giovedì 25 giugno 2015

Contagiuos- Epidemia Mortale

Maggie

di Henry Obson.

con: Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, Joely Richardson, Douglas M.Griffin.

Drammatico

Usa, Svizzera (2015)
















Volenti o nolenti, bisogna ammettere che Arnold Schwarznegger è stato una delle colonne portanti di Hollywood degli ultimi 30 anni. Sia che si cimentasse con kolossal puramente spettacolari come "Terminator 2" (1991) e "True Lies" (1994), che con pellicole più raffinate e riuscite come "Conan il Barbaro" (1982) e "Atto di Forza" (1990), Arnie è sempre emerso a testa alta con il confronto con i suoi colleghi "muscolari", in primis con l'amico Sylvester Stallone, il quale, dopo gli ottimi esordi nel cinema "da strada", si è rifatto come pessimo esempio di impersonificatore dei valori reaganiani.E questo nonostante la sua forte militanza politica nel Partito Repubblicano.
La storia artistica e umana di Schwrzenegger è già in sé singolare: arriva al cinema con il risibile "Ercole a New York" (1969), salvo poi collaborare con niente meno che Bob Rafelson in "Stay Hungry"(1976), pellicola dimenticata e tutto sommato mediocre, che tuttavia all'epoca gli permise di vincere addirittura un Golden Globe.
Impostosi come star ad Hollywood, Schwarzy, non proprio un attore dalla formazione classica, anzi neppure un attore vero e proprio, resterà per sempre scolpito nella memoria collettiva per il suo metodo recitativo, quantomeno definibile come "buffo": per preparare il ruolo del Terminator, si addestra come un marine e riceve lodi su lodi per come maneggia le armi su schermo; salvo saltare tutte le lezioni di dizione, tant'è che tutt'oggi il suo pesante accento austriaco è parte della sua persona.
Divenuto governatore della California per i Repubblicani, Arnie pone in essere una politica singolare, battendosi per l'ambiente e l'uso dell'energia pulita e appoggiando una politica economica che salva il suo stato dalla bancarotta, utilizzando politiche più vicine alla sinistra che alla destra yankee.
Oggi, a 67 anni, l'ex Governator è ritornato al cinema in ruoli tutto sommato di poco conto, spesso pensati direttamente per lui; e a differenza del suo collega Stallone, sembra non volersi incamminare verso una fase crepuscolare che potrebbe portare maggior lustro e carisma al suo personaggio. Sembra, perchè per fortuna, come un fulmine a ciel sereno, "Maggie" (il titolo italiano, da Direct-to-Video simil Steven Segal, è meglio dimenticarlo) ci dimostra l'esatto contrario.


"Maggie" non è il canonico zombie-movie: i redivivi cannibali di romeriana memoria fanno una comparsa breve e tutto sommato sarebbe stato meglio non usarli; lo script di John Scott 3 (esordiente dallo strambo nome, forse uno pseudonimo) vorrebbe dare una lettura metaforica dell'epidemia come una malattia virale che colpisce perlopiù adolescenti, ma stenta nel dargli una caratterizzazione completa, sfociando nell'astrazione pretenziosa.
Decisamente più riuscito è il lavoro svolto sul rapporto tra il personaggio di Maggie (Abigail Bresslin) e il padre Wade (Schwarzenegger), ricondotto nella canonica ottica protettiva senza mai scadere nel puerile. Tutto il film non è che uno spaccato dell'amore tra un padre ed una figlia, una disanima su quanto in là possa spingersi un uomo per proteggere ciò che ama, costi quel che costi; ed è facile empatizzare per la giovane vittima e il suo disperato genitore e rimanere coinvolti nel loro dramma, nonostante un finale privo di senso.


Ma è inutile temporeggiare o far finta di nulla: l'unico vero motivo di interesse di "Maggie" è l'insolita presenza di Schwarzy; non può dirsi di certo sorprendente lo script di Scott 3, nè riuscita la regia di Hobson, totalmente piatta: nuche e primissimi piani alternati a dettagli strettissimi e l'aderenza maniacale alla sceneggiatura altro non sono che l'ennesima riproposizione degli esausti luoghi comuni del cinema finto autoriale indie americano, e all'appello qui ci sono tutti, tanto che l'intero film sembra girato e montato da un automa.
Schwrzenegger, d'altro canto, sorprende e incanta: il suo viso spigoloso e i suoi occhi solitamente smorti si caricano di una tristezza palpabile e il suo corpo ingombrante diviene la perfetta incarnazione di un "grande vecchio" pronto a lottare sino all'ultimo per difendere i suoi affetti.


Performance attoriale al 100%, basata sull'immersione nel personaggio che rende l'ex Mr.Universo, finalmente, un vero attore ed una perfetta maschera crepuscolare.

martedì 23 giugno 2015

L'Uomo che Fuggì dal Futuro

THX 1138

di George Lucas.

con: Robert Duvall, Donald Pleasance, Maggie McOmie, Don Pedro Colley, Ian Wolf, Sid Heig.

