mercoledì 27 dicembre 2017

Better Watch Out

di Chris Peckover.

con: Olivia DeJonge, Levi Miller, Ed Oxenbould, Aleks Mikic, Dacre Montgomery, Patrick Warburton, Virginia Madsen.

Thriller

Usa, Australia 2016

















---CONTIENE SPOILER---


Un film come "Mamma ho perso l'Aereo" (o "Home Alone" che dir si voglia) è facile da inquadrare come un perfetto prodotto per famiglie: l'atmosfera natalizia, la simpatia (per i più piccoli e solo per loro) del giovane Macauley Culkin, le gag slapstick iperboliche ed un messaggio a favore dei reietti per rendere contenti anche i più esigenti.
Ma a guardarlo con gli occhi di un adulto, il campione di incassi del duo Chris Columbus-John Hughes non può che lasciare perplessi; dopotutto è pur sempre la storia di un ragazzino che sconfigge a suon di botte un duo di rapinatori incalliti. 
Si tratta, in buona sostanza, della trama di un thriller, declinata come una commedia. E proprio il grosso successo di pubblico fa sorgere un dubbio: perchè si è dovuto aspettare 26 anni per avere un thriller che riprendesse quella trama per declinarla in chiave più seria?
Non che in passato accenni di parodia di "Home Alone" in chiave horror siano mancati; basti pensare al personaggio del bambino pestifero nel cult "Phantasm III", ma tratta pur sempre di una singola sequenza inserita in un film di ben altro tipo.
"Better Watch Out" arriva così nelle sale americane ad Ottobre 2017, ad un anno dalla fine della produzione e quasi in contemporanea con la distribuzione via Netflix de "La Babysitter", thriller con il quale ha molti punti in comune (su tutti, l'attrazione tra un ragazzino alle prese con la pubertà verso la sua attraente babysitter) ed anch'esso volto a ribaltare alcuni luoghi comuni visti e stravisti; ma laddove "La Babysitter" usa un registro comico, "Better Watch Out" ha un tono più serio, benchè talvolta virato verso il grottesco ed il citazionista (non mancano richiami allo "Scream" di Wes Craven"); e senza mai scadere nel ridicolo, con uno script equilibrato ed intelligente, riesce perfettamente a rileggere in chiave disturbante le disavventure di Kevin McCallister e soci.




Il paragone con "Home Alone" è palese sin dalla tag-line per la promozione, che recita: "You might be home but you're not alone", ma la ripresa del modello copre in realtà solo metà film.
La trama è praticamente quella di "La Babysitter": il dodicenne Luke (Levi Miller, che aveva interpretato il Fauno di Pelli Vestito nell'orrendo "Pan") ha seri disturbi del comportamento, quali la necessità di un utero sintetico per dormire, il sonnambulismo e sopratutto un'attrazione irrefrenabile per la sua bambinaia, la bella neo-diciottenne Ashley (Olivia DeJonge); sotto le feste natalizie, durante una serata passata con l'amico di sempre Garrett (Ed Oxenbould, che interpretava "The Visit" proprio al fianco della De Jonge), i tre vengono presi in ostaggio da un misterioso rapinatore armato di fucile. Ma forse non tutto è come sembra.




Diviso letteralmente in due parti distinte, "Better Watch Out" parte come il più classico degli home invasion, dove suspanse e jaump-scare si amalgamano a dovere, senza che questi ultimi prendano il sopravvento; e quando arrivano, centrano il bersaglio quasi sempre.
Ma a metà film tutto cambia e la storia piega di 180 gradi. Perchè Lucas non è un semplice giovane adolescente con irrisolti problemi materni, ma uno psicopatico vero e proprio, un killer in piena pubertà che prova più empatia verso i ragni che nei confronti delle persone.
L'home invasion lascia così spazio ad una sorta di "Funny Games" natalizio, dove Lucas si diverte a torturare sia fisicamente che psicologicamente l'oggetto del suo amore deviato.




Ed è qui che arriva il riferimento più diretto ad "Home Alone": il famoso sketch dei secchi di vernice lanciati in faccia a Joe Pesci e Daniel Stern viene rifatto in modo disturbante, con una testa che esplode fuori scena, raggiungendo un'inusitata vetta di shock.
I ruoli si ribaltano, Ashley, da personaggio attivo, rimane legata ad una sedia fino alla fine, mentre gli adulti, gli ex fidanzati della ragazza, da ostacoli divengono pura carne da macello, idioti la cui prestanza fisica è del tutto inutile contro la malignità del piccolo serial killer.
Man mano che la durata procede, il tono si fa sempre più cupo e crudo: non c'è speranza per nessuna delle vittime ed il carnefice riesce sempre a sventare i loro piani di fuga, con una dovizia maniacale per i singoli dettagli. Fatto salvo l'epilogo, per tutta la seconda parte Lucas è un villain perfettamente odioso, meticoloso calcolatore e bestia feroce nell'esecuzione degli assassinii, maschera davvero memorabile.




Tanto che l'unica vera pecca di "Better Watch Out" finisce per essere la semplicità nell'esecuzione delle scene di suspanse e gore; tolta la rielaborazione dello sketch di "Home Alone", nulla di innovativo viene presentato, anche laddove uno script intelligente ben avrebbe potuto avere più inventiva. Ma anche così, resta una pellicola spiazzante e divertente.

domenica 24 dicembre 2017

La Vita è Meravigliosa

It's a Wonderful Life

di Frank Capra.

con: James Stewart, Donna Reed, Lionel Barrymore, Thomas Mitchell, Henry Travers, Beluah Bondi.

Commedia/Fantastico

Usa 1946















Cosa trasforma un film in un classico? Sicuramente la passione che il pubblico dimostra nei suoi confronti. Ma questa passione come fa a sedimentarsi, a trasformare un film da semplice oggetto di culto a pellicola impressa nella memoria collettiva?
Una risposta può essere trovata nella tempistica. E "La Vita è Meravigliosa" è il perfetto esempio di flop divenuto uno dei film più amati in America, nonchè capolavoro riconosciuto anche dalla critica.
Alla sua uscita, il classico diretto dal sempreverde Frank Capra fu massacrato dalla critica ed ignorato dal pubblico; un duro colpo per il regista italoamericano, la cui carriera non si riprenderà mai più: da creatore di successi le cui nuove pellicole erano un vero e proprio evento, divenne un semplice artigiano le cui opere non avrebbero più smosso le folle.




