venerdì 23 gennaio 2015

The Imitation Game

di Morten Tyldum

con: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Charles Dance, Mark Strong, Rory Kinnear, Allen Leech.

Biografico

Inghilterra, Usa (2014)















Difficile creare un biopic che renda giustizia ad un personaggio storico: ridurre vita privata, opere, ossessioni, vittorie e fallimenti in meno di tre ore di pellicola porta spesso a ridurre figure di primaria importanza nella Storia Umana a semplici personaggi da operetta, i cui drammi vengono sovente ricondotti a regole e topoi drammaturgici scontati e triti, snaturandone l'origine; non fa eccezione, purtroppo, "The Imitation Game", attesissima biografia di Alan Turing, una delle personalità più importanti eppure meno conosciute del XX secolo; e tra una sceneggiatura stereotipata ed una regia piatta, anche questo biopic entra direttamente nel girone delle biografie "spurie", lasciando allo spettatore come unica consolazione la magistrale prova d'attore di Benedict Cumberbatch.


Senza Turing le Forze Alleate non avrebbero mai vinto la II Guerra Mondiale; parole di Winston Churchill, che ne lodava le doti quando la sua ttività nelle operazioni di decrittazione e controspionaggio erano ancora coperte da segreto militare; ma Turing non era semplicemente una spia: matematico geniale, teorizzò per primo la possibilità di creare un'intelligenza artificiale, buttando le basi per la programmazione dei computer, inizialmente chiamati appunto "macchine di Turing"; in pratica: tutta la tecnologia umana dal Secondo Dopoguerra in poi è figlia delle intuizioni di Turing, senza le quali ora non si potrebbero nemmeno leggere queste parole. Ma il grande scienziato viene tristemente ricordato anche per la sua sciagurata fine: omosessuale dichiarato, viene condannato per crimini contro la decenza nel 1951 e castrato chimicamente da quella stessa società inglese, democratica e finto-progressista, che aveva aiutato a difendere dall'oscurantismo; distrutto fisicamente e psicologicamente, si suicida tre anni dopo, a soli 41 anni.


Della complessità della vita di Turing e del mondo in cui si muoveva, lo script di Graham Moore restituisce solo dei frammenti, incastonati qua e là in qualche dialogo ispirazionista o in qualche sparuta citazione; l'impianto, sopratutto nella prima parte, è ordinario e convenzionale, con Turing giovane genio incompreso vessato dai superiori parrucconi e da colleghi sbruffoni, con i personaggi di Charles Dance e Matthew Goode (sprecati in ruoli del genere) a fare da controparte ai bulli che già lo vessavano in gioventù; in una serie infinita di flashback e flashforward, Moore e il regista Morten Tyldum (addirittura candidato all'Oscar) appiattiscono la figura di Turing sugli stereotipi più triti e, come se non fosse abbastanza, arrivano finanche a schiacciare la sua ossessione per la macchina pensante sul rimpianto per il suo primo, perduto, amore.
Non paghi, infilano a forza una love-story con il personaggio di Joan Clarke (Keira Knightley) del tutto fuori luogo, atta solo a dare al pubblico un pretesto in più per affezionarsi alla storia e per condannare in modo tutto sommato innocuo i costumi misogini dell'epoca.


Le idee e le speculazioni matematico-filosofiche vengono costantemente tenute fuori scena, come per paura di annoiare il pubblico; e il dramma umano, a furia di luoghi comuni e personaggi fatti con lo stampino, non coinvolge; per tutta la sua durata, "The Imitation Game" scorre su schermo in modo freddo ed inerte; paradossalmente, lo spettatore potrà essere più colpito dalla semplice lettura del dramma di Turing piuttosto che dalla sua rappresentazione, tanto è sciatta la messa in scena.
Fortunatamente, a rischiarare un'opera monca e malriuscita ci pensa il solito, grande, Benedict Cumberbatch, che si cala totalmente nel personaggio e ne restituisce la forza visionaria e la scompostezza fisica, in una mimesi sorprendente e mai caricaturale, unico vero valore che può portare alla visione dell'intero film.

domenica 18 gennaio 2015

American Sniper

di Clint Eastwood

con: Bradley Cooper, Sienna Miller, Eric Ladin, Luke Grimes, Cory Hardrict, Sammy Sheik, Mido Hamada.

Biografico/Guerra

Usa (2014)


















---SPOILERS INSIDE---

Che cos'è un eroe? E' davvero possibile l'esistenza di una persona definibile come tale all'interno di uno scenario di guerra?
Clint Eastwood non ha dubbi: assolutamente no. E di fatto, tutta la sua carriera di regista, da almeno 25 anni a questa parte, è stata dedicata a smontare la mitologia eroica americana; a partire dal capolavoro "Gli Spietati" (1992), vero e proprio spartiacque all'interno della sua filmografia, nel quale decostruisce la figura dell'eroe della cinematografia classica che lui stesso aveva contribuito a (ri)forgiare, nel western più crepuscolare di sempre; con il dittico "Flags of our Fathers" e "Lettere da Iwo Jima" (2006), Eastwood solleva il tiro e distrugge la figura della "più grande generazione americana", mostrando i soldati della Seconda Guerra Mondiale come semplici ragazzi spaventati usati dalla società per fini propagandistici, affondando un pugno diretto nello stomaco del produttore Steven Spielberg, che con "Salvate il Soldato Ryan" (1998) aveva invece portato ad Hollywood la moda dell'apologia di quella stessa generazione; con il successivo, magnifico, "Gran Torino" (2008), Eastwood distruggeva la sua stessa figura cinematografica di giustiziere violento ed individualista, chiudendo idealmente il cerchio della sua carriera, che di lì in poi si sarebbe contratta in opere poco riuscite; periodo di depressione che culmina con l'improponibile "J.Edgar" (2011), quasi un ripensamento della sua riflessione nel quale l'autore crea un ritratto manicheo e genuinamente falso di una delle figure più controverse della storia americana.
Fortunatamente, con "American Sniper" Eastwood ritrova l'ispirazione e il coraggio che sembrava aver smarrito, continua nella sua opera iconoclastica del mito americano e, a quasi 85 anni, rinnova il suo stile registico creando un'opera completa e spiazzante.