Fantascienza/Distopia

Usa (1970)















Su George Lucas sono stati scritti migliaia di articoli, centinaia di migliaia di opinioni, milioni di chiacchere e altrettanti insulti.
Il suo ruolo di filmaker alla fine degli anni '70, assieme a quello dell'amico e collega Steven Spielberg, ha ridefinito totalmente il volto di Hollywood e del cinema fantastico e non; se negli anni '70 la New Wave hollywoodiana, letteralmente creata e portata avanti da cineasti di origine o formazione newyorkese come John Schlesinger, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Brian De Palma, aveva imposto un modello produttivo che poneva al centro il regista, ora inteso come "autore" a tutto tondo, con la propria visione, sperimentale ed intoccabile, con Lucas si assiste ad una marcia indietro: non c'è più bisogno di un "autore" per creare un grosso successo di pubblico, né di una visione particolarmente innovativa e sperimentale; tutto quel che serve è un mestierante, un grosso budget e tanta, molta, troppa pubblicità.
Il nuovo sistema, smaccatamente commerciale, manco a dirlo, trova le sue radici nel cult dei cult "Guerre Stellari" (1977), e ancora prima ne "Lo Squalo" (1975) di Spielberg, ed oltre a distruggere un intero ventennio di conquiste da parte dei giovani filmakers amici di Lucas, ha generato un vero e proprio buco nero culturale nel cinema commerciale a stelle e strisce, che oggi si è addirittura ingrandito grazie alla politica dei Marvel Studios, unico vero erede del lascito della LucasFilm, nonchè attuale partner vista la militanza per la Disney Pictures; trittico che sta portando ad una distruzione di ogni forma qualitativa nei blockbuster e nella definitiva trasformazione del cinema in un parco di divertimenti multinazionale.




Tornando indietro di quasi quarant'anni, si rimane spiazzanti, anzi sgomenti nello scoprire chi fosse davvero Lucas prima che il successo della sua "Galassia Lontana Lontana" gli desse alla testa: uno sperimentatore della prima ora, in grado di concepire visioni fantascientifiche sorprendenti ed inquietanti, di riprendere modelli letterari e tradurli su schermo in modo efficace ed affascinante e di creare, con un budget modesto ed un pugno di attori affiatati, una delle distopie più vivide mai apperse su schermo; perchè "THX 1138" non è semplicemente un esordio sorprendente, quanto e sopratutto la prova che sotto la patina di denaro e sfrontatezza, in Lucas batte forte il cuore di un vero artista.
O almeno batteva.




Alla base del lavoro di Lucas c'è innanzitutto Aldous Huxley con la sua visione pessimista di un futuro anti-umanitario; ma anche, e più direttamente, "Alphaville" (1965), il capolavoro di Jean-Luc Godard che per primo preconizzava un futuro nel quale le emozioni vengono soppresse, ricostruito interamente in locations reali, estrapolate dal loro contesto per creare un mondo futuribile del tutto alieno.
Lucas realizza questa visione, mediante uno script di Walter Murch, già nel 1967, con "Electronic Labyrinth: THX 1138 4EB", cortometraggio diretto come tesi di laurea all'Università della California che gli valse numerosi riconoscimenti accademici, tra i quali il più ambito: la possibilità di collaborare con un vero regista su di un vero set; il regista in questione altri non era che Francis Ford Coppola, che prese il promettente Lucas sotto la sua ala protettiva sui set di "Sulle Ali dell'Arcobaleno" (1968) e del piccolo capolavoro "Rain People" (1969), dove Lucas conosce anche Robert Duvall.
Fondata l'American Zoetrope Picture, Coppola racimola un budget di 700.000 dollari per permettere al suo protegée di esordire nel lungometraggio ed "Electronic Labyrinth" diviene un film, scritto ancora da Murch e nel quale Lucas può dare vita, definitivamente, ad una visione unica, nonchè di portarla in scena in modo inusuale, allontanandosi dal paradigma godardiano per creare uno stile personale, di fatto il solo mai usato dal regista nel corso della sua carriera.