Situazione che per fortuna non sarebbe durata più di tanto: a partire dal 1974, un errore nel rinnovo del copyright ha reso il film di pubblico dominio, così da permettere alle emittenti locali americane di trasmetterla senza dove pagare alcun diritto di distribuzione; cosicchè ogni Natale, alla Vigilia, in praticamente tutti gli Stati Uniti il film si trovava trasmesso "in syndacation", raggiungendo ogni angolo del paese; il pubblico, composto ora dai figli chi lo aveva fischiato in sala, lo riscoprì e, grazie allo stile unico di Capra che lo caratterizza, divenne immediatamente IL film per le feste natalizie, tanto da essere trasmesso ogni Natale anche dalle emittenti nazionali.




Amore dovuto alle tematiche messe al centro della narrazione, ossia l'importanza della figura paterna, la famiglia vista come nucleo essenziale per l'individuo ed i rapporti interpersonali come legame essenziale per lo sviluppo della persona; tutte tematiche buoniste, che Capra, come sempre, riesce a declinare senza far scadere il tutto nel solito apologo smielato sui buoni sentimenti. Senza contare come lo spunto iniziale sia divenuto un vero e proprio luogo comune ripreso in decine e decine tra film, telefilm, fumetti e qualsiasi altro medium possibile.




Perchè la storia di George Bailey forse era archetipica già in sè stessa: uomo dall'indole altruista, che rinuncia ad ogni felicità per il bene del proprio borgo natio di Bedford, in opposizione all'avido speculatore Harry Potter (nome anch'esso divenuto d'uso comune, ma per ben altri motivi), sorta di moderno Scrooge privo di ogni forma di redenzione.
George, che buca lo schermo grazie alla perfomance energica del sempre ottimo James Stewart, è un magnanimo, si, ma che cova in sè un sottile rancore, dovuto al fatto di non essere mai riuscito a coronare il suo sogno di divenire architetto di fama e girare il mondo. Rancore che sfocia in rabbia alla Vigilia, quando lo zio e socio perde la somma di otto mila dollari (all'epoca vero e proprio capitale) per un futile errore; ed è qui che giunge il colpo di genio: salvato dall'angelo Clarence, a George viene mostrato come sarebbe stata Bedford se lui non fosse mai esistito.




La ragnatela di relazioni intessute sin dall'infanzia arriva a cambiare in meglio i destini di ciascuno degli abitanti; George è responsabile della felicità altrui, sia direttamente che indirettamente, per di più anche grazie al suo spirito di abnegazione che lo porta ad aiutare anche a proprie spese materiali i suoi concittadini, come quando salva i risparmiatori dal crack del '29. Abnegazione che diviene pura bontà quando arriva a rifiutare l'ingaggio da parte dell'odiato Potter, il che lo rende un idealista totale, certamente naif per gli standard odierni, ma al contempo la perfetta incarnazione di quei valori umani che Frank Capra ha da sempre eretto a bandiera del proprio cinema.
Da qui la visione di una realtà alternativa governata invece dal caos, dove Bedford finisce nelle mani di Potter per divenire la città del vizio ed i destini salvati da George (il fratello Harry, il suo primo datore di lavoro, la bella Violet) disintegrati a causa della mancanza di amore e solidarietà.





La comunione spirituale, sia all'interno del nucleo familiare che nel macronucleo della comunità cittadina diviene un imperativo morale; tanto che alla fine, per salvare il loro salvatore, gli abitanti di Badford dimostrano tutta la loro benevolenza con una colletta per toglierlo dai guai con il fisco, il tutto durante una Vigilia in cui George recupera tutto, dall'unione familiare allo spirito d'appartenenza, passando ovviamente per la gioia di vivere.
E Capra sa perfettamente come dosare dramma, humor e buoni sentimenti; nonostante un assunto talmente buonista da arrivare persino ad elidere lo scontro tra il buono e la propria nemesi, la narrazione non risulta mai forzata, il tono mai zuccherosa o ruffiana.




Un equilibrio perfetto, un'alchimia unica, dovuta forse alla peculiare costruzione della storia; per quasi due ore di film assistiamo a tutta la vita di George, il quale messo alle strette, risponde urlando e piangendo, soffrendo come un vero essere umano, lontano da ogni idealizzazione; tanto che sia la sua bontà, sia lo sfogo di rabbia divengono naturali e coerenti con il personaggio e non vi sono mai forzature di sorta nello sviluppo degli eventi. A differenza di quanto farà Spielberg, Capra sa come rendere credibile un personaggio che riscopre l'importanza del focolare casalingo e che soffre quando questo viene disintegrato; questo perchè George è un personaggio a tutto tondo: un "buono" afflitto dal rancore, un idealista ferito, un uomo costretto dagli eventi ad intraprendere determinate strade per rinunciare a tutto a favore dei propri concittadini.




Ed è per questo che "La Vita è Meravigliosa" merita davvero il suo status di classico e, prima ancora, di perfetta pellicola sui buoni sentimenti, giacchè mai scontata o ricattatoria; una visione perfetta per il Natale (magari alternandolo con l'acidissimo eppur equamente profondo "Babbo Bastardo") che anche in Italia merita di essere apprezzato. Sopratutto laddove si tenga conto di come il film per le feste qui sia "Una Poltrona per Due", altro classico della commedia, ma di certo non il miglior esempio di film sulla famiglia ed i buoni sentimenti natalizi.

sabato 23 dicembre 2017

La Ruota delle Meraviglie

Wonder Wheel

di Woody Allen.

con: Kate Winslet, Justin Timberlake, James Belushi, Juno Temple, Jack Gore, Max Casella, Tony Sirico, Steve Schirripa.