Eastwood si confronta con il lascito di Chris Kyle, vera e propria leggenda dei Navy Seals: con oltre 160 uccisioni accertate, Kyle è stato il cecchino più letale della storia dell'esercito americano; sopravvissuto a quattro turni in Medio Oriente e al confronto con uno spietato signore della guerra soprannominato "il Macellaio", braccio destro di Al-Zarquawi, Kyle torna in patria per assistere altri reduci di guerra e muore, paradossalmente, proprio per mano di un commilitone durante una sessione di addestramento. Una parabola, la sua, che già da sola riuscirebbe a creare una morale completa sull'assurdità della vita militare. Tuttavia, l'autore qui va oltre e decide di decostruirne la figura pezzo per pezzo, mostrando "la leggenda" nella sua duplice veste di soldato improbabile e uomo smarrito.
La opening-scene è tra le più tese che il cinema di Eastwood ricordi: la prima missione di Kyle a Falluja, con il cecchino appostato su un tetto pronto a far fuoco su di un bambino armato di granata anti-carro. Ma con uno stacco, l'autore torna indietro di 20 anni e ripercorre tutta la formazione del personaggio, rifacendosi alla tripartizione in atti classica. Kyle viene mostrato dapprima bambino, cresciuto nella tipica famiglia americana, dove gli insegnamenti cristiani (la Bibbia che ruba in chiesa e userà come portafortuna durante l'intera campagna militare) fanno a pugni con un educazione familiare votata all'apologia della violenza, con un padre che insegna ai figli a proteggersi a suon di pugni e a punirli in caso di sconfitta.
Ritroviamo Kyle adulto, interpretato da un irriconoscibile Bradley Cooper, perfettamente calato nella parte; l' "eroe" americano mostra il suo vero volto, la sua origine che lo caratterizzarà per il resto della pellicola: un bovaro ai limiti dello zotico, che si guadagna da vivere partecipando a rodei truccati; un "mito" che ancora prima delle sue origini è fasullo. A 30 anni suonati, Kyle decide di arruolarsi, un pò perchè colpito dagli attentati alle ambasciate americane, un pò per sbarcare il lunario. L'addestramento nei Seals è duro e, contemporaneamente, conosce la sua futura moglie Taya (una sorprendente Sienna Miller). Allo scoppio della Guerra in Afghnistan, nel 2002, Kyle viene dispiegato in prima linea, pronto per la sua missione: proteggere la Patria e i suoi compagni.
Torniamo a Falluja; prima missione: in un crescendo snervante, Eastwood rompe ogni tabù e mostra l'immostrabile, ossia un soldato americano riverito come un eroe della patria fare fuoco su di un bambino e su di una donna; scena senza censure, con i colpi che distruggono i corpi sotto gli occhi attoniti dello spettatore e, con lui, del personaggio. Basterebbe questa scena a sancire la perfetta riuscita del ritratto anti-eroico, o "non-eroico" per essere più precisi; ma Eastwood e Cooper vanno ben oltre.


Nelle due ore successive vengono narrate tutte le gesta di Kyle: la rivalità con il cecchino siriano "Mustafa" (Sammy Sheik), il crescere della sua fama tra i commilitoni, l'adozione dello stemma del Punisher come marchio del suo plotone dei Seals, ad indicare l'azione punitiva e vendicativa degli americani contro i terroristi islamici, la furiosa caccia al Macellaio (Mido Hamada), il tutto narrato con un occhio greve e critico. Il razzismo degli americani contro il popolo medio-orientale non viene mai taciuto: abbondano termini quali "selvaggi" e "bestie" per indicare persone ritratte come innocenti occupati da una forza militare straniera e impauriti dall'accusa di collaborazionismo. Le gesta eroiche di Kyle trovano più enfasi nelle loro nefaste conseguenze che nell'azione in sé stessa: la caccia al macellaio che porta al massacro di intere famiglie, l'uccisione di Mustafa, vera e propria ossessione vendicativa, si trasforma in una disfatta dove l'eroe rompe persino la prima regola del codice del cacciatore abbandonando in terra la sua arma; al contempo, Kyle viene mostrato nei giorni di licenza tra un turno ed un altro come un disadattato, un uomo talmente assuefatto alla tensione del fronte da soffrire di stress da reinserimento, tanto da vivere in uno stato di paranoia perenne. L'eroe, il militare che si fece tatuare lo stemma dei Crociati sul braccio, diviene così un uomo qualunque, un soldato distrutto dall'esperienza al fronte ed ossessionato dalla caccia, al quale viene negata persino una fine eroica: la sua tragica morte viene lasciata fuori campo, aumentandone così la tragicità e l'assurdità totale.


Nella costruzione delle sequenze di battaglia, Eastwood resta fedele all'impostazione classicistica e regala sequenze adrenaliniche, ma mai concitate, nelle quali l'azione è fluida, elegante; a differenza del dittico su Iwo Jima, il ritmo di "American Sniper" è veloce, quasi sincopato, di fatto il film più ritamto di tutta la carriera dell'autore; e la fotografia dell'abituale Tom Stern si sveste dei chiaroscuri per abbracciare colori saturi, quasi bruciati, in un rifiuto anche estetico dell'ambivalenza che rispecchia la secchezza del giudizio morale dell'autore.


