giovedì 27 aprile 2017

Guardiani della Galassia vol.2

Guardians of the Galaxy vol.2

di James Gunn.

con: Chris Pratt, Zoe Saldana, Kurt Russell, Bradley Cooper, Karen Gillan, Pom Klementieff, Dave Bautista, Vin Diesel, Michael Rooker, Sylvester Stallone,

Fantastico/Avventura/Azione

Usa 2017













Nell'arco di appena dieci anni, la Marvel Studios si è imposta come la major dei record ad Hollywood, sfornando blockbuster in grado di ridefinire i primati di incasso quali "The Avengers" (2012), solo dopo aver già ridefinito il modo di intendere la pianificazione produttiva; con l'introduzione del concetto di "Universo Cinematografico Condiviso", Kevin Feige e soci non solo hanno saputo creare un fandom affiatatissimo di "nerd" solo in parte ripreso da quei "true beliviers" che già si appassionavano alle avventure di Iron Man e soci su carta, ma sono anche riusciti nell'intento di farlo crescere a dismisura, rendendo alcune delle proprietà intellettuali Marvel meno note al pubblico generalista vere icone pop.
Eppure, al di là della pioggia di soldi in cui ora gli executives annegano, quanto di nuovo, memorabile e duraturo può essergli effettivamente attribuito?
Sicuramente non la trovata dell' "universo condiviso", di fatto già esistente da decenni nel mondo del cinema; si pensi ai film sui mostri della Golden Age del cinema horror della Universal, dove Dracula, la Mummia e l'Uomo Lupo si incontravano sovente in mash-up all'ultimo brivido e che ora la major sta disperatamente tentando di riproporre; o anche al "tarantinoverse", il mondo il cui sono ambientati tutti i film del cineasta di Knoxville.




L'opera più celebrata non è, purtroppo, quella più originale. Non restano dunque che i numerosi film, ma tra questi sono davvero in pochi a poter essere considerate come pellicole davvero memorabili.
E tra queste, il posto d'onore spetta sicuramente a quel "Guardiani della Galassia" che tre anni fa sorprese tutti: un film che si basava su di un fumetto sconosciuto, portando così in scena personaggi praticamente inediti, diretto da un ex mestierante della Troma promosso a regista di serie A dopo aver transitato attraverso esperienze indie, quel James Gunn che pur lontano da Lloyd Kaufman non aveva perso un grammo del gusto per l'esagerazione, aggiungendo alla formula un personale tocco di cattiveria per dar vita a due cult spiazzanti e divertenti quali "Slither " e "Super".
Un film che, non potendo contare sul traino generato dal hype dei fans, si affacciava quasi timidamente al cinema, solo per trionfare con milioni di dollari di incasso; e che si faceva notare per come la sua formula, mix tra commedia e space opera, rock e battutacce, personaggi improbabili ed un ancora più improbabile trama, riusciva perfettamente a funzionare grazie alla mano di Gunn e ad un cast affiatatissimo, perfettamente calato nei panni di un pugno di anti-eroi guasconi ed irresistibili. Un film che in pratica riprendeva quella formula affinata da Joss Whedon da anni nel circuito televisivo e la applicava trionfalmente al lungometraggio, quando lo stesso Whedon stentava a replicarla con successo.
Un seguito era quindi inevitabile e "Guardiani della Galassia vol.2" arriva così alla vigilia delle riprese di quel "Avengers Infinity War" che chiuderà il primo arco narrativo del "MCU" e che già si profila come una delle pellicole più costose ed attese di sempre.
Un seguito più ameno, che tenta una strada inedita per un film Marvel, riuscendo in molti dei suoi propositi.




Torna ovviamente il mix di gag sopra le righe e personaggi buffi alla Joss Whedon del primo film; ma tolto l'ingombro di doverli presentare al pubblico, Gunn parte subito in quarta con le gag: fin dal primo minuto, "Guardiani della Galassia vol.2" è un susseguirsi di battute scorrette dalla perfetta tempistica, azione ben eseguita, personaggi talmente sopra le righe da essere irresistibili, musica retrò e colori sgargianti. La riproposizione, in sostanza, di quell' "awesome mix" che garantì il successo e l'amore del pubblico tre anni fa.
La prima scena è in tal senso essenziale, tutta giocata sul fuori schermo e sulla tempistica perfetta delle azioni dei personaggi; un meccanismo che non deve incepparsi e che Gunn muove con fare sicuro.
Poi però qualcosa muta, il film cambia pelle alla chiusura del primo atto e con l'introduzione del personaggio di Ego, quel Kurt Russell conciato come un Charlton Heston cosmico che rivela la sua paternità allo scapestrato Peter Quill. E "Guardiani della Galassia vol.2" diviene qualcos'altro: al mix del precedente film, a ciò che il pubblico poteva (e forse doveva) aspettarsi, si affianca un registro intimista, in parte inedito nel cinema di Feige e soci.