Drammatico

Usa 2017















Dirigere un film all'anno è una cattiva abitudine che Allen ha avuto per tutta la sua carriera, con la conseguenza di avere una filmografia a dir poco altalenante, nella quale, sopratutto negli ultimi dieci/quindici anni, si alternano prove irresistibili ad altre decisamente dimenticabili.
In un'ideale via di mezzo si pone "Wonder Wheel", ultima fatica con cui il grande autore newyorkese si trasferisce a Coney Island per un dramma in costume. Un film che vive di contrasti, che riflette sulla struttura stessa del dramma e porta in scena un pugno di personaggi archetipici interpretati da un grande cast, sprecati però in una storia ovvia.




Contrasti che animano ogni singolo aspetto della narrazione e della messa in scena. Il contrasto tra una storia cupa ed una fotografia dai colori sgargianti, tra un'impostazione di scrittura tipicamente teatrale ed uno stile visivo smaccatamente filmico e tra personaggi che sono tra loro opposti e complementari.
La collaborazione con Vittorio Storaro si rivela vincente: la fotografia dinamica gioca anch'essa sui contrasti di colore (al solito i due opposti: ciano e magenta) e sulla monocromia dalle tonalità caldissime, per ricreare un clima di pace ed allegria tipico del periodo (la fine degli anni '50) che si scontra con la storia di tradimenti e gelosie.




Ancora di più, Allen imposta lo script come un dramma classico, reminiscente del teatro greco come in "Interiors"; solo per poi andare al di là della storia ed usare i personaggi come specchio metareferenziale di sè stessi. Ecco dunque il terzo incomodo Mickey (Timberlake), studente di drammaturgia, disquisire con la protagonista Ginny (Winslet), ex aspirante attrice caduta in disgrazia, disquisire sulla struttura del dramma, sulla forza del caso o del destino in tragedie apparentemente causate dall'uomo.
Cast di personaggi impersonati da un pugno di attori che, come sempre nei film di Woody Allen, sono tutti magistralmente in parte; è pleonastico lodare la performance della Winslet, che buca lo schermo sia quando va sopra le righe, sia quando usa uno stile più asciutto; pleonastico perchè è solo la punta di diamante di un'ensamble brillante, dove forse la vera sorpresa, per espressività ed incisività, è Jim Belushi, che quest'anno, tra questo exploit e quello visto in "Twin Peaks" ha davvero dimostrato un talento fin troppo a lungo sopito.




Cast messo al servizio di personaggi talmente archetipici da sfondare nel luogo comune; troppo ovvia la storia di gelosia tra una donna matura ed una più giovane, basata sull'attrazione di un giovane e bello intellettuale ed ex soldato contro la vita magra vissuta al fianco di un sottoproletario ignorante ed incapace di comprendere le necessità e le passioni della partner; intreccio talmente trito da divenire subito prevedibile. Più interessante, nella storia ed a discapito dei protagonisti, come sovente accade nei film meno riusciti di Allen, è la figura del piccolo Richie, bambino che si trova in mezzo al fuoco incrociato dei difetti degli adulti, che sfoga la sua frustrazione nella piromania; peccato che sia rilegato sullo sfondo degli eventi, vanificandone la carica drammaturgica.




Decisamente meglio riuscita è la riflessione sui meccanismi del dramma che viene inscritta nella vicenda. Ginny è un'attrice, Mickey un drammaturgo; al di là dei dialoghi, al solito fantastici e mai didascalici, sui loro ruoli, a convincere è il loro comportamento, con Ginny che nel climax diviene femme fatale dopo essere stata la donna fragile e demotivata e, ancora più, arriva ad interpretare lo stesso ruolo in un gioco di specchi volto a rivelare la fallacia dell'archetipo nella vita reale, in una storia che sia più ancorata alla realtà rispetto alla stilizzazione drammatica. Al punto che il finale, amarissimo, evita la tragedia vera e propria, la lascia fuori campo, per concentrarsi sulle conseguenze materiali ed emotive che questa provoca, per restare ancora più vicino ai personaggi che alla mera vicenda.
Stilisticamente, Allen contrappone alla scrittura una costruzione della scena dinamica, con la macchina da presa perennemente in movimento, che segue i personaggi, si avvicina ai loro volti, ne anticipa i movimenti all'interno di inquadrature plastiche, smantellando la costruzione teatrale dello script sul piano strettamente visivo.




"Wonder Wheel" è una riflessione interessante sul dramma, ma al contempo una storia ovvia, una pellicola al solito per Allen elegantissima ed interpretata in modo impeccabile, ma sin troppo prevedibile, non regalando mai vere sorprese; un'esercizio di stile riuscito, ma un pò sterile.

mercoledì 20 dicembre 2017

Babbo Bastardo 2

Bad Santa 2

di Mark Waters.

con: Billy Bob Thornton, Kathy Bates, Tony Cox, Christina Hendricks, Brett Kelly, Ryan Hansen, Jenny Zingaro.

Commedia Nera

Usa 2016















---CONTIENE SPOILER---

L'idea di un sequel di "Babbo Bastardo" pare sia venuta in mente ai fratelli Coen già all'indomani della sua uscita; peccato che per la sua entrata in produzione effettiva siano dovuti trascorrere ben 11 anni, più un'altro paio per l'uscita in sala; il famoso "developement hell" che molte produzioni americane ha distrutto non ha risparmiato certo la seconda avventura dello sboccato Santa Clause di Billy Bob Thornton, sopratutto a causa della defezione di tutto il cast artistico, rimpiazzato da un pugno di mestieranti a buon mercato; ed il risultato è scontato: "Babbo Bastardo 2" oltre ad essere un seguito uscito fuori tempo massimo è anche una commedia fin troppo convenzionale, che non aggiunge nulla a quanto detto o fatto dal primo film, risultando del tutto inutile e fin troppo poco divertente.




Tredici anni dopo essersi ritrovato ferito davanti la casa del suo figliolo, Willie è di nuovo al punto di partenza, a vomitare nel vicolo in cui si trovava all'inizio del primo film. La sua vita è di nuovo un casino, ma, durante l'ennesimo tentativo di suicidio, qualcosa accade: Thurman, ormai diciottenne, gli comunica come il suo ex collega Marcus (Tony Cox) lo voglia ingaggiare per un nuovo colpo a Chicago. Pur riluttante, Willie accetta e, giunto sul posto, scopre come il mandante e terzo socio altri non sia che sua madre (Kathy Bates).