Giudizio netto eppure mai polemico; una lunghezza di vedute che solo il Grande Vecchio di Hollywood poteva avere; perchè "American Sniper" è sicuramente un'iconoclastia totale e definitiva dell'ultimo mito americano, ma anche una pellicola amara sull'assurdità di una guerra sbagliata, sui suoi eroi improbabili, sulle sue vittime al fronte estero ed interno; nel quale vi è, si, un forte sottotesto patriottico, mai rivolto, però, ai valori propagandati, quanto agli uomini che hanno combattuto e perso tutto o quasi; e sopratutto a coloro che, tornati dal fronte, hanno continuato a lottare per e contro sé stessi.


EXTRA

Nella sequenza successiva alla prima uccisione, Kyle rientra nel dormitorio ed ha un dialogo con l'amico "Bombarda", il quale legge un volume di "The Punisher MAX"; i due, in seguito, adotteranno l'iconico teschio del personaggio Marvel come marchio della loro truppa. Nel volume mostrato, il primo numero del secondo story-arc "In Principio", Lewis Larosa disegnava il protagonista Frank Castle, invecchiato e disilluso, proprio con le fattezze di Clint Eastwood.




sabato 17 gennaio 2015

L'Amore Bugiardo- Gone Girl

Gone Girl

di David Fincher

con: Ben Affleck, Rosemund Pike, Carrie Coon, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Kim Dickens, Patrick Fugit.

Thriller/Drammatico

Usa (2014)














---SPOILERS INSIDE---

Negli anni '90, David Fincher era considerato un autore; e di certo non si può tutt'oggi negare come i suoi film abbiano almeno un tràit d'union: sono sempre, costantemente immersi in atmosfere buie ed opprimenti, volte non tanto e non solo a ricreare le emozioni dei personaggi, quanto ad accentuare le sfumature negative e distruttive delle storie che racconta. Una volta concessogli il titolo, non si può negare come Fincher sia l'autore più altalenante che il mainstream hollywoodiano abbia conosciuto, in grado di esordire con una pellicola non riuscitissima, ma interessante (quell' "Alien 3" che rivisto oggi ci fa capire quanto il sequel di un sequel possa essere valido ed affascinante), continuare la sua carriera con una pellicola non originale, ma tra le più influenti di sempre (il cult, oggi un pò dimenticato, "Se7en"), per poi arenarsi in una serie di prove non riuscite ("Fight Club" e "Panic Room") e ridursi a mestierante a buon mercato; salvo poi tirare la testa fuori dal sacco una tantum e regalare al pubblico qualche pellicola interessante. Era così successo nel 2006 con lo splendido "Zodiac", succede anche quest'anno con "Gone Girl".


Ma è bene precisarlo subito: "Gone Girl" è un film interessante e riuscito solo grazie all'apporto di Gillian Flynn, autrice dello script e, prima ancora, del romanzo alla base; Fincher qui si limita a ricoprire il mero ruolo di traduttore in immagini e il suo lavoro ha la grande pecca di rimanere fin troppo ancorato alle pagine della Flynn, risultando talvolta troppo piatto e poco ispirato. Il polso del regista si avverte, come al solito, nella scelta della fotografia, magnificamente buia e contrastata dell'abituée Jeff Cronenwerth (figlio di Christopher, compianto autore di "Blade Runner"); e sopratutto nella direzione dei due attori principali, Ben Affleck e Rosamund Pike, perfetti da un punto di vista estetico, ma poco espressivi; e se Affleck se la cava con una performance tutto sommato passabile, la Pike riesce a ritrarre perfettamente il personaggio di Amy, lupo travestito da agnello e magnifica dark lady, disvelando un'autenticità che non scade mai nel macchiettistico, nonostante la difficoltà nel restare seri nei panni di un personaggio del genere.


L'intuizione della Flynn, in fin dei conti, si rivela vincente: sviscerare la genuina falsità dell'istituzione matrimoniale odierna mediante un thriller che sovverte, a partire dal secondo atto, tutti i canoni del classico "whodunnit". L'impianto giallo si disvela nel primo atto unicamente al fine di impostare caratteri e background; la vicenda ha il via con la sparizione di Amy e piano piano la Flynn comincia ad intessere la trama dei temi che intende sviscerare, a partire dal primo e più importante: nessun dei personaggi principali è davvero "buono"; il buon marito Nick si scopre fedigrafo e violento, imbelle ed insensibile; nei flashback, volutamente zuccherosi ed idilliaci, assistiamo allo sbocciare della relazione tra i due "perfetti innamorati" e alla sua graduale decomposizione. Il rapporto con i genitori di Amy, scrittori ossessionati dalla perfezione, diventa humus ideale per la successiva caratterizzazione del personaggio e al contempo critica a quella istituzione familiare titpicamente americana che riversa nei propri figli sogni e speranze infrante per poi trasformarle in cibo per il pubblico.
Nel frattempo, il circo mediatico prende a muoversi, e qui la Flynn affonda il dito nella piaga più purulenta: la mercificazione mediatica del dramma, e lo fa con una furia quasi religiosa; l'empietà dei network televisivi, in particolare del celebre Fox News e i suoi sensazionalistici serivizi di prima serata, prendono le forme dei talk show dei personaggi di Ellen Abbott e Sharon Schieber; in particolare, è la prima a rivestire il ruolo di perfetta maschera del malcostume giornalistico: visibilmente stupida, dalle sembianze idiotiche, punta il dito contro un innocente sin dal primo momento e si prodiga in veri e propri insulti contro chi ritiene responsabile, ipotizzando persino una sua relazione incestuosa con la sorella gemella; il marito, inizialmente neanche sospettato, diviene vittima da dare in pasto al pubblico, oggetto da vendere nell'ambito di una storia scandalistica creata ad hoc che ha necessariamente bisogno di un "boogeyman" per funzionare. Ma la Flynn va oltre ed affonda ulteriormente la sua critica: la battaglia per l'innocenza e la salvezza viene di fatto combattuta nell'arena mediatica piuttosto che tra le piage del procedural vero e proprio, con Nick che decide di andare in televisione come strategia difensiva e il cui discorso finto-accorato riporta l'opinione pubblica dalla sua parte grazie a falsi sorrisi e frasi tristi creati a tavolino.