Il futuro di "THX 1138", nella migliore tradizione della fantascienza umanista classica, è una visione ingigantita del presente; il consumismo imperante e la perdita di valori della società americana di fine anni '60 vengono rielaborati da Lucas in una visione totalitaria nella quale il Grande Fratello viene sostituito da una società priva di vertice nella quale gli imperativi sono produrre e consumare; la produzione, intesa come lavoro ossessivo e sfiancante, diviene unica ragione di vita dell'essere umano, mentre il consumismo è parte integrante del suo ciclo biologico. L'uomo viene spersonalizzato, perde ogni forma di individualità sino a divenire forma astratta: privo di segni distintivi come capelli ed abiti, il nome ridotto ad una sigla (THX 1138 è il protagonista, la sua amante è LUH, mentre il "terzo incomodo" è SEN), sinanche il suo ciclo biologico viene regolato dall'uso di droghe prescritte per legge che permettono all'operatore di turno di muoverne i fili come un burattino.
Un mondo dove tutto ha un prezzo, persino la ribellione; dove ogni gesto è pre-impostato, pre-elaborato, pre-visto e necessita autorizzazione, in una burocratizzazione disumanizzante che si traduce nella scarnificazione dell'uomo sino all'essenziale; un mondo dove la religione è divenuta puro rito fine sé stesso, la conoscenza una formula chimica, il linguaggio un guazzabuglio di codici alfanumerici e la presa di coscienza politica un semplice discorso privo di fondamenta logiche concrete.
Il mondo di "THX 1138" è al contempo inquietantemente vicino al nostro e lontano anni luce: la sua caratterizzazione è volontariamente vaga, non si ha una data precisa, né una spiegazione al perchè l'umanità debba vivere in un complesso sotterraneo, come se fosse la naturale evoluzione della odierna società.




In un mondo regolato al millimetro, THX (Duvall) riscopre la sua umanità del modo apparentemente più scontato: l'amore di LUH (McOmie) la porta a sottrargli le droghe che ne condizionano la mente; e come conseguenza, la sua percezione del reale rinasce: il taumazen è completo, THX e LUH, come Winston Smith e Julia in "1984", divengono gli ultimi esseri pensanti e sublimano la loro indipendenza mediante il contatto fisico naturale, non condizionato dai cicli biologici stabiliti dalla legge.
THX diviene il ribelle, l'incognita in un sistema perfetto che lo stesso non può tollerare; insieme a LUH e a SEN, lo "spione" che invidioso del grado di coscienza raggiunto dai due ne distrugge l'idillio.
La fuga di THX e SEN diviene fuga da un mondo pre-impostato verso la realizzazione della propria natura; non per nulla, in un gioco di specchi magistrale e miracolosamente non pretenzioso, ad indicare loro la via di fuga è SRT (Don Pedro Colly), un ologramma divenuto uomo che li spinge oltre il punto di vista dello schermo cinematografico, ossia fuori dalla realtà pre-fabbricata ad hoc.




Se il mondo ritratto è distante e alieno, lo sguardo di Lucas si fa altrettanto distante, ai limiti del chirurgico; lo stile è ricercatissimo: ridotti all'osso i movimenti di macchina, tutte le immagini sono statiche e la narrazione avviene tramite il solo montaggio, come se le immagini provenissero da un microscopio puntato verso un organismo sotto osservazione; il taglio delle inquadrature è calcolato sino ai limiti dell'ossessivo: i soggetti entrano ed escono da fotogrammi che li incorniciano sino ad incatenarli, in immagini spettacolari persino nei primi piani, nota di quanto la ricerca visiva del Lucas dell'epoca fosse rivolta verso l'espressivo piuttosto che il puro spettacolo; ricerca che dona presto i suoi frutti: l'esperienza visiva di "THX 1138" è unica ed appagante, un viaggio lucido in un mondo altro in grado di sconvolgere sin nel profondo, prova di come per fare ottima fantascienza non ci sia bisogno di budget stratosferici o di storielle finto-epiche.
Tant'è che si può tranquillamente affermare che l'unico vero capolavoro mai fatto da Lucas sia, a conti fatti, questo suo folgorante, bellissimo e magistrale esordio.






EXTRA

Nel 2003, per l'uscita in DVD, Lucas ha curato una ri-edizione del film, con un procedimento simile a quanto fatto con la trilogia classica di "Guerre Stellari" nel 1997.
Oltre all'aggiunta di elementi in CGI per i fondali e al cambio di fotografia, volti ad "aggiornare" il look della pellicola, Lucas ha stupidamente deciso di aggiungere dei nuovi inserti che mal si adattano al film, come:



-Una nuova sequenza di fuga, totalmente ricreata al computer e palesemente finta, che mal si coniuga con il resto del film;




-Delle scimmie malamente animate, veri e propri cartoni animati appiccicati alla bene e meglio sl resto delle immagini dal vivo;



-Lo spot di un vecchio episodio di Buck Rogers nel prologo, la cui visone scanzonata del futuro dovrebbe scontrarsi con quella cupa e disumana del film, ma che mal si adatta al tono generale della pellicola.




Il magro riscontro di pubblico e la mancata affezione da parte dei fandom non hanno impedito all'esordio di Lucas di esercitare una fortissima influenza su tutta la fantascienza a venire; giusto per fare un paio di esempi:

-In un futuro in cui le emozioni sono bandite tramite l'uso di droghe obbligatorie, un uomo riscopre le sensazioni e decide di opporsi al governo.
No, non è un remake di "THX 1138", ma "Equilibrium" (2002), derivativo e sopravvalutato cult di Kurt Wimmer.