Non c'è evoluzione del personaggio, questa volta; se "Babbo Bastardo" era la storia di un bastardo (appunto) che si riscatta tramite la costruzione di un nucleo familiare, il suo seguito è una copia carbone del primo, che cambia toni e personaggi lasciando praticamente inalterato il loro ruolo.
New entry è la figura materna Sunny, che la sempre ottima Kathy Bates interpreta con brio; ma non si capisce come mai gli sceneggiatori abbiano deciso di optare per lei piuttosto che per una figura paterna, originale o surrogata che fosse, visto l'importanza che aveva nel primo film; di certo non per declinare la storia in chiave materna, nè per creare un apologo differente sulla famiglia; tant'è che alla fine, nonostante la riconciliazione iniziale, Willie si trova da lei tradito e, ancora come nel primo film, con una pallottola in corpo ed una nuova famiglia, il cui legame è più saldo di quello sanguigno. A cambiare è quindi giusto la presenza di un villain ed il suo sesso. E il rapporto materno, le sue problematiche, l'affetto reciproco che sussiste nonostante gli anni e le fregature, sono tutti argomenti che tirati in ballo, finiscono prontamente gettati alle ortiche, senza trovare mai una risoluzione che sia una, al di là del finale-fotocopia.



Sarebbe quindi lecito aspettarsi un lavoro migliore sugli altri personaggi, in particolare il nuovo "interesse sessuale" che ha fatto della carità un mestiere; peccato che il personaggio di Diane, interpretato dalla sempre bellissima Christina Hendricks, sia poco più di un clone del personaggio di Lauren Graham e non abbia praticamente peso alcuno nella storia, tanto che sembra esistere solo per il piacere dello spettatore.
Anche l'umorismo è di grana grossa; il cattivo gusto, sempre evitato nel primo film, qui giunge sovente, sopratutto nella gag sui titoli di coda, che poteva tranquillamente essere risparmiata. Ma anche andando al di là della volgarità inutile, il più delle volte gag e battute cadono a vuoto, non divertono, tanto meno graffiano.
In generale è sempre percepibile l'incapacità degli autori di fare qualcosa con i personaggi, di far di loro qualcosa di nuovo o anche solo di intelligente; ecco perchè finiscono per ricalcare quanto fatto da gente decisamente più talentuosa.; ma si sa che giocare sul sicuro non sempre paga e di conseguenza la visione è perennemente blanda.




L'unico vero pregio di questo "Babbo Bastardo 2" sta nel fatto che, anche al netto dell'umorismo volgare e delle pochissime risate, riesce a non scadere mai nel tedioso o nel fastidioso; non si ha mai quella sensazione di essere presi in giro, nè si è davvero disturbati dalla pochezza del tutto, come invece sovente accade in molte mediocri commedie a stelle e strisce; e forse il merito è tutto del cast, che, pur avendo davvero poco con cui lavorare, si impegna lo stesso ai massimi livelli, garantendo il minimo sindacale di piacere dalla visione, sia per lo spettatore casuale che per quello più più esigente.

lunedì 18 dicembre 2017

Nouvelle Vague

di Jean-Luc Godard.

con: Alain Delon, Domiziana Giordano, Jacques Dacqumine, Christophe Odent, Roland Amstutz, Joe Sheridan.

Francia 1990




















Nel più puro stile godardinao, la debacle di "Re Lear" è al contempo incidente di percorso e prima tappa di un nuovo corso della sua riflessione, che si farà presto più chiusa in sè, più criptica, più genuinamente "pesante"; un cinema d'autore che diverrà alienante ed ostico, ossia quanto di peggio possa esserci per pellicole del genere.
Ma nel 1990, con "Nouvelle Vague", Godard crea un'opera, si, ostica, ma anche decisamente riuscita, una vera e propria isola all'interno di uno strambo mare; con un titolo che richiama la propria azione, è un film complesso, fatto di tutto e di niente, di opposti talvolta inconciliabili, talvolta complementari, di estremi e doppi.




La Nouvelle Vague è distruzione e rigenerazione, "Nouvelle Vague" è la storia di un doppio, anzi di due; in primis il Cinema e, con esso, l'arte e la filosofia, doppi tra di loro e doppioni della vita, che cercano di ritrarre, analizzare, contestualizzare fino a trovarne (invano) un senso; in secundis, il doppio personaggio di Alain Delon, chiamato "Lennox", una delle infinite citazioni cosparse in ogni singolo fotogramma. Personaggio senza passato, che la Contessa (Domiziana Giordano) incontra per caso e decide di tenere con sè; una persona, lui, passiva, di estrazione popolare, perennemente accigliata, sino alla sua morte, o meglio alla sua uccisione da parte di quella volitiva creatura che lo ha letteralmente concupito.
Da qui, Lennox rinasce: un suo gemello spunta dal nulla, si insinua nella casa che lo aveva ospitato e la conquista; un doppio opposto al primo: un carnefice industrial-borghese, amante volitivo e dall'indole impervia.




Lennox come il cinema: il cinema dei padri, ormai moribondo, quello dei Giovani Turchi, vivace e compiaciuto.
O forse no. Forse Godard non vuole narrare una metafora sul cinema. Le parole che aprono il film sono "Volevo solo fare un racconto [...]", confessione della sua incapacità di narrare qualcosa in modo diretto. Da qui la necessità dell'uso di uno stile anticonformista ed erudito, ossia quello stile personale che già a partire dal 1960 ha ridefinito la grammatica filmica; stile che qui si sostanzia in un montaggio spezzato e frammentato, nei ritrovati movimenti di macchina fluidi e nell'uso massiccio di dialoghi estrapolati da opere letterarie e filosofiche. Il numero degli autori ripresi è impressionante, sia per quantità che per eterogeneità: Hammett, Newton, Mallarmet, Paolo Conte, Luis Bunel, Dante, la Bibbia, Marx, Dostojewskij, Schiller... impossibile individuarli tutti; ogni linea di dialogo, o quasi, è forma metatestuale che viene incardinata all'interno della narrazione per farsi, nuovamente, metanarrazione, nel senso di una narrazione aliena dal contesto delle immagini, eppure in essa immersa, ovverosia un altro doppio.