La deflagrazione amorosa diviene così pre-testo per sovvertire le regole basiche del thriller; perchè se Nick è sicuramente il perfetto americano-medio (e in questo senso la scelta di Ben Affleck, con il suo volto bovino ma affascinante risulta azzeccata), Amy è al contempo vittima e carnefice, deus ex machina dell'intera vicenda che si rivela non nel finale, come avveniva nel capolavoro di Clouzot "I Diabolici" (1955), ma già a partire dal secondo atto, in un ribaltamento totale del registro. Amy passa dall'essere la perfetta ragazza oggetto-vittima designata ad una schietta manipolatrice in grado di sgretolare l'identità del partner mediante il sesso e l'adulazione; una "femme fatale" totale che incarna tutte le virtù malefiche della donna (e assieme alle due giornaliste forma un trio di figure malefiche che, se concepito da un autore maschio, avrebbe fatto gridare alla misoginia per anni). Una manipolatrice al contempo cosciente del ruolo che deve ricoprire di volta in volta: moglie fedele e carnale, vittima in grado di arrivare persino al suicidio pur di vendicarsi, donna ordinaria in fuga, fanciulla da salvare e, in ultimo, perfetta fidanzatina d'America dinanzi a quei media che l'avevano osannata.


E proprio nel climax, prima del terzo atto, il più freddo e agghiacciante, che Amy si toglie definitivamente la sua ultima maschera e rivela la sua feroce natura di assassina. Nell'ultima parte ricostruisce la propria identità su quella che i media le avevano forgiato: la donna perfetta, la povera vittima e moglie ideale, che poco prima della conclusione sottomette definitivamente Nick, affermando come il matrimonio altro non sia se non un gioco delle parti imbastito sulla base del compromesso; e lo stesso Nick rivela la sua natura fragile: si allontana dalla gemella Margo (Carrie Coon), la sua "voce della ragione", e si ricongiunge all'odiata moglie perchè impossibilitato fisiologicamente ad allontanarvisi,in un trionfo del "male" totale e definitivo, dove questo non è costituito tanto dalla patologia di Amy, quanto l'ipocrisia insita nella cultura della pura apparenza.
Vien naturale chiedersi: cosa sarebbe potuto essere questo film sulla discrasia tra apparenza e sostanza e sulla forza manipolativa dei media se a dirigerlo non fosse stato uno stanco David Fincher, quanto Brian De Palma, il supremo cantore della forza manipolativa e deviante dell'immagine; un capolavoro, probabilmente; tuttavia, anche in questa sua forma spuria, più letteraria che cinematografica, "Gone Girl" resta un'opera sorprendente ed intrigante.

sabato 10 gennaio 2015

R.I.P.- Francesco Rosi







1922-2015

Quanti registi possono affermare di aver rivoluzionato il mezzo cinematografico, dissezionato la coscienza sporca di una nazione e creato una serie di successi commerciali apprezzati in tutto il mondo?
In Italia ce ne erano a bizzeffe; ma nessuno aveva il coraggio e la forza iconoclasta di Francesco Rosi, il cui cinema civile non solo mischiava per la prima volta lo stile del documentario con la fiction per creare una nuova forma narrativa, il cosidetto "film-inchiesta", ma criticava apertamente il malcostume diffuso in tutta l'Italia del Secondo Dopoguerra, creando opere immortali e, drammaticamente, ancora attuali.



"Salvatore Giuliano" (1962)


Sette anni dopo la morte del celebre bandito, Rosi ne ripercorre la "carriera" e dà uno spaccato certosino della Sicilia; l'impostazione documentaristica si fonde per la prima volta con la realizzazione fittizia di fatti ed eventi, creando un registro narrativo inedito.



"Le Mani sulla Città" (1963)


A Napoli, durante i lavori per la costruzione di un caseggiato, un muro pericolante crolla e fa due vittime; il responsabile è un imprenditore imbelle, narcisistico ed ammanicato con la DC; e se tutto questo suona attuale è perchè "la storia raccontata in questo film è fittizzia, ma purtroppo sono reali gli episodi che l'hanno ispirata"; una pellicola da far vedere nelle scuole per formare la coscienza civile.



"Uomini Contro" (1970)


Tra Kubrick e la rilettura marxista della Grande Guerra, Rosi firma la sua opera più prolissa e derivativa, ma comunque interessente a causa della sua forza civile; prima collaborazione dell'autore con il grande Gian Maria Volontè.



"Il Caso Mattei" (1972)


Subito dopo la morte di Enrico Mattei, boss dell'ENI dalle ambizioni smodate, visionario e totalmente inviso alla mafia e ai vertici della DC, Rosi ne ripercorre la vita e la carriera, suscitando le ire dei poteri forti, che reagiranno addirittura uccidendo uno degli sceneggiatori; straordinaria l'interpretazione di Volontè, che si cala totalmente nella parte del grande imprenditore.

"Lucky Luciano" (1973)


Più che una biografia del celebre boss italo-americano, uno spaccato della connivenza tra Stato e mafia all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, nel quale il grande autore punta il dito verso le responsabilità dell'esercito americano. E il suo stile "documentarista" qui si fonde perfettamente con un registro teoricamente antitetico: il gangster-movie.