Le battute scorrette, l'umorismo sopra le righe, la musica d'antan e gli splendidi colori da trip in acido ereditati dalle stravaganti visioni di Jack Kirby cominciano a fare da sfondo alla ricerca dell'io dei personaggi. Ego, pianeta vivente, diviene il luogo dove Quill affronta i suoi complessi paterni, Drax le sue emozioni (pur primeggiando come linea comica, anche grazie ad un Dave Bautista dalle inedite qualità ritmiche), Gamora e Nebula elaborano il loro conflitto. E Rocket e Yondu, ora promosso a personaggio principale, scoprono la loro vera natura.




La trama cede il passo alla descrizione e Gunn riesce davvero a farci amare la parte più sensibile del suo stralunato gruppo di personaggi. Al centro di tutto, la ricerca di quella "famiglia" tanto sbandierata nel mondo Marvel, ma che qui trova per la prima volta una sua declinazione convincente: i Guardiani sono davvero i membri di un nucleo familiare disfunzionale, cazzone, privo della coscienza di sé, eppure pur sempre nucleo familiare che ora è chiamato a comprendere ed assimilare le proprie dinamiche interne.
L'importanza della figura patera diviene così il nodo centrale. Ego e Yondu divengono le due facce di una stessa medaglia, mentre Quill è dilaniato tra i due. Traccia narrativa che, malauguratamente, viene risolta nel più ovvio dei modi.




Nel terzo atto, purtroppo, tutta la buona costruzione precedente viene rovinata dall'innesto di un conflitto sin troppo forzato; la narrazione finisce così per schiantarsi sul sentiero dell'ovvio e del prevedibile, dove persino le immagini spettacolari finiscono per divenire noiose. La complessità, pur basica, del secondo atto viene distrutta, quasi come se Gunn e soci non sapessero come chiudere il film.





Tanto che persino il finale, in teoria commovente, lascia un pò freddi a causa della sua prevedibilità. Il che è un peccato, perché per ritmo ed inventiva, il resto della pellicola è un degno successore di quel "caso" generatosi tre anni fa. Restano le gag e la passione per i personaggi, nonché una serie di finali che annunciano faville per il possibile "vol.3", che si spera mantenga alto il tono della serie.

mercoledì 26 aprile 2017

R.I.P. Jonathan Demme



1944-2017


Negli anni '90 veniva considerato un genio, un regista di pari in grandezza ai coetanei Scorsese e Coppola, con i quali condivideva i natali presso la factory di Roger Corman.
Forse era un'esagerazione. Perchè Demme non era certamente un genio, nè un decano della Settima Arte.
Eppure, grazie ad un pugno di pellicole perfettamente riuscite, è riuscito ad imporsi come uno degli autori più amati di quel decennio.
Poi l'oblio, la lontananza dalla macchina da presa ed un ritorno sottotono, in una carriera che, tuttavia, riservava ancora qualche bella sorpresa.




FEMMINE IN GABBIA (1974)
Esordio in perfetto stile "Grindhouse" ed il termine non è usato a caso: amatissimo da Robert Rodriguez, che lo cita espressamente nel suo "Planet Terror". B-Movie più raffinato di quanto si voglia ammettere e capo d'opera del genere "Women in Prison", che spopolò nei drive-in dell'epoca.




IL SEGNO DEGLI HANNAN (1979)
Al pari di De Palma, Demme cita, rifà, sbeffeggia Hitchcock, al quale dedica questo thriller teso, dalle riuscite ambizioni metareferenziali.





TEMPO DI SWING (1984)
Demme rifà il melò, con un occhio ai classici, dirigendo la splendida coppia formata da Kurt Russell e Goldie Hawn, poi unitisi anche nella vita reale.




QUALCOSA DI TRAVOLGENTE (1986)
Primo vero successo e piccolo cult ancora oggi amatissimo. Lo yuppie Jeff Daniels viene travolto da una Melanie Griffith dal caschetto nero alla Crepax, in uno scontro di personalità irresistibile.




UNA VEDOVA ALLEGRA... MA NON TROPPO (1988)
Commedia nera sul limite del grottesco, ingiustamente dimenticata. Michelle Pfeifer è una vedova di mafia che intreccia una stramba relazione con Matthew Modine, agente dell'FBI sotto copertura, con tutte le possibili conseguenze.




IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI (1991)
Il film della svolta: campione di incassi al botteghino e vincitore di 5 Oscar, tra cui miglior film, cosa rarissima per un film di genere. Demme crea il mito di Hannibal Lecter (lo splendido "Manhunter" di Mann fu purtroppo un flop) e fonde il thriller procedurale con intense atmosfere horror, dando vita ad un filone che avrà fortuna per almeno due decenni. Oltre a trasformare Jodie Foster ed Anthony Hopkins in due superstar.




PHILADELPHIA (1993)
Il "court drama" diviene mezzo d'accusa verso l'ipocrisia; l'omosessualità e l'A.I.D.S., ancora tabù, vengono sviscerate in modo netto, commovente e mai ricattatorio. E per Tom Hanks il ruolo di una vita.




RACHEL STA PER SPOSARSI (2008)
Dopo anni di televisione, (ottimi) documentari e pellicole poco riuscite, Demme ritrova la propria forma rifacendosi direttamente a quella Nouvelle Vague che tanti suoi colleghi ha plasmato; per ri-creare uno stile che avrà fin troppa fortuna nel cinema indie americano: il mumblecore.

lunedì 24 aprile 2017

Green Room

di Jeremy Saulnier.

con: Anton Yelchin, Imogen Poots, Patrick Stewart, Alia Shawkat, Callum Turner, David W.Thompson.

Thriller

Usa 2015

















Cercare l'originalità nell'approccio al cinema horror è, oggi come oggi, cosa assi ardua: la sovraproduzione di pellicole a piccolo e piccolissimo budget e la loro sovraesposizione nei numerosi festival ha portato alla ripetizione ciclica di cliché, luoghi comuni, filoni e tematiche che quasi mai vengono riletti in chiave personale ed originale (basti vedere il recentissimo "The Void"). Un regista come Jeremy Saulnier ha però dalla sua una carta quasi vincente, ossia una grossa esperienza nel mondo della fotografia filmica che gli ha permesso di girare due pellicole, "Murder Party" (2007)  e "Blue Ruin"(2013), in cui la ricerca dell'originalità veniva affiancata da una marcata componente estetica, che portava a risultati certamente non nuovi, ma perlomeno dotati di una propria anima.
Con "Green Room" va in un certo senso oltre e riprende un topos ultracollaudato per colorarlo (letteralmente) con situazioni inedite, talvolta spiazzanti, riuscendo in parte a creare una pellicola vivida e feroce.



Il topos è quello del kammerspiel, dell'unità di tempo e luogo e dell' "assedio" dei protagonisti, ossia la ripresa della "situazione alla Carpenter"; la "green room" del titolo è quella in cui sono prigionieri un gruppo di giovani punk rockers ed un ragazza, colpevoli di aver assistito ad un omicidio da parte di un naziskin appena uscito di galera. Ad essere originale, per prima cosa, è appunto il mondo in cui il topos viene immerso, ossia quello del punk rock e dei naziskin dell'entroterra americano.
Il gruppo di caratteri viene ridotto all'osso: c'è un protagonista ebreo che ha il volto da vittima designata del compianto Anton Yelchin, una donna forte interpretata da Imogen Poots, mentre gli altri membri del gruppo di protagonisti sono pura carne da macello. Dall'altro lato, gli assalitori, capitanati da un Patrick Stewart che asciuga la sua performance sino all'essenziale, caratterizzando il capo nazi come un normale capo ufficio.



Perché lo stile è secco, crudo, brutale e diretto. Benchè non vi sia un ricerca ossessiva dell'efferratezza, in "Green Room" tutto è distillato per giungere all'essenza; a partire dalla storia, che stranamente viene disvelata un pò alla volta per rivelarsi come estremamente semplice e funzionale, passando per i caratteri dei personaggi, tutti riconducibili a ruoli ben delineati e funzionali, ma mai fastidiosi nella loro piattezza.
La violenza è cruda e mostrata in modo diretto: Saulnier non si tira indietro quando c'è da mostrare uno sbudellamento, ma sa dosare il visto con il sussurrato, creando un ottimo effetto viscerale.