Marasma stilistico nel quale Godard declina le sue passioni ed i suoi assilli, dal rapporto di coppia al cinema, dall'arte alla grammatica, passando per la politica, quelle macerie del '68 che porta in scena con distacco un pò polemico, in conformità al passato.
E tra le fredde pieghe delle sue elucubrazioni, il grande artista omaggia anche Tarkovskj, con un occhio posato su di una natura mai così bella, in immagini liriche di un mondo esterno ed estraneo ai conflitti interiori ed esteriori dell'uomo, pronto a ricordare allo spettatore ed allo stesso autore come la bellezza prosperi a prescindere da tutto e tutti.




Compiaciuto, ma bello, criptico ma riuscito, "Nouvelle Vague" è un maelstrom totalizzante ed annichilente, un flusso di coscienza privo di margini che trascina senza mai cadere a vuoto, prova di come Godard, per quanto fermo sulle sue posizioni e benchè lontano dai fati del passato, abbia ancora qualcosa da dire, sapendo anche perfettamente come.

venerdì 15 dicembre 2017

Star Wars- Gli Ultimi Jedi

Star Wars: The Last Jedi

di Rian Johnson.

con: Daisy Ridley, Mark Hamill, Adam Driver, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Carrie Fisher, Domnhall Gleeson, Kelly Marie Tran, Benicio Del Toro, Laura Dern, Lupita Nyong'O.

Fantastico/Avventura

Usa 2017













L'offerta dei "cinepanettoni" Disney si è moltiplicata a dismisura a seguito dell'acquisizione dei Marvel Studios e della Lucasfilm. Ogni anno, a dicembre, puntuale come la slitta di Babbo Natale, arriva nelle sale un nuovo capitolo della saga degli Skywalker & Co. che come uno juggernaut impazzito travolge il box office mondiale, facendo strage di record. Ed è ironico come, proprio in questi giorni, il colosso di Topolino sia riuscito ad acquisire la divisione multimediale di quella stessa 20th Century Fox alla quale cinque anni fa ha soffiato il brand di Lucas, moltiplicando le sue propietà intellettuali a dismisura.
Fatto sta che la rigenerazione della saga di "Star Wars" ha fino ad ora generato due nuovi capitoli tutto sommato interessanti: lo pseudo remake "Il Risveglio della Forza", che pur con tutti i difetti insiti in un'operazione di rebooting fatta per motivi smaccatamente speculativi, ha avuto almeno il pregio di presentare dei personaggi sfaccettati ed interessanti; ed il ruvido "Rogue One", il più singolare tra tutti i film del franchise.
Le aspettative per "Gli Ultimi Jedi" erano quindi alle stelle; anche perchè, al di là degli exploit dei due anni passati, è questo il secondo capitolo della terza trilogia ufficiale, ossia la controparte moderna di quel "L'Impero Colpisce Ancora" che resta il miglior film della saga. Paragone ed aspettativa che vengono ripagate solo in parte.



Perchè "Gli Ultimi Jedi" è un film letteralmente spaccato in due metà contrapposte, quasi come i due lati della Forza che decanta, dove ad un primo tempo più leggero e meno controllato si oppone un secondo più serio, cupo e riuscito.
Rian Johnson porta in scena uno script steso tutto di suo pugno e le conseguenze sono avvertibili. L'umorismo sparso a piene mani in tutta la prima metà del film è spesso goffo ed avvicina sovente la visione a quella di una parodia involontaria; non si può che restare basiti dinanzi alla prima scena in cui Poe Dameron spara una supercazzola contro Hux o a Luke che distrugge la poesia dell'epilogo del precedente film gettando via la spada laser, o, ancora, quando si diverte a punzecchiare Rey durante l'addestramento Jedi; sembra quasi di vedere una sorta di nuovo capitolo dello "Spaceballs" di Mel Brooks piuttosto che quello della saga creata da Lucas.



Come accadeva con "Il Risveglio della Forza", anche "Gli Ultimi Jedi" è intriso di rimandi al passato, questa volta a "L'Impero", come era ovvio attendersi, ma anche a "Il Ritorno dello Jedi". Come nel secondo capitolo originario, il film si apre con i ribelli scacciati da un porto sicuro e si struttura con un alternanza tra un assedio (al posto dell'inseguimento del Millennium Falcon) e l'addestramento Jedi. Il cuore del film giace sul conflitto tra Rey e Kylo Ren e la possibilità di redimere quest'ultimo, con Luke che, come Obi-Wan, al contrario vorrebbe solo distruggere il Sith, come accadeva con Darth Vader; il confronto con il supremo leader Snoke è del tutto simile a quello visto con Palpatine, mentre la battaglia finale richiama in parte quella di Hoth.
Fortunatamente, Johnson non è J.J. Abrams e sa perfettamente di non potersi affidare alla sola nostalgia e ad un registro metatestuale per creare una storia: i richiami sono solo tali, il film vive di un suo stile, sia estetico narrativo, che gli concede una sua anima.




Per quanto l'umorismo non funzioni, Johnson riesce tuttavia a sviluppare a dovere il lascito di Abrams, portandolo ad un livello successivo. Cuore del film è la dicotomia bene/male, che qui si comincia a questionare; non esistono solo un lato chiaro ed un lato oscuro, ma diverse sfumature negli animi e nelle azioni dei personaggi, siano essi i Jedi, in primis Kylo Ren, che qui diviene ancora più sfaccettato persino quando agisce come supremo villain, in secondo luogo tutti gli altri personaggi, qui chiamati a confrontarsi con i propri limiti e l'impossibilità di discernere il giusto dallo sbagliato. Tematica che viene incarnata perfettamente dal personaggio di Benicio Del Toro, il "mastro di codici" agghindato come Jotaro Kujo, il quale ricorda a Finn ed allo spettatore come in guerra non ci siano davvero buoni o cattivi e come ad ogni massacro perpetrato dal Primo Ordine ne segue per forza di cose uno fatto dalla Resistenza.
A contrapporsi alla "zona grigia" c'è la scintilla della speranza, richiamata fin troppo nei dialoghi; la speranza di un nuovo inizio affidato ad una nuova generazione che sia in grado di raccogliere quanto di buono fatto dai propri idoli e maestri ("Siamo il terreno su cui cresceranno") che riportare la luce nel mondo o, al contrario, superare le divisioni per ritrovare un'armonia totale.