"Cadaveri Eccellenti" (1976)


Mediante la maschera dell'ispettore di polizia interpretato dal grande Lino Ventura, Rosi rompe ogni indugio e corrode definitivamente ogni forma di correttezza politica per sputare in faccia le responsabilità di politici, imprenditori e magistrati indaffarati a mungere la società italiana. Il suo film più corrosivo e polemico.

venerdì 9 gennaio 2015

I Cavalieri dello Zodiaco- La Leggenda del Grande Tempio

 Seinto Seiya: Legend of Sanctuary

di Keiichi Sato

Animazione/Fantastico/Azione

Giappone (2014)


















In Italia, tra tutti i sottogeneri di manga presenti sul mercato internazionale, è senza dubbio lo shonen, il fumetto per giovani adolescenti, a ricoprire, anche da un punto di vista storico, la fetta maggiore del mercato; sono ormai tre le generazioni cresciute sfogliando gli albi di opere quali "Hokuto no Ken" e "Dragon Ball" e guardando le realtive e ben più famose trasposizioni animate; normale è, dunque, l'immediata distribuzione nelle sale italiane del primo lungometraggio di uno degli shonen più longevi di sempre in patria e più apprezzati in Italia: "Saint Seiya", qui noto come "I Cavalieri dello Zodiaco".


Ambientato in un mondo nel quale le divinità classiche sono entità viventi, "Saint Seiya" narrava le gesta del giovane Seiya, un "Saint", ossia un sacro guerriero consacrato alla dea Athena e bardato nell'armatura della costellazione di Pegasus, perennemente in lotta con altri cavalieri, siano essi Saint devoti al dispotico Gran Sacerdote che guerrieri protettori di diverse divinatà, come gli Specter di Hades, protagonisti dello story arc più riuscito.
Con il suo mix di furiosi e fantasiosi combattimenti corpo a corpo e stralunati riferimenti alla mitologia greca, il manga di "Saint Seiya" si guadagnò una nicchia nel cuore degli adolescenti nipponici sin dalla sua prima pubblicazione, nel 1985; il vero successo arrivò tuttavia un anno dopo, con la splendida trasposizione animata a cura della Toei Animation, dove il character design piatto ed anonimo di Masami Kurumada veniva ridefinito dal compianto Shingo Araki, che con le sue linee morbide per i volti ed una cura maniacale per i dettagli delle armature riuscì a creare un piccolo gioiello grafico, di gran lunga superiore al soggetto di partenza. Vero e proprio motivo di culto per gli appassionati fu poi la linea di giocattoli che riproduceva i personaggi della serie, i cui pezzi sono tutt'oggi ricercati dai collezionisti di tutto il mondo a prezzi astronomici e che hanno garantito al manga di Kurumada una fama duratura.


Ma la fama e il successo dell'amena opera di Kurumada sono davvero meritati? Non proprio.
Nella sua trentennale vita editoriale, il manga (e con esso le relative trasposizioni anime) non è mai riuscito ad essere originale; da una parte, la struttura "a incontri" della serie, nella quale la storia è un mero pretesto, non riesce mai ad avvincere a causa dell'estrema ripetitività, con i cinque Saint protagonisti perennemente alle prese con un nemico all'apparenza invincibile, ma prontamente sopraffatto dalla loro forza fisica o ideologica; l'assenza di una vera e propria sceneggiatura a fare da collante tra i vari scontri porta subito la narrazione ad appiattirsi su una serie di clichè riciclati all'infinito: il protagonista Seiya riesce sempre a cavarsela grazie al sacrificio degli amici, il nobile Shiryu del Dragone combatte ogni battaglia sino alla morte, salvo poi ritornare  in vita dopo qualche capitolo, il carismatico Hyoga del Cigno si fa sempre sopraffare dai sentimenti, mentre l'efebico e dolce Shun di Andromenda viene sempre sconfitto e salvato dal fratello Ikki. Struttura più simile a quella di un videogame che alla narrazione canonica, che si rinnova solo in occasione dell'ultimo story arc, la Guerra Sacra contro le truppe di Hades, dove, messo da parte il classico canovaccio che vede i Saint di bronzo correre in aiuto della loro dea, Kurumada intesseva una vera e propria trama che, pur foriera di buchi e contraddizioni, riusciva per lo meno a svecchiare la serie. E non è un caso che la migliore incarnazione di "Saint Seiya", il più recente "Lost Canvas" di Shiori Teshirogi, si rifaccia proprio a quest'ultima serie, rielaborandola ulteriormente in una storia vera e propria; opera nella quale, guarda caso, Kurumada non ha preso parte, a dimostrazione di come sia stato l'autore stesso la causa della cattiva riuscita del manga.
Il successo planetario di "Saint Seiya" va così ricercato non tanto nella storia e non solo nello splendido lavoro di design di Araki, quanto nella capacità dello stesso Kurumada di creare personaggi carismatici, in grado di bucare lo schermo televisivo (e le pagine del manga) per imporsi come vere e proprie icone dello shonen; tolti i cinque, pallidi, protagonisti, le vere star erano i nobili Gold Saint, anch'essi consacrati ad Athena e portatori delle vestigia dei dodici segni zodiacali; introdotti inizialmente come villains del primo story arc, i Gold diventano co-protagonisti della serie di Hades e protagonisti assoluti in "Lost Canvas", dove rubano la scena a tutto e a tutti grazie allo splendido design delle loro armature e alla loro caratterizzazione, in quest'ultima serie più sfaccettata e credibile.


