martedì 31 ottobre 2017

Non Aprite quella Porta 2

The Texas Chainsaw Massacre 2

di Tobe Hooper.

con: Dennis Hopper, Caroline Williams, Jim Siedow, Bill Moseley, Bill Johnson, Lou Perryman.

Grottesco

Usa 1986















Il propizio incontro con Menahem Golan ha consentito a Tobe Hooper di creare uno dei suoi film più singolari e divertenti, quel "Lifeforce" giustamente divenuto un cult. Ma all'epoca della sua uscita, lo stravagante kolossal fu un cocente flop; Hooper dovette così cercare per il suo secondo film con la Cannon un progetto dal sicuro impatto commerciale. E quale migliore opzione se non quella di un sequel al suo capolavoro targato 1974, quel "The Texas Chainsaw Massacre" che negli anni '80 ancora incassava dollari grazie al neonato mercato del Home Video.
"The Texas Chainsaw Massacre 2" esce nei cinema nel 1986, ben 12 anni dopo l'originale; ed è in tutto e per tutto un film ad esso antitetico, che sostituisce l'atmosfera cupa con un grottesco ai limiti del demenziale, la violenza solo suggerita con il gore urlato in faccia e la cattiveria con un umorismo nero talvolta di pessimo gusto.
Un film che definire spiazzante sarebbe riduttivo, che gli stessi appassionati della serie di Leatherface (che di fatto inizia qui piuttosto che con il primo exploit) hanno guardato alla sua uscita e continuano a guardare tutt'oggi con occhio traverso. Perchè questo secondo capitolo della famiglia di cannibali texana è un oggetto strambo, volutamente folle e ancora più volutamente privo di senso alcuno, dove vi è una sola certezza: il talento divertito e mai così irriverente del suo autore.




Divertimento che per Hooper comincia già con il poster del film, che sbeffeggia quello di "The Breakfast Club", con la famiglia di cannibali al posto dei teen-agers finto-problematici; divertimento che si protrae per tutto il film, nonostante tutti i limiti del caso; l'idea originale che lui e lo sceneggiatore del primo film, Kim Henkel, avevano concepito per il sequel era tutt'altra roba: un horror ambientato in una città composta da cannibali, anch'esso dal tono grottesco, ma decisamente più ambizioso, che si sarebbe dovuto intitolare "Beneath the Valley of the Texas Chainsaw", in omaggio al cinema di Russ Meyer. Ma Golan lo ha poi forzato ad un operazione più convenzionale, anche per rientrare in un budget più appetibile. Ed Hooper finisce così per creare un vero e proprio scherzo, un film, ancora una volta, fieramente trash; ma laddove per "Liferforce" il termine può essere inteso nel senso originario, per "The Texas Chainsaw Massacre 2" può solo essere inteso nella sua accezione più negativa: un'opera ridicola, squallida e inutile. Dove però tutto è, nel bene e nel male, voluto dal suo autore.




Perché ad Hooper non interessava davvero girare una copia carbone del suo capolavoro, né un canonico slasher, quindi fa di tutto per cercare una forma di originalità mediante la disintegrazione del registro orrorifico, sino ad un'iperbole deformata dello stesso, dove l'horror vira verso il grottesco ed il macabro cede il posto al ridicolo. Laddove "The Texas Chainsaw Massacre", prima ancora di anticipare i tempi e le mode, era la perfetta incarnazione di quel cinema horror americano anni '70, il suo sequel è il perfetto manifesto di quello anni '80, dove tutto è colorato, esagerato, folle, subordinato all'intrattenimento più puro piuttosto che allo spavento.




Anticonvenzialità e divertimento che sul piano narrativo vengono incarnati dalla scelta dei due protagonisti; al bando teen-agers in calore, al timone ci sono lo sceriffo Lefty, interpretato dal grande Dennis Hopper, e la dj Strech, che ha il volto e le gambe chilometriche della bella Caroline Williams. Proprio Hopper è uno dei punti forti del film: ammetterà negli anni come questo sia stato il suo peggior film (ma lo è davvero?), eppure non si risparmia minimamente in una performance talmente sopra le righe da divenire istantaneamente parodistica; sopratutto laddove si tiene conto di come nello stesso anno avrebbe interpretato il Frank Booth di "Velluto Blu", altro psicopatico perennemente sopra le righe, ma che emana un'aura sinistra, in un'interpretazione a dir poco inquietante.




Hooper a sua volta si diverte a tradire le aspettative del pubblico, relegando Hopper ad un ruolo a dir poco marginale dopo averlo introdotto a pistole spianate come il fratello della protagonista del primo film in cerca di vendetta (storyline che poi sarà ripresa da Rob Zombie nel suo "The Devil's Rejects" e declinata in chiave seria, con esiti decisamente più riusciti ed interessanti), solo per poi tenerlo fuori scena per oltre metà film, farlo apparire nel gran finale ed eliminarlo di punto in bianco, nuovamente fuori scena.