Benchè non riesca a controllare l'umorismo, Johnson, in compenso, dimostra un senso dell'inquadratura incredibile, di stampo squisitamente pittorico (anche se spesso limitato al singolo fotogramma piuttosto che alla composizione dell'immagine in movimento); davvero magnifiche le immagini dell'isola degli Jedi o del confronto finale, così come la scena di lotta tra Rey, Kylo e le guardie rosse; da un punto di vista estetico, "Gli Ultimi Jedi" è forse la miglior incarnazione di tutto l'universo lucasiano, di sicuro il migliore dell'era Disney.




Ed al netto dei suoi difetti, si configura come una pellicola di intrattenimento divertente ed a tratti altamente coinvolgente; imperfetto, ma di sicuro appeal, l'ottavo (nono contando "Rogue One") capitolo di "Star Wars" merita davvero di essere amato persino dai fan più ortodossi ed intransigenti.

martedì 12 dicembre 2017

Babbo Bastardo

Bad Santa

di Terry Zwigoff.

con: Billy Bob Thornton, Tony Cox, Lauren Graham, Bernie Mac, Brett Kelly, John Ritter, Lauren Tom.

Commedia Nera

Usa, Germania 2003
















Se la si dovesse rivolgere ad uno spettatore americano, la risposta alla domanda "Qual'è il significato del Natale?" sarebbe un blando "Volersi bene", ossia una frase figlia di una mentalità che non tiene minimamente conto delle radici religiose della celebrazione; il che è un paradosso puro se si pensa a quanto fossero stringenti le regole del Cristianesimo di stampo puritano che tanto hanno influito sulla cultura a stelle e strisce.
Ma si sa che le esigenze del dio denaro sono ben più forti di quello del Dio cristiano, quindi meglio laicizzare una festa sacra per poterla meglio rivendere ad una fetta di consumatori ben più eterogenea dei soli credenti, sostituendo la figura del Cristo con quella di Santa Clause (il che rende la visione di un film quale "Silent Night, Deadly Night" quasi obbligatoria).
Al cinema, l'opera di "secolarizzazione" delle festività natalizie ha prodotto un'infinita serie di pellicole zuccherose e molto spesso mal riuscite o, peggio, film reazionari stile "Kirk Cameron's Saving Christmas", che vorrebbero essere apologhi sui buoni sentimenti, avendo però la profondità di una lettura per prescolari (una delle poche e rare eccezioni è data dal classico tra i classici "La Vita è Meravigliosa"). Concetti come l'amore, il perdono, la famiglia e la redenzione vengono sovente declinati in modo superficiale ed ovvio, con la conseguenza che nessun adulto potrebbe davvero prenderle sul serio.
E poi arrivano i fratelli Coen, che cristiani non sono, anzi sono orgogliosamente ebrei e delle celebrazioni natalizie, in teoria, non potrebbe fregar loro di meno. Salvo che il loro spunto per "Babbo Bastardo" è qualcosa di sottilmente ed incredibilmente umano e cristiano, pur sepolto sotto una coltre di cattiveria.
Il relativo film, poi sviluppato da Glenn Ficarra e John Requa (poi autori di "I Love You Philip Morris" e "Focus") e diretto da Terry Zwigoff, non è solo un'irresistibile commedia nera rigorosamente per adulti, riuscita e con pochissime sbavature, ma anche un apologo dall'umanità pulsante, che riesce a convincere senza scadere nel melenso, neanche quando porta in scena un happy ending. Merito di uno script coraggioso e di un cast affiatatissimo.




Cast capitanato da un Billy Bob Thornton al solito camaleontico e perfetto; il suo Willie è un Santa Clause sfatto, perennemente sbronzo ed arrapato, sboccato e che sbarca il lunario con il furto; un personaggio lontano anni luce da qualsiasi smielato Babbo Natale che si sia visto al cinema, ma la cui bassezza è giustificata dall'essere cresciuto in una famiglia di white trash dal quale ha ereditato il peggio.




Intorno a lui, un ensamble di personaggi irresistibile, un cast di "ultimi" il cui confronto con il protagonista è essenziale per la sua crescita; primo il socio Marcus (Tony Cox), "little person" che lo tira sempre fuori dai guai e voce della ragione, ma perso nel gretto materialismo, anche a causa della sua orrenda ragazza.
La bellissima barista Sue (Lauren Graham), che ha il feticismo sessuale per le celebrazioni, la quale nasconde un'indole materna fortissima e che diviene compagna ideale.
Ed ovviamente il ragazzino (Brett Kelly), "moccioso" probabilmente autistico, che vede in Willie quella figura paterna che tanto gli manca; una sorta di "putto vivente", con il suo volto rotondo ed i riccioli biondi, la cui ingenuità nasconde una carica amorosa contagiosa, resa ancora più tagliente a causa della sua estrema bontà. Nel rapporto con questo "sfigato", Willie trova per la prima volta quell'umanità che pensava aliena.




Alla caterva di insulti che gli vengono vomitati addosso, il ragazzo risponde sempre con l'amore, il che sgretola, a poco a poco, la scorza fatta di alcool e gusto per il sesso anale di Willie; quello che nasce come un rapporto basato sull'appropriazione indebita, diviene una forma di simbiosi che permette ad entrambi di maturare; il ragazzo impara dal Babbo erotomane a difendersi, ad essere uomo, unica lezione che un figlio della strada potrebbe insegnargli; mentre il ragazzo insegna a Willie ad essere un vero babbo.
Come in molto cinema di Marco ferreri, la paternità è in "Babbo Bastardo" lo strumento atto a dare dignità alla persona; tant'è che quando Willie picchia i bulli che perseguitano il suo giovane amico, ossia compiendo un atto tipicamente paterno, per la prima volta si ritrova ad avere uno scopo: quella vita vissuta alla giornata, saltando da una donna prosperosa all'altra ed ammucchiando bottiglie su bottiglie, diviene una vera vita, una serie di esperienze messe al servizio di qualcun'altro, piuttosto che per l'appagamento dei soli bassi istinti. Tanto che nel finale, quella corsa verso l'amato figlio è una fuga da una condotta che lo porta solo a guadagnare sei pallottole in corpo.
E quando arriva il fatidico 24 dicembre e la famiglia composta da un Babbo Natale alcolizzato, una "sorella di Mamma Natale" supersexy ed un bambino "speciale" in tutti i sensi addobbano la casa, per la prima volta quelle decorazioni non sembrano superflue, quelle celebrazioni non forzate, ma il giusto addobbo per un cammino di riscoperta del valore familiare e, con esso, della redenzione per una vita di vizi.