Nonostante la forte notorietà dell'opera di partenza, Tohei ha optato per una strategia poco ortodossa nella creazione della sua prima trasposizione cinematografica: reinventare la serie non tanto nella storia, quanto nello stile per avvicinarlo ad un pubblico di bambini; niente più combattimenti furiosi, violenza esplicita nei colpi, sacrifici in extremis da parte dei personaggi o commoventi immolazioni in nome della giustizia e dello spirito di squadra: a farla da padrone ne "La Leggenda del Grande Tempio" sono battute sarcastiche e duelli veloci e spettacolari; così fancendo, "Saint Seiya" perde tutto il suo fascino e, di conseguenza, ogni ragione d'essere.
L'aficionados non potrà che storcere il naso di fronte alla nuova caratterizzazione dei Gold Saint: il perfido e truce Deathmask di Cancer viene trasformato da folle omicida a buffone canterino, inscenando un improbabile numero musicale che sembra uscito dalle peggiori visioni di un Tim Burton privo di ispirazione; Camus di Aquarius regredisce a puro antagonista, Saga di Gemini a vero e proprio boss finale, mentre Shaka di Virgo e Milo di Scorpio fanno giusto una comparsata, quest'ultimo in un'inedita versione femminile, la quale, però, privata di ogni approfondimento o enfasi drammatica perde di qualsiasi mordente.
Ancora peggio, i cinque protagonisti bronze saint, già blandi in origine, qui perdono ogni forma di caratterizzazione e background, divenendo mere figurine da far scontrare nel corso della pellicola con il nemico di turno.


Non aiuta di certo l'esigua durata: l'incontro con i dodici Gold Saint viene condensato in appena 93 minuti, durante i quali non solo vengono introdotti blandamente storia e personaggi, ma anche gli scontri vengono ridotti a mere sequenze d'azione; privati di ogni drammaticità e violenza, i duelli divengono semplici sequenze nelle quali i guerrieri di turno lottano lanciandosi colpi fatti luce, senza fisicità, senza mai una vera forma di spettacolarità.
Il character design, rifatto da zero, non è degno dello splendido lavoro di Araki, ma neanche del più piatto design originale di Kurumada: le armature dei Bronze Saint hanno un design futuristico, con tanto di luci al neon alla Syd Mead che mal si concilia con l'ambientazione mitologica; mentre quelle dei Gold Saint sono pacchiane e tronfie, talmente barocche da sembrare abiti di carnevale piuttosto che vesti da guerra; persino il design archittetonico del Grande Tempio delude: troppo forte è l'influenza del lavoro svolto da Yoshitaka Amano nella serie videoludica di "Final Fantasy", tant'è che a tratti si ha l'impressione che gli autori lo abbiano deliberatamente copiato; e quando nell'ultima sequenza Saga prende le forme di un giantesco mostro antropomorfo, la sensazione di trovarsi innanzi ad un videogame piuttosto che ad un film è immensa.
Questo perchè sinanche la computer graphic è sciatta: lontana anni luce dalla perfezione del rendering e delle animazioni di "Capitan Harlock" (2013) ed "Appleseed Alpha" (2014), quella de "La Leggenda del Grande Tempio" è una grafica volutamente cartoonesca, che riduce i personaggi a pupazzetti animati e rifugge da ogni forma di verosomiglianza, sopratutto nelle espressioni dei volti, creando un mix indigesto tra il naif dei personaggi e il kitsch degli ambienti.


Tronfio, infantile e poco ispirato, il primo lungometraggio dedicato ai Saint di Kurumada è un filmino pensato unicamente per un pubblico di bambini; gli adulti nostalgici della loro infanzia o i fans dell'opera originale ben farebbero, invece, a risparmiare tempo e denaro e a riguardarsi i vecchi episodi dell'anime.

giovedì 8 gennaio 2015

Maps to the Stars

di David Cronenberg

con: Julianne Moore, Mia Wasikowska, Evan Bird, John Cusack, Olivia Williams, Robert Pattnison, Sarah Gadon.

Canada, Usa, Germania, Francia (2014)


















---SPOILERS INSIDE---

Quel "mondo nel mondo" che è Hollywood è stato più volte raccontato in modo acido e corrosivo nell'arco degli ultimi quarant'anni da un sacco di registi che, pur nati o transitati attraverso i suoi canali più mainstream, sono poi finiti, volontariamente o meno, ai margini della stessa, relegati al circuito indipendente o transnazionale per poter continuare ad operare in completa libertà. Si pensi, su tutti, a quel capolavoro di cattiveria ed elegante villaneria che era "I Protagonisti" (1992), nel quale il compianto Robert Altman ritraeva in modo vivido tutta l'ipocrisia e la mancanza di idee che affligge la Mecca del Cinema; o al più recente e controverso "The Canyons" (2013), dove l'ex gallina dalle uova d'oro della New Hollywood Paul Schrader dipinge lo squallore morale e materiale che affligge tutto lo star-system.
Con "Maps to the Stars", Cronenberg si spinge ancora oltre: arriva a dissezionare letteralmente quella porzione di mondo e a ritrarne gli abitanti in modo quasi scientifico, creano il suo film più astratto, freddo e criptico.