-Un uomo comincia ad avvertire la falsità della realtà che lo circonda; con l'aiuto di una donna, di un uomo di colore e di una pillola, riuscirà a fuggire dalla menzogna della realtà creata ad hoc per imprigionarlo.
Anche questo non è un remake del capolavoro di Lucas, ma "Matrix" (1999)




Decisamente più simpatico l'omaggio di Woody Allen: ne "Il Dormiglione" (1973), il grande artista riprenderà il design dei robopoliziotti per parodizzarlo con i robomaggiordomi:





mercoledì 17 giugno 2015

Paura su Manhattan

 Fear City

di Abel Ferrara.

con: Tom Berenger, Melanie Griffith, Billy Dee Williams, Jack Scalia, Rossano Brazzi, Rae Dawn Chong, Michael V.Gazzo.

Noir

Usa (1984)













Quarto lungometraggio di Abel Ferrara, "Fear City" è per certi versi l'opera più convenzionale della prima parte della sua carriera: l'ennesima disanima su di un uomo retto alle prese con un mondo marcio, con una città infernale sullo sfondo; gli stereotipi e i luoghi comuni di tutto il cinema di genere americano degli anni '70 e primi anni '80 ritornano tutti, ma sarebbe miope liquidare "Fear City" come uno scarto, visti i molteplici punti di interesse che presenta.


New York City, anni '80; Matt Rossi è un ex pugile finito a gestire un'agenzia di pole dancer con Nicky (Jack Scalia), l'amico di una vita; amareggiato per il suo passato burrascoso, distrutto dalla fine della relazione con la bellissima Loretta (Melanie Griffith), Matt dovrà presto confrontarsi con un nemico inatteso: un serial killer che uccide impunemente le ballerine dei night club.


Il setting è lo stesso di "The Driller Killer" (1979) e "Ms.45" (1981): una New York torbida, infestata da uno squallore viscerale e da una mancanza di morale opprimente. In uno scenario infernale, Matt è l'uomo distrutto dalla vita, schiacciato dalla colpa per aver ucciso un suo rivale sul ring e tormentato dall'abbandono di Loretta, che si è rifatta una vita con la collega Leila.
La caccia al killer viene svuotata da Ferrara da ogni risvolto giustizialista: Matt non è un vigilante, ma un guerriero che tenta di ottenere una forma di redenzione proteggendo ciò che più ama; la figura del giustiziere viene di converso cucita addosso al personaggio di Wheeler (Billy Dee Williams), poliziotto simil-fascista che esercita la legge con il pugno di ferro, del tutto insensibile ai veri bisogni della comunità.
La redenzione di Matt passa necessariamente per il recupero di quei valori che aveva perduto; la ricongiunzione con le sue radici, incarnate dal boss Carmine, interpretato da Rossano Brazzi, è un forma di riunione con quelle radici che Matt sembra obliare; la caratterizzazione stereotipata del boss e della sottocultura mafiosa italoamericana è a tratti ridicola: Ferrara si limita a riprendere l'immaginario coppoliano che già si era sedimentato nel corso di 11 anni, scadendo dello stereotipo più puro.
Ritrovate le sue radici, Matt redime la sua anima per i peccati passati: la confessione lo assolve e gli dà la forza di affrontare il suo avversario mediante la ricongiunzione con le radici cattoliche.
In ultimo Matt ritrova il rigore dell'allenamento fisico: la perdita delle comodità moderne, dell'alcool e dell'amore gli servono a riconquistare la determinazione che in passato aveva.
La distruzione finale del killer, montata in parallelo con l'uccisione del rivale, mostra una catarsi completa: l'accettazione del peccato mediante la redenzione presente.


Lo sguardo di Ferrara si sposta così dal lato opposto rispetto al passato: dai carnefici alle vittime che tentano in ogni modo di sopravvivere e riscattarsi dagli orrori della metropoli, tanto che "Fear City" può tranquillamente essere visto come il lato opposto delle due pellicole precedenti, con le quali forma un'ideale trilogia sul delirio metropolitano.
Delirio che qui si colora, oltre che con il sangue, copioso più che mai, con il tema della paranoia, che consuma tutti i personaggi: una paura inconscia ed ancestrale che si fa strada tra i vicoli della città; la paura della morte improvvisa, che Ferrara immette del suo cinema ispirandosi probabilmente al killer "Son of Sam" che terrorizzò davvero Little Italy nell'estate del 1977.
Serial Killer il cui delirio viene questa volta ritratto come un'ispirazione spirituale: non più il semplice figlio della violenza e della bestialità della metropoli, ma un vero e proprio crociato in lotta con la corruzione spirituale che alberga nella città, antesignano del più famoso John Doe del "Se7en" (1995) di Fincher.