Così come ferma è la sua mano sulla suspanse, che nonostante qualche caduta di tono, non cerca si esprime mai tramite i trucchi, ma sempre tramite il nervosismo indotto dalla situazione di assedio.
E l'originalità arriva così per tramite dello stile secco sino al osso (da applausi la battuta finale) e dal contesto. I punk rockers sono le vittime, i naziskin i mostri in quello che è a tutti gli effetti uno slasher; dove però i mostri sono reali e tangibili, figli di quell'ottusità che si esprime tramite la violenza gratuita, motore di tutti i veri massacri.

giovedì 20 aprile 2017

La Mia Droga si Chiama Julie

La Siréne du Missisipi

di François Truffaut.

con: Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve, Nelly Borgeaud, Martine Ferriére, Michel Bouquet.

Francia, Italia 1969

















E' strano come talvolta le opere più riuscite di un autore siano anche quelle più sottovalutate, incomprese, spesso lasciate per ultime nelle varie (vane) classifiche o retrospettive; per Truffaut questa "maledizione" casca su "La Siréne du Missisipi" (al solito, il titolo italiano è fantasioso, ma ben rappresenta la tematica del film), noir ripreso dalle pagine dell'amatissimo Cornell Woolrich (firmate con lo pseudonimo di William Irish) spesso dimenticato, al quale vengono addirittura preferite opere meno riuscite quali "La Sposa in Nero" quando si tenta (inutilmente) di riassimilarlo al genere dal quale prende le mosse. Sarà a causa della nomea di pellicola strettamente "cinefila" che si è ritagliata nel tempo: Truffaut non perde infatti occasione per infarcirne le scene con rimandi ai classici da lui più amati e finisce per dedicarla all'amico Jean Renoir, quasi a perorare il carattere "ludico" della produzione.
Eppure, a prescindere dal divertimento che il gioco cinefilo può indurre, "La Sirène" riesce davvero a rappresentare a dovere tutte (o quasi) le ossessioni e le passioni di Truffaut, che piega una storia da tipico thriller letterario verso l'analisi di coppia per dare uno spaccato lucido, affascinante ed in parte disperato di quel sentimento amoroso da lui tanto questionato.




Al centro, una coppia di belli all'apice della fama e dello splendore. Jean-Paul Belmondo è l'imprenditore Louis Mahé, proprietario di una raffineria di tabacco sull'isola di Réunion, il quale decide incautamente di prendere moglie per corrispondenza; alla relazione epistolare risponde una certa Julie Roussel ed il giorno del matrimonio si presenta in modo vistosamente differente dalle foto che aveva inviato: ha il volto di una Catherine Denevue angelica e dai capelli rossi; spiazzato, Louis decide lo stesso di convolare a nozze, ma i misteri non tarderanno ad arrivare: ben presto Julie si scoprirà essere una truffatrice di nome Marion, il cui complice ha ucciso la vera Julie per raggirare Louis. Ma quando questi ritrova la bella moglie, non può che perdonarla, avvinto dall'attrazione irresistibile per quella creatura bella ed infelice, avviando una relazione malata ed instabile.




Truffaut pone al centro due caratteri opposti, quasi complementari. Louis è un ingenuo, un uomo che non conosce nulla dell'amore e che vi si fa iniziare nel peggiore dei modi; Marion una manipolatrice, una donna alla quale le sozzure della vita hanno insegnato molto, forgiandola come perfetta truffatrice. La relazione tra i due poggia su di una base mista: l'amore vero, marcatamente fisico ma non strettamente materiale che Louis prova per la compagna e le necessità di vita di quest'ultima, che si accompagna all'uomo al solo fine di sopravvivere. Una donna che è quasi parassitaria, una vedova nera pronta ad uccidere di nuovo il suo compagno quando l'occasione lo consenta. Una donna tipicamente "truffautiana", forte ed indipendente come la Catherine di "Jules & Jim" , determinata come la quasi omonima Julie di "La Sposa in Nero".




Entrambi sono dei solitari; Louis dedito al lavoro, letteralmente spiaggiato su di un isola lontano dal mondo; Marion vittima degli eventi sin da ragazza, che impara subito a dover badare a sé stessa e a non fidarsi di nessuno, di sicuro non di quella unica figura maschile, il suo complice, più volte evocata solo in contesti negativi.
Il loro peregrinare li avvicina poco a poco; l'amore pur folle è vero, l'attrazione di Marion, pur basata sui soprabiti, le auto di lusso e le impossibili fughe verso l'agognata Parigi, viene ricambiata con un sentimento effettivo, puro. Louis è forse un ingenuo? Possibile, anche se Truffaut decide di concedere lui una piccola vittoria.