Non c'è racconto in "Maps to the Stars": sebbene nel precedente e più sperimentale "Cosmopolis" (2012) la narrazione canonica sopravviveva nella forma del pretesto, qui ogni forma di racconto vero e proprio viene sostituito dalla pura descrizione; ogni situazione, ogni scena ed ogni episodio mostrato altro non sono se non una discesa nella psiche distorta dei personaggi, un ritratto vivo e pulsante delle loro paure, dei loro vizi e, più in generale, della loro natura distorta e disumana.
Le star di Cronenberg sono, idealmente, un'umanità a parte, una specie che l'autore analizza con un distacco scientifico freddo e calcolatore che avvicina la sua visione a quella di un Haneke leggermente più partecipe dei drammi mostrati. Una specie che si è allontanata dalle normali qualità umane ed animali in virtù di un'unica e totalizzante istanza:l'affermazione di sé medesimi, l'ascensione della propria personalità ad una vera e propria mitologia moderna. Di fatto, i personaggi di "Maps" sono biologicamente diversi da un normale essere umano: sembrano nutrirsi esclusivamente di farmaci, usati per la regolazione di ogni singola attività corporale, come se il loro organismo si fosse adattato ad un nuovo ambiente, artificiale e fasullo al pari delle loro vite; ogni personaggio presenta una sessualità deviata, ai limiti del deforme: si accoppiano solo con gente della medesima specie, ossia altri attori e produttori o aspiranti tali; e come nei miti antichi o nelle famiglie rinascimentali, l'incesto e l'abuso genitore-figlio è una pratica normale: da un lato abbiamo il personaggio di Havana (una sublime Julianne Moore), perseguitata dal fantasma delle violenze subite (o forse solo immaginate) dalla madre, dall'altra i fratelli Weiss (Mia Wasikowska ed Evan Bird), frutti di un incesto e a loro volta coinvolti in una relazione incestuosa dagli esiti distruttivi. 
La realtà percepita da queste creature, in ultimo, è anch'essa difforme da quella del resto dell'umanità: costantemente filtrata mediante un occhio distorto, che porta a rielaborare ogni singolo episodio nel quale sono coinvolti in materiale per un racconto, per una sceneggiatura, ossia per una finzione; una realtà, la loro, perennemente fusa con la rappresentazione della realtà stessa e per questo indistinguibile dalla menzogna; menzogna, o fantasia, nella quale affogano i personaggi di Havana e dei frateli Weiss con le loro visioni spettrali: non è dato sapere se si tratti davvero di apparizioni mistiche o di semplici esternazioni della loro psiche deviata, appunto perchè dal loro punto di vista la realtà oggettiva e la visione sono unite e l'una è la rappresentazione speculare e parodistica dell'altra, in un gioco di specchi infinito.


La dissezione dello star-system permette a Cronenberg  di portare in scena senza filtri né edulcorazioni di sorta tutti i vizi e lo squallore, morale e materile, che affliggono l'odierna generazione di attori e attrici, tramite la belle sceneggiatura di Bruce Wagner, che sembra uscita pari pari dalle pagine di Bret Easton Ellis. Laddove il mondo di "Cosmopolis" è una metropoli nella quale gli essere umani hanno perso le loro qualità identificative, la Hollywood di "Maps" è una vera e propria palude popolata da mostri.
Con i personaggi di Havana e Benjie, vengono rapportate due delle fasi essenziali della carriera artistica, ossia gli esordi ed il crepuscolo. Benjie è l'incarnazione della perfetta "baby-star" americana: belloccio, indefesso, totalmente dipendente da ogni forma di eccesso, è una mostruosità colma di vizio e odio etero ed auto-distruttivo, che trova soddisfazione solo ed unicamente nell'umiliazione altrui, la perfetta maschera nel quale far confluire l'odiosa supponenza di Justin Bieber (e, più in là nel tempo, di Macaluly Culkin) e la distruttiva irriverenza delle lolitas Disney, quali Demy Lovato e socie, citate esplicitamente in un dialogo. La sfrontatezza della nuova generazione viene letteralmente sbattuta in faccia allo spettatore: i giovani attori, veri e propri bambocci immaturi, criticano i colleghi adulti affermando come gli ultraventenni siano dei "vecchi" e usando la loro sessualità come estensione del loro carattere, che li trasforma, così, in mostriciattoli riveriti come dei: da brividi, su tutti, il dialogo sulla ragazza collezionista di "feci famose".
Benjie viene perseguitato da due fantasmi: la bambina morta di linfoma di non Hodgkin, una malattia che lui non conosce e per questo denigra, ed un bimbo che ha aggredito con la scusa di rubarli la scena; entrambi sono la personificazione di quella umanità che lo venera e che egli non comprende in quanto da essa totalmente avulso.


Dall'altro della medaglia, Havana, star dalla carriera ormai appassita, ultracinquantenne in cerca del rilancio; lo spettro che la perseguita è quello della madre, che riveste una triplice funzione: gli abusi che ha subito durante l'infanzia, o che forse ha immaginato di subire, creandosi una storia da portare ai tabloid pur di (ri)ottenere il fatidico quarto d'ora di fama; il fantasma della fama stessa, ormai svanita e che tenta in ogni modo di riguadagnare interpretando lo stesso personaggio che la perseguita; in ultimo, il fantasma della giovinezza, ormai sfiorita, che le impedisce di ottenere ruoli di primo piano in produzioni importanti. Ma Havana è al contempo vittima e carnefice: vittima di un sistema alla ricerca perenne di nuova carne di cui cibarsi, carnefice di ogni suo rivale, dapprima l'attrice scelta al suo posto per il ruolo, della quale gioisce la morte prematura del figlio, in secondo la sua assistente, Aghata Weiss, sorella di Benjie, più giovane ed affascinante.

 

Agatha Weiss è l'elemento distruttivo, l'essere vivente cosciente della propria mostruosità che tenta di porre fine alla specie della quale è parte. Al corrente della propria natura incestuosa, perseguitata come Benjie e Havana da visioni spettrali, spezza infine la "maldezione" di sé stessa mediante un cerimoniale mitologico, che porta all'abbatimento della stirpe stessa tramite l'omicidio ed il suicidio, in un finale dagli echi edipici. Distruzione che sembra essere l'unico modo per cancellare la stirpe del vizio e dell'incesto; coscienza che il personaggio porta sulla sua pelle, su quelle sue cicatrici che la deturpano rendendola più simile ad un comune essere umano, privo della bellezza urlata e sbeffeggiante delle star.


Meno radicale di "Cosmopolis", ma al contempo ancora più astratto e spiazzante, "Maps to the Stars" non ha di certo la forza visionaria di molte altre pellicole del grande autore; ma la ferocia e la cattiveria di fondo, oltre che allo stile chirurgico della narrazione rednono quest'ultima fatica del grande regista canadese riuscita ed interessante.

lunedì 5 gennaio 2015

Lo Hobbit- La Battaglia delle Cinque Armate

The Hobbit- Battle of Five Armies

di Peter Jackson

con: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Benedict Cumberbatch, Luke Evans, Evangeline Lily, Aidan Turner, Sylvester McCoy, Christopher Lee, Cate Blanchett, Lee Pace, Hugo Weaving.