L'umorismo, anche al di là delle battute, scaturisce dall'immergere un personaggio letteralmente degenere in un contesto forzatamente buonista. Impagabile è la visione di questo Santa sbronzo ed erotomane sputa insulti gratuiti sui figli del consumismo ed i fanatici del politicamente corretto, sui genitori ossessionati dai festoni e dalle lanterne di Natale e sulle mamme pronte a "scassargliele" anche quando è in pausa pranzo.
Zwigoff si affida totalmente allo script ed agli attori, limitandosi a fare uso di scelte musicali inusuali ed azzeccate (musica classica contrapposta a canzoni natalizia) per sottolineare le scene; imprime un ritmo forse fin troppo lento alla narrazione, ma che consente agli attori di brillare ancora di più.




E la storia di Willie e la sua strampalata famiglia acquisita diviene incarnazione sboccata e lurida del vero spirito natalizio, ossia dei concetti di perdono e pentimento cristiani; un perfetto film per le feste, dove gli adulti possono finalmente divertirsi con un film a tema natalizio di un'umanità genuina anche se al vetriolo.





EXTRA


Ultimo film interpretato dal caratterista John Ritter, il "papà d'America", al cui ricordo la pellicola viene dedicata.



Comparso in oltre 130 film tra cinema e televisione, Ritter salì alla ribalta alla fine degli anni '70 con la celebre sit-com "Tre Cuori in Affitto"; con il suo volto da brav'uomo e quell'indole da buon padre di famiglia, ha interpretato quasi sempre il papà in commedie brillanti o drammi televisivi, apparendo però anche nella miniserie tratta da "It" nei panni di Ben da adulto ed in un episodio di "Buffy l'Ammazzavampiri" in quelli di un patrigno ossessionato dalla disciplina.

sabato 9 dicembre 2017

Detroit

di Kathryn Bigelow.

con: John Boyega, Will Poulter, Anthony Mackie, Algee Smith, Jack Reynor, Kaitlyn Dever, Hannah Murray, Austin Hèbert.

Drammatico/Storico

Usa 2017

















Il 23 Luglio 1967, la polizia di Detroit irrompe nel Blind Pig, locale del West Side frequentato per lo più da afroamericani, e con la scusa della mancanza di licenza da parte del gestore cominciano una serie di arresti ingiustificati ai danni degli avventori. Irruzione che presto degenera in un violento scontro con la popolazione locale; violenza genera violenza e quella che era partita come una piccola rivolta contro una retata si trasforma, nel giro di poche ore, nella più sanguinosa sommossa avutasi su suolo statunitense nel XX secolo: 5 giorni di scontri tra la polizia e gli abitanti del quartiere, 48 morti, quasi 1.200 feriti e circa 2.000 edifici dati alle fiamme; situazione sedata solo grazie all'intervento dell'esercito, mobilitato direttamente dalla Casa Bianca, laddove persino l'azione della Guardia Nazionale si era rivelata inefficace.
Cinquant'anni dopo, l'America di Trump è uguale e diversa da quella di Lyndon Johnson: la politica di chiusura, culminata in vere e proprie leggi razziali, si contrappone ad una visione popolare costantemente impaurita da minacce di accuse di razzismo o sessismo, che fa dell'inclusivismo spicciolo e del politicamente corretto un tanto al chilo la propria bandiera, per pura paranoia piuttosto che per vero principio solidale.
La riscoperta di un passato così lontano e al contempo così vicino sembra quasi d'obbligo, vuoi per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema della segregazione razziale, vuoi per far spalancare gli occhi ai finto-progressisti su cosa essa fosse davvero. Compito affidato a Kathryn Bigelow ed al suo sceneggiatore di fiducia, il marito Mark Boal. Coppia che aveva già portato su schermo gli orrori del disordine da stress post traumatico con "The Hurt Locker" e ricostruito la cattura del diavolo antiamericano Bin Laden in "Zero Dark Thirty"; e che ora, per la prima volta, si confronta con il lascito della storia ed il problema dei diritti civili.




Nel contesto odierno fatto di sorrisi ipocriti e falsi moralismi, ben si potrebbe etichettare "Detroit" come un film ruffiano, che ritrae l'uomo bianco come un assassino in un periodo in cui tale figura è il nuovo spauracchio d'America, mentre il nero viene ritratto sempre come vittima impotente di un sistema ingiusto. Il che forse è in parte vero: di certo agli americani odierni fa piacere percuotersi il petto per espiare il peccato della segregazione razziale; e percuoterselo in pubblico, dinanzi agli occhi di tutti, isolando chiunque resti immobile, gesto fine a sè stesso; basti pensare che a margine della produzione del film le polemiche non sono mancate, prima fra tutte quella del casting di John Boyega, inglese che, nelle parole di niente meno che Samuel L.Jackson, è venuto in America per rubare il lavoro agli onesti attori afroamericani, neanche fosse un comizio della Lega.
Ma non si può per questo sminuire il laovro della Biegelow, che anzi serve a ricordare quanto la democrazia sia fragile, quanto sia semplice sottomettere il prossimo o subire passivamente le violenze in un sistema che lo consente impunemente. Senza contare come la forza delle sole immagini di "Detroit" già da sola basterebbe come perfetto monito.