In quel finale splendido, prima della chiusa, è Marion a crollare, a non riuscire a sostenere il peso del proprio egoismo: "Una donna non dovrebbe mai essere amata così". E Louis, pur mezzo morto, a "vincere", se di lotta si vuol parlare.
Ed è qui che Truffaut quasi si avvicina a quell'idea di amore come possessione di Fassbinder, annichilendola: la purezza di Louis redime la truffatrice, che lo salva.
L'amore trionfa? Forse, forse no; perché Truffaut di certo non è uno sprovveduto; decide infatti di lasciare i personaggi in sospeso, all'interno di una bufera letterale, laddove la loro bufera relazionale sembrava essersi sopita; non per nulla, tutta la relazione è basata su di un andirivieni, su di una truffa smascherata, su di un amore che si fa possessione, su di una comunione che vira più volte all'omicidio e che per questo non può avere un finale.



Poiché una chiusa definitiva sarebbe troppo ingenua e fuori luogo; da questa apertura, paradosso puro, deriva il perfetto equilibrio di scrittura, che traccia uno spaccato credibile ed intrinsecamente vero di ciò che è l'amore.
Truffaut raggiunge così un'apice nella sua poetica, una vetta ulteriore rispetto a quella degli esordi, che lo incorona tra i supremi dissezionatore del rapporto di coppia.



EXTRA

"La Siréne du Missisipi" è anche l'unico film di Truffaut ad essere stato oggetto di remake. Nel 2001, Michael Cristofer ha riadattato il racconto originale di Woolrich in "Original Sin"; film che ovviamente non vanta la profondità, né la sagacia dell'originale; dalla sua ha solo l'avvenenza dei due attori protagonisti: Antonio Banderas e sopratutto una Angelina Jolie all'apice del sex appeal.


martedì 18 aprile 2017

The Void

di Jeremy Gillespie & Steven Kostanski.

con: Aaron Poole, Kenneth Welsh, Daniel Fathers, Kathleen Munroe, Ellen Wong, Art Hindle.

Horror

Canada 2016

















La riproposizione di cliché narrativi ed estetici del cinema fantastico anni '80 è divenuta, da qualche anno a questa parte, vera e propria linfa vitale di tanto cinema di genere americano e non. Basti pensare al successo della serie televisiva "Stranger Things", la quale non faceva altro che riprendere topoi vecchi di 30 anni e riproporli in modo spudorato al pubblico. Così come molto del cinema horror odierno si basa sull'omaggio sincero ai maestri della golden age, con titoli come "It Follows" che cercano di riprenderne gli aspetti più riusciti per farli propri, cercando di creare qualcosa di personale.
Da questo punto di vista, "The Void" può essere visto come una sorta di esperimento che ben si inserisce nel contesto di riferimento. Ed il duo di autori, Gillespie e Kostanski, hanno dalla loro un curriculum che è tutto dire: addett agli effetti visivi di blockbuster tra i quali "Suicide Squad", "Pacific Rim" ed il remake di "RoboCop", sono però anche membri fondatori del collettivo tutto canadese Asrtron 6, tramite il quale hanno prodotto e diretto pellicole come "ABC's of Death 2" e "Manborg", ossia veri e propri giochi filmici volti a riprendere quell'estetica tanto amata e a riproporla al pubblico odierno.
"The Void" è così il punto di arrivo di questo discorso associativo: un film che vive di puro rimando, della ripresa di pezzi di cinema passato che, senza passare attraverso alcuna forma rielaborativa, vengono cuciti tra loro per creare un qualcosa che non sia nuovo, né appaia come tale, ma che riesca nell'intento di riportare alla mente le immagini di quei film che tanta storia hanno pur fatto.




Non bisogna, di consegnuenza, meravigliarli dell'inesistenza di una storia vera e propria o di personaggi che siano creati in funzioni differente da quella di mera carne da macello o di motore degli eventi. Tant'è che la trama di "The Void" inizia in medias res e si sviluppa per quel che serve mediante scarne linee di dialogo.
Quel che conta sono i punti di riferimento filmici, in questo caso il cinema di John Carpenter e del duo Stuart Gordon/Brian Yuzna in primis, nonché quello di Lucio Fulci usato per qualche sparuta incursione nei territori del surrealismo puro.
L'idea alla base è anche interessante: riprendere quei topoi per dare nuova vita alla visione lovecraftiana alla base di capolavori quali "La Cosa", "...E tu vivrai nel Terrore- L'Aldilà" e di quel piccolo cult di "From Beyond". Gli elementi ci sono tutti: unità di tempo e luogo come Carpenter insegna, scienziati folli il cui volto è di quell' Art Hindle già protagonista per Cronenenberg in "The Brood"; effetti speciali squisitamente artigianali e di ottima fattura per dar vita ad orrori transdimensionali striscianti ed a corpi trasfigurati verso l'orrore puro, fatti a pezzi e ricostruiti come ammassi di carne semoventi. Ed un finale visionario, dove il "proibito" del titolo prende forma.
Peccato che l'operazione mostri i suoi limiti sin da subito.