E se la tensione latita, la regia è più convenzionale che in passato, i personaggi secondari sono stantii e non ci sono veri colpi di scena, ad intrattenere ci pensano la fotografia, che con un budget alto permette all'autore di ricreare la sua Mulberry Street notturna in modo vivido e sfavillante, e gli attori, con Berenger semplicemente perfetto e la sensualissima Melanie Griffith, mai più così bella, che riscatta la noia con le sue magnifiche forme.

lunedì 15 giugno 2015

Jurassic World

di Colin Trevorrow.

con: Chris Pratt, Bryce Dallas-Howard, Vincent D'Onofrio, Irrfan Khan, Ty Simpkins, Rick Robinson, B.D. Wong, Omar Sy, Kathy McGrath.

Avventura/Fantastico

Usa (2015)















"Jurassic Park" inteso come "saga cinematografica" non ha mai avuto un reale motivo per esistere. A differenza di altre saghe più riuscite che hanno visto la collaborazione del dinamico duo Spielberg & Lucas, quella del parco preistorico partiva da una premessa che si esauriva già nel primo film: lo spettacolo impagabile di vedere sul grande schermo dei dinosauri ricreati in modo credibile, tramite le prodezze dell'allora neonata CGI. E di fatto, tolti gli stupefacenti effetti digitali e gli incredibili animatronici, il primo "Jurassic Park" (1993) era una pellicola poco riuscita, con una tensione scarsa, troppi tempi morti ed un unica scena da antologia: l'attacco finale dei velociraptor.
Un primo sequel era naturalmente inevitabile: nel 1997, "Il Mondo Perduto- Jurassic Park" già dimostrava l'impossibilità di ricreare la formula del predecessore con la medesima efficacia una volta svanito il sense of wonder iniziale. E nel 2001, "Jurassic Park III" si adagiava sul canone dell'esagerazione più pura riuscendo ad imporsi come una delle pellicole involontariamente comiche più fastidiose di sempre.
Quindi, se già 14 anni fa il parco di divertimenti di Spielberg avrebbe fatto bene a chiudere i battenti, ci si chiede con quale coraggio i produttori della Universal e lo stesso Spielberg si siano voluti presentare al pubblico con un quarto capitolo da nessuno richiesto ed incredibilmente stupido e vecchio, che, a discapito dello strepitoso successo di cassa che sta riscuotendo, pianta un ultimo chiodo nella bara del franchise.


La più grande sorpresa del film la riserva la sceneggiatura, stesa da ben quatto soggetti e piena zeppa di incongruenze, stereotipi ed idiozie assortite al punto da disintegrare la sospensione dell'incredulità definitivamente.
Non si riesce a credere all'incidente causato dall'Indominus Rex, che riesce a fuggire da una gabbia priva delle più basiche predisposizioni di sicurezza nonostante sia stata concepita per un predatore geneticamente modificato all'interno di un parco per dinosauri in un modo nel quale i pachidermi giurassici sono stati riportati in vita da oltre vent'anni e che ha più volte affrontato crisi dovute alle scarse misure preventive.
Non si riesce a credere al personaggio di Claire (la bellissima e bravissima Bryce Dallas-Howard, al solito sprecata), CEO preso a pesci in faccia da chiunque, rimproverata per non aver avuto figli (nel 2015 Dopo Cristo), donna in carriera finto-emancipata pronta a cadere tra le braccia del maschio alfa di turno e che di punto in bianco si trasforma in una novella Ellen Ripley in grado di correre sui tacchi a spillo. Non si riesce a credere all'Owen di Chris Pratt, vero e proprio cartonato dell'eroe d'azione: laconico, sporco, rude, idealista e sempre e comunque vincente, le cui schermaglie amorose con Claire sono forzatissime e fuori luogo. Non si riesce a credere ai due ragazzini, talmente stereotipati da sprofondare sin da subito nella caricatura del ragazzino geniale ma infantile e dell'adolescente arrapato, ma comunque capaci di resuscitare jeep vecchie di vent'anni all'occorrenza. Nè si riesce a credere alla stupidità dell'ingegnere genetico di B.D. Wong, che crea il predatore perfetto per sole ragioni di marketing.


Persino il messaggio ecologista proprio di tutte le creature di Michael Chricton e ben presente nei primi due film della serie, qui è annacquato e del tutto risibile. Con l'entrata in scena del personaggio di Vincent D'Onofrio si ha definitivamente la certezza del grado di idiozia dei "buoni": possibile che un ex soldato non sappia che l'uso di animali in guerra risale all'antichità e che l'utilizzo di velociraptor addestrati per operazioni militari, con le dovute precauzioni, eviterebbe tutte le vittime collaterali proprie degli odierni conflitti bellici?
Tant'è che alla fine non è difficile patteggiare per i guerrafondai dinanzi alle minacce che di volta in volta si abbattono sul parco. E quando Owen paragona una specie estinta da milioni di anni a causa della selezione naturale alle odierne specie animali, si capisce come tutto il sottotesto sia pretestuoso, oltre che scritto da un gruppo di radical chic privi di idee concrete.


