lunedì 15 maggio 2017

Il Cartaio

di Dario Argento.

con: Stefania Rocca, Liam Cunningham, Silvio Muccino, Claudio Santamaria, Fiore Argento, Cosimo Fusco, Mia Benedetta.

Thriller

Italia 2004
















---CONTIENE SPOILER---

Essere ancora considerato il "Maestro del cinema horror italiano" e, in generale, un maestro del "genere" a quasi vent'anni di distanza dall'ultima prova più meno riuscita, è, inutile negarlo un'esagerazione. E negli anni '00, Argento rappresentava anche qualcosa di più. In un panorama desolato e desolante come quello del cinema italiano, dove a farla da padrone erano (e per certi versi, nonostante tutto, ancora sono) la commediola becera ed il drammone idiota, vedere un regista avvicendarsi con il genere dava una sensazione di straniamento. Perchè, tolto Alex Infascelli, Argento era davvero l'unico regista italiano che seguiva una sua filosofia e si dedicava unicamente a dirigere pellicole thriller ed horror.
Ma dinanzi al pasticcio denominato "Il Cartaio", ogni volontà di trovare qualcosa di buono in tale filosofia viene annichilito. Perché se "Non ho Sonno" almeno regalava qualche intuizione interessante e alcuni richiami al passato ed "Il Fantasma dell'Opera" aveva dalla sua i buoni valori produttivi, "Il Cartaio" è semplicemente un film vuoto sin oltre i limiti del vacuo, dove non c'è davvero nulla che giustifichi la visione.



A partire dalla trama, dalla premessa esilissima e condotta con il pilota automatico, con tanto di buchi di sceneggiatura ad hoc per far progredire il tutto.
Un killer ricatta la polizia con un gioco sadico: un poker via Internet dove in palio c'è la vita della vittima di tutto. Sulle sue tracce si mettono la poliziotta Anna Mari (Stefania Rocca), il poliziotto di Londra di stanza a Roma John Brennan (Liam Cunningham, ancora giovane e lontano dal vestire i panni del "cavalier cipolla" di "Game of Thrones"), di origine irlandese quindi alcolizzato (!), ed il giovanissimo mago delle carte Remo (Silvio Muccino fratello di, che qui riprende il suo ruolo abituale di giovinastro amante delle canne e delle stronzate).
Una storia che si regge su di una premessa da puntata di telefilm polizesco tedesco anni '90 e condotta senza guizzi. Argento si misura con il thriller alla procedural drama, con la polizia come protagonista assoluta e sembra essere rimasto immune alle mode: non c'è unione del registro poliziesco con quello horror, come invece di solito accadeva di sovente in quegli anni. Il che non è un bene: l'atmosfera latita e non si ha mai davvero la sensazione di assistere ad un film diretto dall'ex Maestro del Brivido.



Con due protagonisti come la Rocca e Cunningham (senza contare anche Claudio Santamaria), la recitazione, per una volta in un film di Argento, si attesta su buoni livelli; sarebbe quindi stato lecito aspettarsi anche una caratterizzazione adeguata dei personaggi; che puntualmente non c'è.
La poliziotta Anna Mari è evanescente; pur colpita dal lutto del padre, ex accanito giocatore d'azzardo e suicida per debiti, non ha un arco narrativo vero e proprio e il suo rapporto ambiguo con il killer stenta ad ingranare e per questo non è mai credibile.
John Brennan è invece lo stereotipo dello sbirro irlandese: un ubriacone che canta "Oh Danny Boy" prima di addormentarsi sbronzo, punto, nulla più.
La loro storia d'amore è talmente forzata e scontata al punto di risultare non solo poco credibile, ma di venire addirittura obliata dallo stesso film, che da un certo punto in poi pare dimenticarsene. Quando poi viene inserito un doppio finale, ancora più posticcio di quello di "Opera" e al solo fine di dare una strizzatina d'occhio "rosa" ai due, il ridicolo involontario si unisce al fastidio in una sinergia unica.



La maggior parte dello sviluppo narrativo avviene con i personaggi messi dinanzi allo schermo del pc a guardare le animazioni delle carte che girano, mentre la violenza, caso più unico che raro, viene lasciata per quasi tutta la pellicola fuori scena, mai inquadrata dalla webcam del killer o dalla macchina da presa, fatte salve un paio di scene di autopsia dei cadaveri.
La tensione dovrebbe essere creata dal gioco, un pò come avviene in una vera partita di poker, dove ogni giro di carta fa scendere un brivido lungo la schiena, ma qui non porta che agli sbadigli. Non che Argento provi a sforzarsi più di tanto: tolta l'idea, usata in un'unica scena, di sovraimporre il viso del giocatore allo schermo della partita, i suoi virtuosismi qui latitano, tutta la messa in scena è a camera fissa, salvo qualche sporadico e svogliato movimento di macchina; il montaggio è elementare e persino la fotografia, dall'ignobile tinta grigia, fa somigliare il film ad una produzione televisiva di quart'ordine. Nessuna immagine, scena o sequenza evoca vera tensione, da cui consegue una noia mortale per tutta la durata.



Le uniche sequenze a reggere la visione sono, guardacaso, due sequenze di morte: quella di Silvio Muccino, trucidato per la gioia dei detrattori, e quella del poliziotto Brennan, unica concessione alla violenza. Benché prive di vera tensione, sono le sole nelle quali si ha la sensazione di assistere ad un thriller vero e proprio piuttosto che all'episodio di uno sceneggiato da quattro soldi. Andrebbe citata anche la scena dell'attacco del killer presso l'abitazione della Mari, ma è talmente blanda da non suscitare alcuna emozione. E da sole, queste due sequenze non riescono a risollevare le sorti di un film talmente blando da portare allo sbadiglio. Quando, ovviamente, non porta alla risata involontaria.



Perché lo snodo narrativo principale, il colpo di scena per cui le morti sono in realtà registrate, è intuibile sin dal primo minuto e quando arriva allo spettatore non resta che colpirsi la fronte per la lentezza cognitiva dei personaggi.
Quel che è peggio, un tale colpo di scena si inserisce a stento nello sviluppo della storia: se tutte le morti sono registrate, il killer non può sapere come si svolgerà la partita; è truccata anche questa? Non è dato saperlo. E nel caso in cui la partita sia truccata, come fa il killer a prevedere le mosse della polizia? Sopratutto come può nella scena in cui in palio c'è la vita della figlia del questore? Come fa a salvarsi se è tutto una finta?
Evidentemente tali quesiti non interessano né ad Argento, nè allo sceneggiatore. E lo spettatore non può che ridere.



Tanto che alla fine, le uniche emozioni che si provano in un ora e trentanove interminabili minuti sono la noia mortale ed un compatimento verso un regista che era, allora come ora, una reliquia di altri tempi, un autore che cercava in tutti i modi di esprimere il suo stile e la sua visione senza mai riuscirci davvero. Forse perché quel talento di cui era dotato si è esaurito del tutto.




EXTRA

Quando si parla di casualità nel ridicolo involontario, "Il Cartaio" può vantare un esempio da manuale.
Nei panni di uno degli hacker della polizia troviamo Carlo Gabardini, che a quell'epoca già interpretava l'hacker e nerd Olmo in "Camera Cafè".




Forse il Ghesizzi arrotondava il magro stipendio per le C-14 lavorando per la polizia senza che nessuno in azienda se ne sia mai accorto?

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