Laddove infatti il cinema di riferimento era rielaborazione personale di un testo o di una forma di cinema data, che così finiva per essere visione nuova ed originale, quella di Gillespie e Kosntanski è un'operazione puramente speculativa, poiché basata unicamente sull'accumulo. Non c'è una lettura personale dei miti e delle correnti ripresi, ma solo la loro riproposizione alla buona. Condita sicuramente con tanto mestiere, ma senza la voglia di rischiare, di cambiare le carte in tavola, di creare qualcosa di nuovo rielaborando ciò che è dato. Non c'è, in sostanza, quella stessa indole che invece animava i maestri tanto amati. Un limite intrinseco, dato proprio dalla volontà di fermarsi alla pura ammirazione del passato, che taglia loro le gambe in partenza.




Una ristrettezza di visione che porta "The Void" a configurarsi come un'operazione pienamente riuscita, ma inerte: un film divertente per quello che è, ma che non vuol fare nulla per ridare davvero lustro al genere e ai sottogeneri da cui si ispira, né per imporsi in modo duraturo nella mente dello spettatore: è normale dinanzi ad operazioni del genere, dimenticarle non appena il buio della sala venga rischiarato. E "The Void" non non vuole fare eccezione.

sabato 15 aprile 2017

Addio Principe! 50 anni senza Totò




Il Principe della Risata, icona partenopea incontrastata, nonché simbolo di un'Italia intera.
Quell'Italia del Secondo Dopoguerra, che viveva spesso di stenti, che "si arrangiava" e dello sbarcare il lunario per un soffio faceva un'arte.
Un volto popolare, il suo, irrimediabilmente legato al "vulgus" che tanto lo adorava; a discapito dei nobili natali, per i quali a lungo si è battuto per ottenerne il riconoscimento.
Totò era d'altronde personaggio che viveva di estremi: di carattere schivo, serio, quasi iracondo (sopratutto nella sua turbolenta vita privata), ma che messo su di un palco riusciva ad irradiare un'allegria contagiosa, grazie alla sua espressività quasi cartoonesca e ad una fisicità che aveva ben poco da invidiare al Chaplin più in forma.
Cinquant'anni fa ci lasciava, creando un vuoto enorme nella cultura popolare e filmica di una nazione all'epoca all'apice della potenza cinematografica. E come sempre, il modo migliore per ricordarlo è riguardare i suoi lavori; non per forza i più noti e rappresentativi, ma anche quelli meno celebri, che pur sono in grado di restituirne la grandezza.






FIFA E ARENA (1948)

Diretto da Mario Mattoli, che poi ne diverrà il regista "di fiducia", Totò parodizza il celebre "Sangue e Arena", impersonando un personaggio che è l'esatto opposto dei divi Tyron Power e Rodolfo Valentino.




TOTO' LE MOKO (1949)

Altra celebre parodia del Principe, che questa volta sbeffeggia "Pepe le Moko" con Jean Gabin.




TOTO' A COLORI (1952)

Basterebbe il solo fatto che "Totò a Colori" sia stato il primo film italiano ad essere girato, appunto, a colori per renderlo una visione obbligatoria; il pezzo forte non è però nella resa cromatica, quanto nella performance di Totò, che si esibisce nel celebre "ballo di Pinocchio", omaggio sentito alla rivista e ai tempi del muto.






UN TURCO NAPOLETANO (1953)

"Ed io per sempre, servo vostro!" così si congeda alla fine del film; ed altrettanto memorabile è il suo istrionismo in una delle sue commedie più "piccanti".





TOTO' E CAROLINA (1955)

Mario Monicelli prende il Principe per mano e lo trascina in un road movie volto a scoperchiare le ipocrisie di un'Italia bigotta ed intollerante; Antonio Caccavallo diviene così la maschera dell'arrivista che si avvede della pochezza altrui.




LA BANDA DEGLI ONESTI (1956)

Assieme a  "Totò, Peppino e la... Malafemmina", il più celebre exploit del duo, qui nelle vesti di una coppia di improbabili falsari. Entrato nel dire comune il mitico scambio di battute "Guardi... e si ma non guardi!"






TOTO', PEPPINO E LA... MALAFEMMINA (1956)

Cinema popolare di prima categoria, con una storia d'amore contrastata portata a vanti a suon di musica al centro ed i due mattatori come racconto collaterale; che ovviamente cannibalizza tutto. Da citare almeno la scena, mitologica, dell'incontro con il vigile.