Il colpo di grazia lo da la regia piatta di Trevorrow, mestierante che al suo secondo lungometraggio e primo kolossal non sa che pesci prendere, non riesce mai a creare vera tensione e infila risvolti ironici semplicemente ridicoli.
E alla fine della corsa, scesi da questo ottovolante di celluloide gonfiato a film, ci si accorge di come più che un sequel, "Jurassic World" sia un vero e proprio remake del primo film, dal quale riprende pedissequamente le situazioni e sinanche i personaggi, limitandosi ad aggiungere solo una sequenza: l'attacco degli pterodattili, omaggio ad Hitchcock che rende il tutto ancora più derivativo e fastidioso.

giovedì 11 giugno 2015

R.I.P. Christopher Lee


1922-2015

Attore di formazione classica e cantante metal per vocazione, Chritopher Lee è stato e per sempre sarà il villain cinematografico per antonomasia, in grado di conferire un'aurea di classe e nobiltà a qualsiasi personaggio interpretasse.





"Dracula il Vampiro" (1958)

Revival della Hammer del classico Universal; Lee incarna un Conte silente e ieratico, inarrestabile e mostruoso.




"The Wicker Man" (1973)

Nel cult di Robin Hardy, Lee crea la sua migliore performance, nonchè la sua  preferita: un folle nobile che reintroduce il culto pagano in un'isola della Scozia.



"Agente 007- L'Uomo dalla Pistola d'Oro" (1974)

Lee è Scaramanga, Ideale nemesi dell'immortale spia di Ian Fleming; un killer freddo e spietato che usa proiettili d'oro.



"Il Mistero di Sleepy Hollow" (1999)

Un piccolo cameo che inaugura la prolifica collaborazione con Tim Burton; Lee è il giudice che assegna Crane alla cittadina di Sleepy Hollow.



"Il Signore degli Anelli" (2001-2003)

Nella trilogia di Peter Jackson, Lee corona il sogno di prendere parte alla messa in scena dell'amatissimo romanzo di Tolkien, suo vecchio conoscente. Il suo Saruman è totalmente malvagio e privo di qualsivoglia sfaccettatura, eppure incredibilmente carismatico.


"Star Wars Episodio II- L'Attacco dei Cloni" (2002)

Quella che è probabilmente la sua peggiore performance; visibilmente a disagio su set totalmente ricreati in post-produzione, Lee interpreta, anche qui, un cattivo privo di sfaccettature, ma la partecipazione alla creatura di Lucas gli garantisce fama presso un pubblico a digiuno di horror classico.



Mentre la sua collaborazione con i Manowar gli ha permesso di imprimersi definitivamente nell'immaginario musicale....





... e di regalare al pubblico qualche geniale ed inusuale chicca:



lunedì 8 giugno 2015

I Tre Volti della Paura

di Mario Bava.

con: Boris Karloff, Michéle Mercier, Lidia Alfonsi, Glauco Onorato, Mark Damon, Susy Anderson, Massimo Righi, Jacqueline Pierreux.

Horror

Italia, Francia, Usa (1963)















Di tutti i "generi" e filoni cinematografici, Mario Bava non poteva di certo non cimentarsi nel "film a episodi" che tanto andava in voga negli anni '60. Prima del trittico di "Tre Passi nel Delirio" (1968) e a cavallo tra la fine del suo filone gotico e l'ingresso definitivo nel "giallo", Bava crea una piccola antologia dell'orrore artigianale, che affonda le radici nella narrativa classica ottocentesca, riletta in chiave moderna e filtrata in un'atmosfera onirica ammaliante; tre "filoni" dell horror che il grande autore omaggia in modo sentito e divertito.
Di certo non un capolavoro, come al solito a causa della qualità altalenante dei singoli episodi, ma sicuramente una pellicola gustosa, che come nel caso del coevo "La Ragazza che sapeva Troppo" sa anche quando prendersi poco sul serio.


Introdotto da un redivivo Boris Karloff, il mito dell'horror classico americano, "I Tre Volti della Paura" presenta tre episodi totalmente distinti tra loro per influenze e setting; la cornice, con Karloff elevato ad icona ed ideale controparte filmica del Rod Serling di "Ai Confini della Realtà", permetta a Bava di riflettere sulla falsità del mezzo filmico; Karloff si rivolge sin dal primo istante direttamente al pubblico spezzando la magia, l'illusione di verosomiglianza invitandolo a riflettere in modo giocoso sui vampiri e sui mosti; nell'epilogo, la finzione viene frantumata in modo geniale: Bava si allontana dal suo personaggio per svelare tutto il lavoro "occulto" che aiuta la messa in scena: un cameraman seduto ed intento ad inquadrare ed un'intera squadra di addetti alla scenografia che corre attorno al personaggio per creare l'illusione di una corsa a cavallo; non per nulla, è l'ultima scena del film: lo spettacolo è finito, lo spettatore sta per alzarsi e può scoprire tutti i trucchi che lo hanno intrattenuto negli 85 minuti precedenti.