Diviso in tre atti distinti, ossia le rivolte, il massacro al motel Algiers e le conseguenze di questo, più un prologo animato che setta i toni: gli afroamericani non sono solo figli della schiavitù, ma anche immigrati giunti nel Nuovo Mondo come i primi coloni, per i quali tuttavia c'è solo l'isolamento e la miseria, anche quando i diritti civili sono sulla carta garantiti a tutti.
Il primo atto è anche il più graffiante: le proteste sono ricreate in modo certosino, non sembra di assistere ad un film di fiction, ma ad un documentario o ad un servizio in una zona di guerra a 24 fotogrammi al secondo. Rispetto al passato, la Bigelow usa ancora più insistentemente la camera a mano, sempre ad altezza d'uomo, prospettive multiple in contemporanea e, di conseguenza, montaggio spezzato, fino alla frammentazione della scena; l'intento è la ricerca di una forma di autenticità, che viene trovata in pieno finchè ad essere protagonista è la folla, la calca di individui senza nome che come un unico individuo si scontra con le forze dell'ordine e mette a ferro e fuoco il quartiere.




Nell'approcciarsi ad i singoli personaggi, nel secondo atto, con la ricostruzione della vergognosa tragedia del Algiers, per forza di cose il film perde mordente; i personaggi, ricalcati sulle loro controparti reali, sono tagliati con l'accetta, non hanno sfumature, benchè la presenza dell'ufficiale Roberts, unico bianco dotato di empatia, riesca ad evitare di far scadere tutto nella farsa.
Il piglio registico trasforma la cronaca in un'iperbole: il racconto diviene simile a quello di un film horror, quasi un home invasion con i poliziotti nei panni degli assassini sbandati di turno. La violenza, quando entra in scena, è brutale, cruda, per questo sempre disturbante. Ancora, le singole immagini, sghembe e sgranate, riescono a colpire nel profondo.
Mentre il terzo atto è anche il più convenzionale, con tutte le conseguenze immaginabili per i protagonisti, ma si tratta pur sempre di avvenimenti realmente accaduti, di certo non colpa di Mark Boal.



"Detroit" si impone così come una cronaca ai limiti dell'espressionismo, dove il realismo della messa in scena si trasmuta in specchio deformato della realtà, che ne accentua i contenuti rivoltanti. Un film forte, duro, che non concede pietà, ma che riesce al contempo a non essere ricattatorio, in un equilibrio tra impegno, verosomiglianza e spietatezza.

venerdì 8 dicembre 2017

La Camera Verde

La Chambre Verte

di François Truffaut.

con: François Truffaut, Nathalie Baye, Jean Dastè, Patrick Malèon, Antoin Vitez, Jeanne Lobre, Serge Russeau, Annie Miller.

Drammatico

Francia 1978















"Io sono contro l'oblio, che è una frivolezza enorme, la frivolezza dell'attualità è una cosa che non sopporto.. La forza del ricordo, della fedeltà e delle idee fisse è più potente. Io rifiuto di dimenticare".
Così Truffaut commentava la creazione de "La Camera Verde", adattamento molto libero di tre racconti di Henry James che il grande regista piega alle sue esigenze narrative ed alla sua visione.
Una visione mai così plumbea sulla vita, segno di una maturità non tanto intellettiva (già ampiamente raggiunta in passato), quanto umana toccata da Truffaut in quegli anni. Maturità che lo porta a confrontarsi con il tema del lutto e, in generale, con quello della morte, che lo coglierà anzitempo appena sei anni dopo l'uscita del film.
Un rapporto complesso, ma al contempo semplice: laddove Truffaut afferma direttamente di non riuscire a distaccarsi dalla persona amata, le ragioni per questo attaccamento "oltremondano" affondano le radici in un malessere sentito, profondo, tipicamente pessimista ed ai limiti del solipsismo.



Un'opera sul ricordo dei morti, mezzo per mantenerli in vita; come Foscolo, Truffaut canta dei sepolcri, della corrispondenza di amorosi sensi, ma in modo più radicale: senza ricordo, chi è morto scompare; visione atea che fa dell'amore, inteso come legame indissolubile tra individui, il collegamento sempiterno tra persone; il ricordo, di conseguenza, è lo strumento per tenere vivo tale collegamento; in assenza di questo, il defunto scompare del tutto, come se esistesse unicamente nella mente di chi lo ha conosciuto.




Da qui la creazione della "camera verde", dapprima una stanza arredata per tenere viva l'immagine della moglie defunta, poi il tabernacolo dedicato a tutti coloro si sono alternati nella vita di Julienne, alter ego dell'autore.
Ossessione per le persone amate che non viene mai condannata; persino nel tragico finale c'è una forma di empatia verso il complesso di Julienne, verso l'attaccamento morboso ai defunti e in generale all'idea della morte (le immagini dei morti in guerra, ricordo dei compagni deceduti durante la I Guerra Mondiale). Non c'è una contraddizione vera verso la sua posizione da parte degli altri personaggi, solo una forma di astio dovuta alla loro incapacità di comprendere. La riflessione, di conseguenza, è volutamente monocorde, il che rende il film "a tesi" senza però che sia possibile supportare in modo oggettivo le posizioni che prende.




Il che non è un difetto: a Truffaut interessa dare una propria visione delle cose, da "auteur" quale è, non di certo far cambiare l'opinione di chi osserva, unicamente illustrare ciò in cui crede.
Da qui anche l'esiguità della trama, totalmente al servizio del pensiero portante, che diviene vera narrazione; il resto, dal rapporto con il personaggio di Cecilia al mistero su quello con Masigny, è quasi un pretesto per la messa in scena.
Nel ritrarre il suo soliloquio, Truffaut stringe ancora di più rispetto al passato il suo sguardo sui personaggi, con inquadrature sempre strette ed ambientazioni per la maggior parte in interni; la fotografia tinge con un alone verdastro ogni immagine, a sottolineare come ogni fotogramma, al pari di ogni traccia narrativa, sia subordinato all'importanza del ricordo.




Il che rende "La Camera Verde" un'opera semplice, diretta ma non ricattatoria, nè pretenziosa; la semplicità del cinema del grande artista francese pulsa ancora sotto lo strato di tristezza introspettiva, in quella che probabilmente è anche la sua opera più compatta, sia sul piano stilistico che contenutistico.