I SOLITI IGNOTI (1958)

Un cameo da superstar in uno dei massimi capolavori della "Commedia all'Italiana"; Totò è Dante Cruciani, vecchio scassinatore che aiuta i "giovinastri" nel colpo alla pasta e ceci.





TOTO'TRUFFA '62

La scena della Fontana di Trevi è si da antologia, ma non è che la punta dell'iceberg in un film dove Totò da sfogo a tutto il suo istrionismo restando quasi sempre "en travestì".





TOTO' DIABOLICUS (1962)

Totò che interpreta un serial killer? Ebbene si e come al solito è magistrale.




GLI ONOREVOLI (1963)

"VotaAntonioVotaAntonioVotaAntonio..... Italiaaaaaaani!". La follia delle elezioni e il marciume della politica di allora in una satira leggera, non troppo corrosiva ma riuscita; con un Totò, aspirante onorevole, scatenato.






UCCELLACCI E UCCELLINI (1966)

Da maschera popolare a maschera della piccola borghesia; Totò si mette al servizio di Pasolini e dà vita ad una serie di personaggi tragici, comici, stupidi, violenti, curiosi, in pratica: vivi.






CAPRICCIO ALL'ITALIANA (1967)

Il suo ultimo film completo, uscito postumo, testimonia le sue due anime. Ne "Il Mostro della Domenica" di Steno è un furfante che si diverte a "rapare" i tanto odiati capelloni. In "Che cosa sono le Nuvole" è una marionetta triste, che riflette sull'assurdità della vita.




giovedì 13 aprile 2017

Jurassic Park

di Steven Spielberg.

con: Sam Neill, Laura Dern, Jeff Goldblum, Richard Attenborough, Joseph Mazzello, Ariana Richards, Wayne Knight, B.D. Wong, Samuel L.Jackson.

Avventura/Fantastico

Usa 1993















Oltre 900 milioni di dollari di incasso globale, una campagna pubblicitaria da 65 milioni di dollari a fronte di 63 di budget produttivo (ossia, soldi spesi più in marketing che in produzione), una mania scoppiata immediatamente e dilagata per tutta la prima metà degli anni '90: "Jurassic Park" è stato sicuramente uno di quei "film evento" in grado di imporsi come fenomeno popolare ancora prima della sua uscita in sala, confermando lo status divino di Steven Spielberg.
Ma ancora di più, "Jurassic Park" è stato il film che ha cambiato nuovamente il modo di concepire il kolossal ed il cinema di intrattenimento in genere, riprendendo alcuni degli aspetti che già "Guerre Stellari" aveva imposto quasi vent'anni prima. Il film è un prodotto da vendere, un marchio che deve comparire su ogni tipo di oggetto possibile (le t-shirt con l'iconico logo del t-rex andarono a ruba); la sua uscita deve essere un evento mediatico totalizzante. E, grazie all'esplosione del mercato Home-Video, deve essere anche un prodotto da possedere. E' a partire da questo momento che la mercificazione di Hollywood giunge a pieno compimento: tutti i futuri kolossal estivi saranno venduti come merci prima ancora che come spettacoli. E per paradosso puro, la loro qualità sarà sempre più infima.



Ancora più importante, per quanto possibile, è stato il modo in cui "Jurassic Park", sempre al pari di "Guerre Stellari", ha cambiato la percezione da parte dello spettatore del film, mediante l'uso di effetti speciali semplicemente straordinari e ad oggi invecchiati benissimo.
Se "Tron" (1982) e "Giochi Stellari" (1984) sono stati i pionieri, i primi film ad adoperare in modo estensivo la GCI per dar vita a sequenze d'azione, "Jurassic Park" va oltre e ricrea creature viventi mediante la grafica tridimensionale: i dinosauri prendono davvero vita su schermo e vengono percepiti dall'occhio umano come vere creature dotate di una vita autonoma.
Ma ancora più spettacolare è l'ibridazione di effetti usata per dar vita al più iconico e mastodontico tra i sauri del parco: il t-rex, che da qui diviene icona filmica, creato unendo l'animazione digitale per i movimenti nei campi lunghi ed uno stupefacente animatronic per i campi medi ed i dettagli. Il grado di realismo raggiunto dai movimenti e dall'espressività non ha tutt'oggi paragone ed il plauso va tutto al compianto Stan Winston, che qui crea quello che è molto probabilmente il suo capolavoro definitivo.
Ma al di là degli effetti speciali e dell'innegabile fascino dato dalla spettacolarità delle immagini, quanto c'è di davvero riuscito in "Jurassic Park" come film in sé?
In realtà, davvero poco.