IL TELEFONO

Primo episodio, tratto da un racconti di F.G. Snyder, che permette a Bava di entrare definitivamente a contatto con il thriller e di girare quello che è a tutti gli effetti il primo film del genere a colori in Italia.
La superstar dell'epoca Michéle Mercier è una bella prostituta perseguitata da uno strano osservatore, che la chiama ossessivamente al telefono per annunciarle la sua uccisione.
Thriller da camera che Bava costruisce su di un unica, geniale intuizione, che 33 anni dopo sarà ripresa da Wes Craven in "Scream": il telefono come strumento persecutorio. La tensione regge bene per tutta la prima parte e la regia elegante aiuta a creare un'atmosfera asfissiante, con lo squillo assordante del telefono a tastare sui nervi dello spettatore. Ma una volta svelato il primo colpo di scena la narrazione si fa prevedibile, sino ad un finale "telefonato".


I WURDALAK

Da un racconto di Tolstoy. Il patriarca di una famiglia di contadini russi (Karloff) parte alla ricerca di un bandito che terrorizza le campagne; al suo ritorno sembra essere divenuto un wurdalak, un vampiro; ma è davvero così?
Il miglior episodio del trittico, nonchè il più lungo. Bava ritorna alle atmosfere gotiche mittleuropee de "La Maschera del Demonio" (1960) immergendole in colori vividi e innaturali: verdi accesi e rosa purpurei. Il gotico diviene incubo su pellicola, narrazione semicosciente di una maledizione inarrestabile. A prescindere dal fatto che sia invecchiato non benissimo, resta incredibile come l'atmosfera pregna sia tutt'oggi godibile e, a tratti, ancora stupefacente.


LA GOCCIA D'ACQUA

Da un racconto di Ivan Chechov. Una tanatroprattrice (Jacqueline Pierreux) ruba l'anello di una neodefunta, che torna a perseguitarla.
Il meno riuscito dei tre episodi, con una tensione non sempre all'altezza ed un finale intuibile sin dal principio. Ma anche l'episodio dove Bava dà sfoggio di tutta la sua maestria stilistica ed estetica, creando una perfetta "casa infestata" addobbata con pezzi di bambolotti e gatti randagi, elementi presto entrati nell'immaginario collettivo. Sopratutto, con la visione della defunta crea una delle immagini orrorifiche più forti mai apparse su schermo, un ghigno in grado tutt'oggi di perseguitare i sogni dello spettatore.


EXTRA

L'episodio "I Wurdalak" sarà ripreso nel 1972 da Giorgio Ferroni ed espanso a lungometraggio in "La Notte dei Diavoli", riuscito esempio di gotico moderno italiano condito da un sapiente uso degli effetti splatter.


Distribuito nei paesi anglofono con il titolo "Black Sabbath", "I Tre Volti della Paura" fu d'ispirazione per l'omonimo gruppo metal di Ozzy Osburne, che lo scoprì durante una turnè nel 1968.




lunedì 1 giugno 2015

The Zero Thorem

 di Terry Gilliam.

con: Christoph Waltz, Mélanie Thierry, Lucas Hedge, David Thewlis, Ben Whishaw, Matt Damon, Tilda Swinton, Peter Stormare.

Fantastico

Usa, Inghilterra, Francia, Romania (2013)














---SPOILERS INSIDE---

Tutto si può dire di Gilliam, ma di sicuro non si può non lodare la sfrontatezza quasi virulenta con la quale persegue ogni suo lavoro; la sua visione, eccentrica, seriosa, dolce, amara, riuscita o meno che sia è sempre lì, sullo schermo ad aspettarci per sorprenderci, deriderci, divertire.
Una visione che negli ultimi anni ha dovuto confrontarsi con tutti i compromessi che un cineasta fieramente indipendente deve subire: naufragi, ingerenze e ristrettezze economiche.
Eppure, come un UFO perso nei cieli, un meteorite imprevisto, una stella cadente, "The Zero Thorem" riesce lo stesso a solcare gli schermi, sia anche solo quelli esteri, per portare al pubblico un'ultima visione; forse non proprio la visione finale di un autore che a 74 anni insegue ancora il sogno di Don Chisciotte; di sicuro una visione "definitiva", che in un certo senso chiude il cerchio di buona parte della sua filmografia.