Fantastico/Avventura

Nuova Zelanda/Usa (2014)












---SPOILERS INSIDE---

Le leggi del commercio sono spietate: se da una medesima quantità di materiale si possono ottenere più prodotti da vendere, bisogna farlo a prescindere dalla qualità effettiva degli stessi. Legge che ha consentito a Jackson e soci di trasformare un libro di appena 300 pagine dapprima in due pellicole da tre ore ciascuna, poi in tre film, ossia una nuova trilogia che si va ad aggiungere alla collezione di sciagurate operazioni commerciali che Hollywood propina al pubblico da una quindicina anni a questa parte; è toccato a "Matrix" (1999), film che si chiudeva perfettamente con il suo finale, ma che è stato gonfiato a trilogia per mere ragioni commerciali; è successo con la saga di Harry Potter, il cui ultimo, squallido capitolo è stato diluito in due pellicole da due ore e mezza ciascuna, durante le quali accade ben poco; è toccato anche a "Lo Hobbit", che si ritrova con un terzo capitolo che di fatto non è nulla se non un gigantesco epilogo, finanche visibilmente monco nella sua versione cinematografica, la cui durata è la più breve di tutti i film tratti dall'opera di Tolkien: appena 2 ore e 45 minuti a fronte della media di 3 ore delle pellicole precedenti.


L'aver gonfiato e scisso quello che doveva essere il secondo atto de "Lo Hobbit" in due film non paga dal punto di vista narrativo; il precedente "La Desolazione di Smaug" (2013) si concludeva in modo sciatto e frettoloso, con il drago lanciato verso la distruzione di Pontelagolungo, lasciando lo spettatore interdetto perchè privato di una conclusione adeguata, o anche e più semplicemente decente e rispettosa nei suoi confronti; fa ancora più senso notare come il prologo de "La Battaglia delle Cinque Armate" altro non sia se non quell'epilogo, che separato dal secondo capitolo viene incorporato nel terzo giusto per allungare la sua durata di una decina di minuti: tanto valeva lasciarlo in coda al secondo e non tagliare le parti necessarie per la continuità di quest'ultimo film.
Perchè di falle nelle continuità, "La Battaglia delle Cinque Armate" ne è pieno: Gandalf ritrova magicamente il bastone che gli era stato spezzato, Legolas, lanciatosi all'inseguimento di Bolg alla fine de "La Desolazione di Smaug", riappare all'improvviso alle spalle di Tauriel, Saruman e Elrond appaiono e scompaiono quasi senza soluzione di continuità, re Thranduil muove guerra ai Nani per reclamare il suo tesoro, ma alla fine torna a casa dimenticandosene, l'Archengemma, motore narrativo di tutto il film, sparisce da una scena all'altra, Bilbo parte da Erebor a mani vuote ma arriva alla Contea ricoperto di tesori e l'epilogo è visibilimente frettoloso. Il montaggio cinematografico a tratti non ha significato e sembra che per apprezzare davvero l'ultimo viaggio nella Terra di Mezzo bisognerà necessariamente attendere un anno e comprare la versione estesa per il mercato Home-Video.


Il che è un vero peccato se si tiene conto del fatto che, pur con tutti i suoi difetti, "La Battaglia delle Cinque Armate" è il capitolo più riuscito dell'intera Saga dell'Anello da un punto di vista strettamente narrativo. Il tema della ricchezza che corrompe l'animo umano, già al centro de "Il Signore degli Anelli", qui trova una rappresentazione più fulgida e convincente con l'ascesa e caduta di re Thorin, che da guerriero impavido e leale si trasforma in un monarca paranoico capace solo di ammassare oro; la sua catarsi, con la visione del lago d'oro che lo inghiotte, è al contempo kitsch e poco visionaria, ma rende tutto sommato giustizia al personaggio. Ricchezza che diviene necessità dal punto di vista degli Uomini, privati di casa ed averi, i quali si trovano a combattere per la loro stessa sopravvivenza; mentre gli Elfi, da creature nobili e elevati, mostrano per la prima volta il loro lato più materiale attaccando i Nani per il solo gusto di reclamare un vecchio tesoro.


La conseguente battaglia viene scatenata e combattuta non più per "salvare il mondo" o sconfiggere una non meglio identificata personificazione del Male, bensì per una semplice contrapposizione di vedute; una battaglia più terrena e per questo più credibile e coinvolgente, che Jackson riesce a portare in scena senza gli eccessi superomositici e ridicoli che affliggevano i conflitti de "Il Signore degli Anelli"; ne "La Battaglia delle Cinque Armate" a farla da padrone è l'estrema fisicità di ogni colpo, con decapitazioni e personaggi principali che muoiono come persone comuni; al bando re invincibili ed elfi in grado di sbaragliare intere armate da soli, ora ogni personaggio sanguina, cade, si rialza e viene trafitto come se la guerra per la conquista del tesoro fosse combattuta in un vero campo di battaglia piuttosto che in un reame di pura fantasia. E nella costruzione delle scene, Jackson dimostra un gusto più fine per la coreografia che rende finalmente giustizia agli alti valori produttivi dislocati, facendo dimenticare, per fortuna, gli orrori di messa in scena de "Il Ritorno del Re" (2003).


Tuttavia, una volta calato il sipario, non si può glissare sulla fallacia dell'intera operazione de "Lo Hobbit": a fronte di quanto visto su schermo, tanto valeva condensare la narrazione in soli due film, lasciare la sottotrama sul ritorno di Sauron alla sola versione estesa e garantire, così, uno spettacolo più completo e compatto.