Ancora più beffarda è la storyline su Stretch e la sua love-story con Leatherface, un amore a prima vista che comincia con il deforme cannibale che usa la sua motosega-fallo per imbrattare la ragazza con schizzi di birra gelata come se fosse sperma e poi tenta di usare la stessa lama per una penetrazione, in una sequenza che farebbe arrossire persino Lloyd Kaufman. Storia d'amore che permette ad Hooper di infrangere con tono farsesco qualche cliché, come quando il boogeyman decide di risparmiare la vita all'amata o quando questa, da lui inseguita con intenti omicidi, si ferma per chiedergli di risolvere la cosa a parole; questo quando non gli permette addirittura di creare sequenze volutamente trash, come il ballo tra i due a metà film.




La new entry nel cast dei mostri, Chop Top, fratello gemello dell'Autostoppista (che invece appare come cadavere per tutto il film), interpretato da un giovane Bill Moseley, è un personaggio talmente sopra le righe (per merito anche del make-up volutamente eccessivo) da divenire subito cartoonesco, impossibile da prendere sul serio persino nel finale, dove insegue la protagonista per sgozzarla, o quando usa il suo rasoio su sé stesso, non riuscendo ad essere mai minaccioso.
Lo stesso Leatherface non è più il mostruoso gigante ritardato di un tempo, quanto uno strambo assassino che si diverte a saltellare con la sua amata motosega per spaventare le vittime; non ha più quella presenza minacciosa che lo aveva caratterizzato in passato, né la violenta goffaggine che lo rendeva disturbante; è, semplicemente, una maschera assassina ora privata dei tratti caratteriali essenziali e dell'aura malefica, proprio come di lì a poco sarebbe avvenuto con il Fred Krueger di Craven.




Tutto in questo seguito è l'esatto opposto dell'originale; il Texas in cui la vicenda ambientata non è una landa desertica bruciata dal sole, ma una verde vallata; la fotografia dai colori slavati e sgranata cede il passo a cromatismi gotici, in cui Hooper reitera il suo amore per l'estetica baviana, creando un'atmosfera quasi onirica; le scenografie macabre sono sostituite da composizioni cadaveriche da luna park, dove spicca l'omaggio al "Dr. Stranamore" di Kubrick, con uno scheletro che cavalca una bomba. Oltre metà del film è ambientato nel covo della famiglia Sawyer, ricavato proprio dentro un parco divertimenti in disuso, i cui ambienti sono talmente carichi di dettagli e giochi di luci al punto di essere più carnevaleschi del baraccone de "Il Tunnel dell'Orrore". Ed è persino inutile dire come per tutto il film non si riesce mai ad avere paura, fatto salvo un unico jump-scare al solito ottimamente congegnato.
Ma Hooper non si limita a dirigere una semplice commedia splatter: arriva sinanche a parodizzare il primo film nell'ultimo atto, dove l'indimenticabile sequenza della cena viene ricreata in modo caricaturale, con tanto di apparizione del Nonno.




Ogni scena, ogni dialogo e persino molte inquadrature vengono dilatate nel ritmo, trascinate sino al punto dell'esasperazione per aumentare il tono grottesco; che letteralmente esplode nel finale.
Non si può certo rimanere freddi di fronte al duello a colpi di motosega tra Leatherface e Dennis Hopper o davanti alla risoluzione affidata all'esplosione di una granata come in un cartoon di Bugs Bunny; o a quell'epilogo, anch'esso parodia, con Stretch che danza agitando la motosega. Tutto è pompato a mille, urlato sguaiatamente dritto in faccia, in uno spettacolo goliardico solo apparentemente fuori controllo.




Ed alla fine ci si ritrova semplicemente basiti quando ci si accorge si aver assistito ad una beffa, ad uno scherzo d'autore, un puro film spazzatura che serve solo a raccattare denaro.
Ma pur sempre un film spazzatura dove il talento del suo autore trasuda da ogni scena, vuoi per l'abilità di costruire una parodia talmente folle da spiazzare nel profondo, vuoi per la sua capacità di declinare un soggetto già portato in scena in chiave del tutto opposta al passato, tenendo sempre salde le redini dello spettacolo.
Uno spettacolo di grana grossa, che non concede le emozioni genuine del miglior cinema di Hooper, troppo sgangherato persino per essere preso in considerazione come una parodia vera e propria; eppure, se si riesce a stare al gioco, ci si potrebbe persino divertire nell'assistere ad un tale delirio d'autore.
Un delirio che resterà, purtroppo, la sua ultima opera interessante: a cominciare dal successivo "Invaders from Mars", ultima collaborazione con la Cannon, Hooper si perderà in progetti sempre più anonimi ed incolori, sino alla fine della sua carriera, finita malauguratamente in un sussulto, nel puro ricordo dei fasti del passato, senza nemmeno un botto finale. Il che è a dir poco un peccato.

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