaccettature e a generare un'empatia immediata con lo spettatore; sobria e graffiante anche la performance di Kang-Ho Song, che alla sua terza collaborazione con Bong dimostra quella versatilità che solo i grandi interpreti sanno offrire.




Nel descrivere la rivolta e la disperazione, il grande regista non cela la violenza, né la radicalizza: gli scontri con e forze dell'ordine sono crudi, messi in scena in modo diretto, ma senza sconfinare nel pretenzioso; violenza che aumenta con l'avanzare dei rivoltosi fino ad un climax catastrofico ed apocalittico.




E di fatto, la metafora politica del film non può prescindere dallo spaventoso terzo atto che chiude la narrazione, l'arrivo alla locomotiva che è catarsi totale e che rovescia di punto in bianco tutte le certezze di Curtis e dello spettatore; il confronto con il demiurgo Wilford (che Ed Harris caratterizza in modo totalmente opposto ad uno dei suoi ruoli più celebri e ad esso non dissimile, il regista di "The Truman Show") diviene presa di coscienza di quella realtà celata dietro l'apparenza della percezione; percezione "parziale" del mondo dovuta agli ideali precostituiti del protagonista; il demiurgo, deus ex-machina, passa così dall'essere "Grande Fratello" oppressivo a male necessario di una società che, lasciata a sé stessa, finisce con il divorarsi; l'ordine prestabilito ed immutabile della gerarchia del treno diviene così uno baluardo contro il caos, dovuto a quel male presente in ogni uomo ed insopprimibile; come nello Stato di Natura di stampo hobbesiano, l'ordine è una catena asfissiante ma necessaria, e la rivolta, come nel "1984" di Orwell, altro non che è un pretesto per rinsaldare la gerarchia stessa. Eppure, Bong decide di non condannare direttamente né l'ordine oppressivo, né le vane speranze di libertà: con un finale aperto, lascia che sia lo spettatore a decidere sul futuro dei superstiti, ideali progenitori di una nuova razza umana o, forse, ultimi sopravvissuti della stessa.




Nel descrivere l'apocalittico futuro del treno, Bong si rifà, almeno inizialmente, alla distopia grottesca del capolavoro di Terry Gilliam "Brazil" (1985), omaggiato anche nel nome del personaggio di John Hurt; lo scenario desolato e disperato viene "colorato" da personaggi grotteschi e sopra le righe, incarnazioni di un potere fuori controllo e ai limiti della demenza; su tutti, è il personaggio di Mason (un'irriconoscibile Tilda Swinton) a meglio rappresentare il tracollo morale delle istituzioni, ponendosi come una versione femminile e ancora più caricaturale del Mr. Kurtzmann del capolavoro di Gilliam. Ma con l'incedere della rivolta, Bong comincia a sottrarre i risvolti grotteschi in favore di un'atmosfera sempre più cupa e opprimente, perfettamente racchiusa negli spazi stretti ed asfissianti delle lamiere dei vagoni, che il grande autore riprende con grandangoli stroboscopici per mutare ed esasperare le proporzioni dei minuscoli spazi. E se Bong cita apertamente l'amico e collega Park Chan-Wook (qui in veste di produttore) con i carrelli laterali e i ralenty durante le scene di combattimento, le sue inquadrature, durante i dialoghi e le scene di "esplorazione" si fanno ancora più sicure e plastiche, regalando immagini forti, in grado di imprimersi a fuoco nella mente dello spettatore; su tutte è la cruda scena della sauna a sconvolgere per la perfetta tempistica e la tensione costante, perfetto esempio della maestria dell'autore.




Piccolo grande gioiello di stile e contenuti, "Snowpiercer" può essere considerato già da ora un classico della distopia: duro, crudo, disperato e sfacciatamente veritiero.

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