A partire dallo script, che David Koepp ha rimaneggiato sulla base di una stesura originale di Michael Crichton, finendo per appiattire in tutto e per tutto il romanzo originale dell'autore; molti passaggi vengono elusi, sopratutto il lungo prologo; molti personaggi eliminati, mentre il gruppo di protagonisti viene edulcorato: la sottile cattiveria del Dr. Hammond viene eclissata, cosicché, impersonato dal sorriso gioviale di Richard Attenborough, su schermo diviene una specie di buon nonnetto afflitto dai sensi di colpa. Piatti sono anche i tre protagonisti; l'Alan Grant di Sam Neill è una sorta di Indiana Jones privo dello humor necessario, che vive solo grazie al carisma dell'interprete e che, nella peggiore tradizione spielbergiana, alla fine dell'avventura arriva persino a riscoprire il valore familiare che tanto detestava, in un arco caratteriale talmente buonista da scadere nello stucchevole; lo Ian Malcolm di Jeff Goldblum è ai limiti della spalla comica, gioca un ruolo del tutto inutile nel quadro generale degli eventi ed è talmente intriso nello stereotipo dello scienziato New Age da sconfinare nel ridicolo; ancora peggio la Ellie di Laura Dern è un personaggio che serve solo a dare un interesse amoroso e a creare uno stantio triangolo con i due maschi alfa. Del tutto di servizio sono invece i due ragazzini, poco più che strumenti usati per creare situazioni di pericolo.




La regia di Spielberg è semplicemente altalenante; se l'attenzione per lo spettacolo è sempre presente, più schizofrenica è la gestione della tensione; il ritmo è lento e la lunga durata non aiuta, ma la sua mano vacilla anche nelle singole scene. L'incontro con il t-rex, ad esempio, sulla carta scena madre del film, è condotto in modo quasi maldestro, alternando un'incontenibile suspanse a lungaggini tediose, infarcite con uno humor fastidioso che cozza con la violenza e la tensione; il mix di humor e tensione che maneggiava perfettamente nella saga di "Indiana Jones" qui non si ritrova, anzi sembra quasi che a ricreare quell'alchimia sia stato un imitatore.
Tanto che l'unica sequenza davvero riuscita di tutto il film è un'altra, ossia l'assalto dei velociraptor nel finale: tesissima fino all'ultimo, è l'esempio di come Spielberg, quando vuole, sapiia essere un supremo artista di genere; e questo nonostante qualche volta faccia vacillare la sospensione dell'incredulità (i dinosauri sanno aprire le porte?).
Scarsa è anche l'estetica: le scenografie degli interni sono talmente piatte da sembrare quelle di un lavoro televisivo, piuttosto che quelle di una produzione da oltre 60 milioni; e piatta è anche la fotografia, totalmente di servizio, che crea immagini poco incisive laddove non siano in scena i sauri.




La mancanza di affiatamento di Spielberg, oggi come oggi, è anche cosa nota: è risaputo come non avesse più di tanta fede nel progetto, tant'è che concluse le riprese fuggì letteralmente sul set di "Schindler's List", opera al quale teneva maggiormente. Il montaggio finale del film è stato di fatto curato da George Lucas, a cui Spielberg ha "subappaltato" la lavorazione; e forse alcune delle carenze di direzione sono da imputare proprio alla sua mano, che già alla vigilia della creazione della disastrosa "Nuova Trilogia" risultava stanca e poco ispirata.




Colossale ed affascinante, ma privo di vero mordente, "Jurassic Park" è sicuramente un capo d'opera essenziale, ma come pellicola è davvero poco riuscita: tanti effetti, poche vere emozioni.




EXTRA

Negli anni '90, Roger Corman e la sua factory non avevano più l'affiatamento, né la presa sul pubblico di una volta. Paradossalmente, proprio nel '93 riuscirono in un'impresa insperata: creare un rip-off di "Jurassic Park" e riuscire a distribuirlo con qualche mese di anticipo rispetto alla sua data d'uscita.



"Carnosaur" è il tipico B-Movie cormaniano dell'epoca, girato con un budget scarso (appena 1 milione di dollari) e con valori produttivi risibili; ma oltre ad anticipare l'uscita del blockbuster che imitava, aveva dalla sua anche un cast dove figura Diane Ladd, madre di Laura Dern, che lo caratterizzava come la perfetta antitesi al lavoro di Spielberg.