Qohen Leth (Waltz) è un programmatore ormai anziano, che vive come un recluso in attesa di una misteriosa telefonata; a causa di una presunta malattia, viene assegnato dal direttore della compagnia per la quale lavora (un irriconoscibile Matt Damon) ad un progetto ai limiti dell'irreale: dimostrare il teorema Zero, secondo il quale l'Universo è privo di fondamenti logici ed il suo moto porta solo verso un buco nero.


La riflessione di Gilliam si appoggia su quesiti scottanti: qual'è il senso ultimo dell'esistenza? Esiste davvero o l'intero creato altro non è se non un insieme di fenomeni privi di collegamento alcuno? Sopratutto, è possibile vivere una vita vera senza alcun fine?
Riflessioni che attanagliano il protagonista Qohen, ideale "vecchio comune", uomo giunto vicino alla fine della propria vita e che per la prima volta sente il peso della vita stessa, dell'inutilità dei gesti quotidiani, del lavoro fine a sé stesso, delle relazioni vacue e puramente superficiali dell'etichetta, perennemente in attesa di una fantomatica "telefonata" che sveli il significato di un'esistenza piatta. Qohen è un non-personaggio: adagiato sulla performance sorprendentemente trattenuta di un inedito Christoph Waltz, attraversa il film quasi come uno spettatore, restando perennemente in bilico sulle domande che si pone, senza mai riuscire davvero a trovare un senso in tutto. Non nel suo lavoro, non nella paura della fallacia dell'esistenza, non nella relazione con la bellissima Bainsley (Mélanie Thierry) o con il genio-ragazzaccio Bob (Lucas Hedges).
E con esso anche Gilliam non può che fermarsi a contemplarle nella più totale assenza di risposte.


Il mondo di "The Zero Theorem" altro non è se non una versione riveduta e corretta dell'iperbole grottesca di "Brazil" (1985): un luogo dove la tecnologia ha divorato tutto, i valori sono scomparsi, la religione è una reliquia del passato, dimenticata ed adibita a puro riparo, sostituita dal culto di "Batman il Redentore", geniale sberleffo verso le credenze pop post-scientology; non c'è salvezza nella scienza, ridotta a puro orpello furioso onnipresente: smartphone, computer e videocamere sono ora appendici umani con le quali le persone si connettono al posto dei corpi; il Grande  Fratello è una corporazione che spia il prossimo solo per assicurarsi il lavoro, non più per scopi politici; l'amore non è più la salvezza, ed anzi viene evitato per paura della sua forza. Finanche la fantasia non esiste più: la sua forza è assente, Qohen non sogna, non immagina mondi altri che non siano di Bensley o che non rappresentino le sue angosce.
In tal senso, Qohen è già morto e con esso anche il mondo che abita: la società è un cadavere divorato dai brand, dalle mode, da un'imperante e vuota idiozia collettiva; mentre la coscienza di Qohen non può che essere una malattia senza cura, uno spleen verso il quale nemmeno l'autore può dare una risposta concreta.
L'unica speranza è la sopravvivenza, l'adagio su piccoli piaceri scoperti (la spiaggia) o riscoperti (il cibo); e l'amicizia verso gli altri, verso persone giovani ma già distrutte dal mondo (Bob), per le quali forse non c'è salvezza, ma può sempre esserci empatia.


Alla stregua di Qohen, anche Gilliam non crea, non immagina, si limita a raccontare il personaggio e a metterne in scena il mondo. La sua verve questa volta si raffredda: la causticità di "Brazil" resta relegata a sparuti personaggi e passaggi; tutto in "The Zero Theorem" è serio: la narrazione ha una cadenza quasi funerea, come un drappo nero che cala inesorabilmente sulle fantasie di Gilliam, che sembrano quasi inginocchiarsi dinanzi all'inesorabile assurdità del tutto.
La narrazione spesso ne risente, chiudendosi in sé stessa, quasi rinnegando ogni senso se non quello più immediato, quasi come se Gilliam volesse talvolta far scivolare il tutto verso il teatro dell'assurdo più nero.
La frivolezza, fortunatamente, viene evitata grazie al finale: sebbene le trovate visive e lo stile non siano all'altezza dei migliori esiti del suo cinema, Gilliam riesce a stupire con poco, con il sorriso di un personaggio che alla fine, come il suo autore, decide di prendere il tutto come viene; in un modo forse forzato, sicuramente furbo, ma anche sommamente efficace.


"The Zero Theorem" alla fine non è che un sussulto, un quesito sussurrato da Gilliam verso sé stesso prima ancora che contro lo spettatore; un'opera piccola, che risente del budget ristretto e che nella seconda parte si fa smaccatamente teatrale; a tratti fin troppo timida, ma che riesce nell'intento di dar vita alle paure inconsce di un autore; le stesse paure che dovrebbero attanagliare chiunque riesca ancora a pensare.